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Grande Guerra, Pillola 108: il conflitto più alto della storia, le tredici cime fotogallery

Ancora oggi, l’escursionista e l’alpinista che si avventurino tra le tredici cime, rimangono ammirati davanti alle difficoltà alpinistiche che dovettero superare i soldati della Guerra Bianca e, qualche volta, accade loro di imbattersi in qualche drammatica testimonianza della Grande Guerra, in forma di residuati ma anche di corpi, restituiti dalla montagna, che periodicamente, fa emergere i resti dei caduti dalla loro impressionante bara di ghiaccio.

La storiografia militare, perfino quella più specialistica, tende spesso a considerare la guerra combattuta nel settore Ortles-Cevedale e le battaglie adamelline come un tutt’uno, sotto la definizione generica di Guerra Bianca: questo, se è indubbiamente corretto da un punto di vista ambientale, sia pure con alcuni importanti distinguo, non lo è da un punto di vista strettamente militare.

Proviamo a fare un esempio per spiegare le differenze sostanziali tra questi due aspetti del conflitto: anche sull’altopiano dei Sette Comuni si combattè, durante l’inverno, una guerra paragonabile, climaticamente e logisticamente, alla Guerra Bianca, ma questa guerra impegnò un numero di soldati enormemente superiore e paragonabile a quello schierato nelle battaglie del settore carsico-isontino.

Allo stesso modo, se in Adamello si combattè quasi sempre a livello di battaglioni e, talvolta, di reggimenti e di brigate, in alta Valtellina, nella zona delle cosiddette “Tredici cime”, il conflitto fu quasi sempre circoscritto a scontri di compagnie, plotoni e, talvolta, squadre di combattenti. Questo non soltanto per la sostanziale eccentricità della zona Stelvio-Gavia, rispetto alle direttrici belliche, ma anche per l’oggettiva impossibilità di schierare grosse aliquote di uomini in quella che era la, del tutto peculiare, prima linea, che molto spesso era rappresentata da picchi vertiginosi e da creste innevate, a quote assolutamente proibitive. In questo settore, spesso i presidi si limitavano a pochi uomini, stipati in baracche d’alta quota o addirittura in caverne di ghiaccio, e i colpi di mano assomigliavano più a sfide alpinistiche ai limiti dell’impossibile che a vere e proprie battaglie.

Per questa ragione, sarebbe opportuno distinguere tra i due contigui sottosettori, Valtellina e Valcamonica, anziché accomunarli in un’unica analisi storica.

Ciò detto, dobbiamo sottolineare come, anche nella zona tra lo Stelvio e il Gavia gli austroungarici partissero da una situazione logisticamente vantaggiosa, resa ancora più evidente dall’abbandono senza colpo ferire, all’inizio della guerra, del monte Scorluzzo (posizione dominante sullo Stelvio e sulla valle del Braulio) da parte degli Italiani, esattamente come era avvenuto per il passo Paradiso nella zona del Tonale. Oltre a questa inspiegabile leggerezza tattica, però, gli austroungarici potevano vantare posizioni dominanti, un’osservazione pressochè assoluta sulle linee avversarie ed una comoda rotabile, la via imperiale dello Stelvio, che conduceva ai piedi delle posizioni più importanti. Insomma, anche in questo settore gli italiani si trovavano in condizioni di partenza svantaggiate rispetto ai loro temibili avversari.

In pratica, la sola autentica base logistica avanzata italiana era rappresentata dall’albergo dei Forni, ai piedi dell’omonimo circo glaciale, a più di 2.100 metri di quota: l’albergo era un ottimo punto di partenza per incursioni a nordovest, verso il Gran Zebrù, le Graglie, il Cevedale e, dal lato nordorientale della conca, il Palon de la Mare e il Vioz, ma era dominato dalle posizioni austroungariche che si trovavano sulla linea di cresta, per cui gli italiani avrebbero, necessariamente, dovuto cercare di spingersi su posizioni più avanzate e sopraelevate. Così, dopo una fase iniziale del conflitto, in cui gli imperiali tentarono di sfruttare la propria superiorità scacciando gli avversari dalle loro posizioni, l’iniziativa passò agli alpini, che, dagli oltre 2.700 metri della capanna Milano, in val Cedec, cominciarono a spingersi verso il ghiacciaio dello Zebrù e alla vetta del Gran Zebrù, minacciando implicitamente la Val Solda e le posizioni austroungariche del passo Zebrù e delle Graglie, mentre verso lo Stelvio, si riuscirono a stabilire poco sotto lo Scorluzzo, dove si fortificarono.

