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Lotto contro la paura, vero demone di ogni epoca

Andrea Colopi, 23 anni di Bergamo, studente al primo anno della magistrale in Culture moderne comparate all'università di Bergamo, ci guida alla scoperta della mostra Lorenzo Lotto aperta all'Accademia Carrara.

In una contemporaneità segnata dall’incapacità di riconoscimento dell’umano, dalla presunzione – del tutto irrazionale – di distinguere quali siano i salvabili dai sommersi e dalla completa assuefazione alle immagini, risulta necessario, anzi rivoluzionario, cercare – per quanto possibile – di combattere questa deriva della modernità.

Il vero demone di quest’epoca è la paura: paura di uscire a festeggiare, paura di recarsi in luoghi affollati, paura che ciò che è accaduto a chilometri di distanza possa succedere anche alla porta di casa, ma cedere a queste tentazioni significa dichiarare la propria sconfitta come essere umano e come Stato di diritto.

In un contesto internazionale del tutto apocalittico ho deciso di non rimandare ulteriormente un incontro che, per qualsiasi appassionato di arte, rappresenta la propria modalità di azione all’inquietudine che ci circonda; ecco che in un primo gennaio segnato dalla strage di Istanbul mi appresto ad entrare in quel tesoro, custodito con cura dalla nostra comunità, che è l’Accademia Carrara.

In mostra (dal 3 dicembre al 26 febbraio) sono esposte le opere di Lorenzo Lotto, artista che la sua contemporaneità ha sempre etichettato come secondario, almeno nelle grandi piazze dell’epoca come Venezia e Roma, costantemente messo in ombra da artisti come Tiziano e Bellini.
Uomo dall’animo tormentato, portatore di uno tra gli umori più atrabiliari che la storia dell’arte conosca, è stato in grado di tradurre le sue inquietudini in opere che lasciano senza parole sia per la qualità compositiva sia per la dovizia di particolari che caratterizzano ogni quadro o incisione.

Se la consacrazione al rango di Artista non giunge nelle grandi città cosmopolite del tardo Quattrocento inizio Cinquecento, arriva a Bergamo, ultimo avamposto di terraferma della Serenissima.

Lontano dalle mode e dai ferventi dibattiti culturali che animavano la Venezia dell’epoca, Bergamo accoglie a braccia aperte il Lotto che vi soggiornerà per circa tredici anni; questo sodalizio tra la città e l’artista rappresenta da un lato l’arricchimento artistico di Bergamo e dall’altro il riconoscimento del lavoro del Lotto.

I primi lavori non tardano ad arrivare e le committenze sono sia legate alla sfera religiosa sia al patriziato locale; i tormenti che avevano incendiato l’animo del Lotto durante il soggiorno romano si acquietano e ciò rende libero l’artista di operare diverse sperimentazioni come la sintesi tra l’arte veneta e l’arte lombarda. In mostra sono esposti diversi tra i capolavori che le mani del Lotto hanno creato; partendo dal suo ipotetico autoritratto, al ritratto di Lucina Brembati sino alle tarsie lignee della basilica di Santa Maria Maggiore – qui visibili attraverso la scena della Creazione – per citarne alcuni.

In ogni opera il punctum che attrae lo sguardo dello spettatore è l’attenzione, quasi spasmodica, per il dettaglio. Nulla è lasciato al caso, ogni elemento sia che si tratti di un monile sia che si tratti di un’inclinazione della mano è degna di nota.

Le vesti (in particolare quella di Lucina Brembati) dicono molto della moda dell’epoca e di come le nobildonne bergamasche ne fossero seguaci.

La ricchezza di questa mostra non è rappresentata solo dalla volontà di far ritornare, in un viaggio ideale, Lotto nella nostra città, ma anche dal fatto che non si fermi al semplice museo invitando, così, il visitatore a viaggiare –un sentito ringraziamento va fatto alla Diocesi di Bergamo e alla Fondazione MIA – tra le bellezze che l’artista ha disseminato per la nostra città come per esempio: il Coro del Lotto e del Capoferri in Santa Maria Maggiore, la Trinità esposta nel Museo Bernareggi, l’omonima pala in San Bernardino, la Madonna con Bambino in Santo Spirito e la Pala Martinengo in San Bartolomeo.

Come scrisse Bernard Berenson: “Per capire bene il Cinquecento, conoscere Lotto è importante quanto conoscere Tiziano”, e aveva ragione.

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