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Un viaggio in Etiopia per stimolare la “coscienza del tragico”

Maria Monciardini, 22 anni di Treviolo, studentessa di Psicologia a Padova, racconta la sua esperienza nel Paese africano. Un viaggio premio della sua maturità diventa così occasione di maturazione.

Maria Monciardini, 22 anni di Treviolo, studentessa di Psicologia a Padova, racconta la sua esperienza nel Paese africano. Un viaggio premio della sua maturità diventa così occasione per crescere. 

Come viaggio dopo la maturità ho deciso di regalarmi un percorso di “maturazione”.

Ho scelto l’Etiopia come destinazione del mio viaggio poiché, da quando sono bambina, mi affascina molto la cultura africana e mi colpisce la cortesia delle persone.

Cercavo il silenzio della grande notte africana e ho trovato il vociferare allegro di bambini affettuosi. Mi sono innamorata del verde della foresta che si mescola al rosso della terra e al caos colorato degli abiti tipici. Ho goduto del supporto e dell’appoggio di un’amica che vive in Etiopia da più di trent’anni e lavora come medico in una clinica.

Sono stata ospitata in una comunità di suore comboniane nel paese di Getema a 350 chilometri da Addis Abeba. Le “sisters” hanno avviato diversi progetti che sostengono la tutela della salute pubblica, la promozione dell’educazione, lo sviluppo lavorativo delle donne. In ambito sanitario, per esempio, è stato promosso un progetto di diffusione dell’uso delle calzature per proteggere dalla contrazione delle filariasi linfatiche, patologie del sistema linfatico, causate da parassiti.

Io ho passato parte del tempo nella clinica a Getema e negli ospedali di Nekemte e Addis Abeba; ho avuto la possibilità di assistere a visite specialistiche, ho sistemato farmaci e sterilizzato bende. Ho visitato le scuole materne partecipando e proponendo giochi di gruppo e condividendo il momento del pasto con bambini che strofinavano la mia pelle bianca pensando che sotto celasse la loro lucente pelle scura.

Etiopia
Etiopia
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Il cibo in Etiopia ha conservato la sacralità e io ho avuto il grande onore di essere invitata a pranzo dal responsabile del villaggio dopo una cerimonia religiosa. L’uomo ci ha offerto prelibata carne di pecora accompagnata dalla caratteristica injera, una specie di pane di cereali fermentato; durante la consumazione del cibo si sta in silenzio e si mangia dallo stesso piatto. Alla fine non poteva mancare il caffè, la preparazione della bevanda è un rituale carico di magia: la gente accende l’incenso, canta e sparge sul pavimento un’erba aromatica.

Ho ammirato il lavoro delle donne coinvolte in un progetto di tessitura con i telai di abiti, borse e tappeti.

Purtroppo, tutte queste attività saranno interrotte a marzo 2017 poiché la comunità sarà chiusa, a causa della preoccupante condizione politica etiope. In seguito alle ripetute violenze nelle diverse regioni etiopi, specialmente in quelle Oroma e Amara, il governo ha decretato, l’8 ottobre 2016, lo stato di emergenza per sei mesi in tutto il Paese. Non si sa ancora dove saranno mandate le sorelle ma è certo che la loro assenza creerà gravi difficoltà al villaggio e a molte persone, impiegate nelle diverse iniziative, che perderanno il lavoro.

È importante che si diffonda la conoscenza della situazione etiope e che si stimoli la “coscienza del tragico” che, come tematizza il filosofo e psicoanalista argentino Benasayag, ci permette di essere colpiti anche da eventi che accadono lontano da noi. Ciò ci fa volare oltre i confini del nostro corpo e stimola una circolarità di comprensione, empatia e sensibilizzazione. Questa esperienza e le persone che ho incontrato mi hanno regalato un po’ di quella “maturità-maturazione” che ricercavo ma soprattutto mi hanno arricchito e permesso di assumere un’altra prospettiva nell’osservare la bellezza che mi circonda.

Etiopia

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