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Favolosamente fragile: Leopardi torna giovane. Ed è tutti noi

Sara Scurti, 22 anni, di Scanzorosciate, primo anno della Magistrale, ha guardato a modo suo la replica del Giovane Favoloso, il film di Mario Martone su Giacomo Leopardi

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Qualche giorno fa Rai Tre ha ritrasmesso il film di Mario Martone sulla vita del poeta recanatese, curiosamente intitolato Il giovane favoloso ,concetto stridente con l’idea che tutti noi studenti ci siamo fatti del poco amato Giacomo Leopardi, gobbo, triste e un po’ sfigato.

Eppure dal film non emerge un’idea tanto differente: un Elio Germano dall’intensità poetico espressiva ammirevole, ma non proprio rivoluzionario nell’immagine che tutti a scuola ci siamo fatti di questo poeta ottocentesco; soprattutto se del film si considera la parte più lunga che si snoda lungo la “maturità” di Giacomo – se tale può chiamarsi dal momento che morì a soli 39 anni – dal soggiorno a Firenze e poi a Napoli a fianco del fedele amico Ranieri.

Ho voluto allora sperimentare qualcosa di nuovo per l’ennesima visione – da letterata incorreggibile – del film, vederne un solo pezzetto, quello da vero giovane favoloso: i suoi primi anni nel borgo natio vissuti piegato su uno scrittoio, alla luce flebile di una candela da vorace divoratore di libri e di incantevole poesia. “Un orso in una gabbia”, così scrive di sentirsi in una lettera all’amico Giordani: e un orso è un animale dalla stazza prorompente, incontenibile, travolgente.

L’animo giovane di Leopardi non ha altro modo di sentirsi, infinito e immenso in un involucro di falena, fragile, restrittivo, limitante. Invito qualunque giovane che abbia imparato, probabilmente alle scuole medie, l’Infinito a memoria, a riflettere parola per parola su quel che si dice, sulla portata inarrivabile di quel canto di liberazione di un’anima imprigionata; cosa vi è di più vitale di questo? Cosa di più vicino alla sete di non finito che si avverte ardentemente quando si è giovani?

Giacomo nel film è sul suo colle recanatese, quello che ora ha tanto di targhetta e percorso guidato, poiché lui vi pensò i versi consacrati alla memoria di tutte le generazioni future. Provate a rivederlo, fate play e stop e rewind più volte e abbandonatevi, poiché solo quel momento basterebbe a significare il film intero, perché forse la vita di Giacomo – e di noi tutti – è riassunta in quell’istante, in una siepe che ci limita e per questo ci costringe ad andare oltre e a far sposare quella sete di ulteriorità con la vastità non delimitabile del nostro essere.

infinito leopardi

“Sarò mai destinato a qualcosa di grande?” così scrive a Giordani dopo essersi sentito orso indomabile nella gabbia di un corpo troppo gracile; l’ansia di vita di Leopardi non è etichettabile con il “pessimismo” che a scuola ci propugnano. Non è tutto lì: noi giovani non siamo e non saremo mai “tutto qui”.

Sarò mai destinato a qualcosa di grande? L’Infinito è un sonetto in endecasillabi più uno; quel verso aggiunto “e il naufragar m’è dolce in questo mare” ci mostra chiaramente come Leopardi non si accontenti e non si restringa in quel che si ritrova, ma sia capace di spaziare con la sua strabordante necessità di amore per l’esistenza.

Giovane, favoloso, fragile.

Alessandro D’Avenia, professore 39enne, quest’anno ha deciso di regalarci un libro “a tu per tu” con Leopardi, su quei giovani del futuro a cui Leopardi aveva progettato di scrivere, a quelli del 2020. La figura che D’Avenia riesce a rintracciare è ben diversa dal Giacomo del senso comune, un volto fragile e scomposto perché “ha troppo pensiero e troppo cuore per un viso solo”.

Leopardi tesse parole fra le trame di vite raccontate da un insegnante a contatto quotidiano con la vita da giovani anime, una combinazione astorica per una ricezione futura di una verità senza età: L’arte di essere fragili.

Questo il libro che mi ha fatta sussultare, consigliato nelle scuole, condiviso a pezzi sui social, divorato forse alla luce di una candela prima di addormentarsi da giovani sognatori. Un libro dalla delicatezza rara e inaudita, capace di regalare parole soavemente destabilizzanti, rivoluzionarie nella loro estrema semplicità. In un mondo dove sembra contare la perfezione, l’arrivismo e l’invincibilità Martone, D’Avenia e Leopardi ci accompagnano su una strada che ci sembra più reale: “La vera arte da imparare è quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti”.

È il caso di fare nostra la provocazione che D’Avenia ci lancia e lasciare che sia la poesia di Leopardi a risponderci: “Gli adolescenti non provocati dalla vita, non posti di fronte a delle ragioni per darsi ma solo a delle proposte per consumare, non riescono a percepire la grande sfida che riempie una vita di senso […] Ma come si fa, Giacomo, a dare corso a questo slancio del rapimento e a mettersi in viaggio verso un compimento?”.

L’articolo è di Sara Scurti, 22 anni, di Scanzorosciate: 1° anno della Magistrale in Culture moderne comparate all’Università di Bergamo

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