Dal canto loro, gli imperiali occuparono la vetta dell’Ortles, che, con i suoi oltre 3.900 metri è la cima più alta del settore, costruendo un ardito sistema di teleferiche e piazzando sulla vetta della montagna una batteria di cannoni, alcuni anche di medio calibro, da cui potevano minacciare le posizioni italiane verso il Gran Zebrù. La guerra in alta Valtellina stava assumendo quel carattere di alpinismo estremo e di necessario dominio delle cime, che avrebbe rappresentato la sua matrice fondamentale. Quasi tutte le vette e le linee di cresta eminenti furono teatro, massime tra il 1916 ed il 1917, di colpi di mano ai limiti dell’incredibile, grazie anche alla creazione, da entrambe le parti, di una fittissima rete di gallerie glaciali, che permisero ai combattenti di muoversi al riparo dalle intemperie, dalle slavine e dall’osservazione nemica: va da sé che, oltre a queste gallerie, vennero approntate reti di teleferiche e telefori, che permisero di trasportare alle massime quote munizioni, rifornimenti e legna da ardere e da costruzione, in modo da rendere possibile la sopravvivenza dei presidi in quell’ambiente estremo.

Leggendarie, ad esempio, furono le battaglie combattute sulle vertiginose vette, intorno ai 3.600 metri, della Trafoier e della Thurwieser, nonché su quella terrificante cresta di ghiaccio nota come Backmanngrat, su cui alpini e soldati d’alta montagna austroungarici si affrontarono con enorme valore. Data una situazione di inevitabile stasi e di impossibilità di sbocchi verso i rispettivi fondivalle, nella seconda parte della guerra, gli scontri presero a spostarsi verso est: gli austroungarici occuparono il Pasquale, mentre gli italiani, partendo dal passo Gavia, decisero di investire il settore Giumella-San Matteo, da cui, in prospettiva, avrebbero potuto minacciare la conca di Peio, la val de la Mare e, per conseguenza, la val di Sole e le retrovie del Tonale.

In pratica, nel 1918, mentre la zona dello Stelvio veniva relativamente trascurata, entrambi i contendenti guardavano al settore compreso tra la Valfurva e la val di Peio, come ad una possibile zona operativa di qualche interesse strategico. Gli austroungarici potevano contare sulle loro posizioni di partenza in alta quota, soprattutto sul Vioz, mentre gli alpini italiani dovevano muoversi dal Tresero. Nonostante le ovvie difficoltà logistiche, sia gli uni che gli altri poterono schierare numerosi pezzi d’artiglieria, tra cui anche qualche obice superpesante, con cui appoggiare quest’ultimo ciclo operativo.

Dapprima, gli italiani occuparono la punta San Matteo (3.678 metri), nell’agosto del 1918, stabilendovi un presidio, poi, gli austroungarici rioccuparono la posizione, in seguito ad un terribile bombardamento che abbassò la vetta della montagna di sei metri, il successivo 3 settembre: questo scontro, cui parteciparono centinaia di combattenti da entrambe le parti, viene considerato, vista la partecipazione di forze relativamente importanti, la vera e propria battaglia più alta della storia.

Il San Matteo rimase in mano austroungarica fino al novembre 1918 e alla fine della guerra. Com’era facilmente prevedibile, la guerra nel settore Ortles-Cevedale si concluse senza che nessuno dei due, valorosissimi, avversari potesse in qualche modo prevalere e senza sviluppi strategici di alcun tipo: il fatto che, cartine alla mano, questa impossibilità di soluzione potesse apparire chiara fin dall’inizio rende palese la notevole differenza tra questa Guerra Bianca e quella adamellina, che, invece, avrebbe potuto permettere ben altre conseguenze strategiche in caso di sfondamento.

Questa apparente inutilità, nell’economia del conflitto, della guerra in questo settore nulla toglie, ovviamente, al merito e all’eroismo dei soldati di entrambi gli schieramenti, alpini, volontari, guide ardite, Kaiserjäger, Kaiserschützen, Standschützen, Bergführer, che rappresentavano l’élite mondiale delle truppe d’alta montagna e che si affrontarono lealmente in un ambiente in cui la mera sopravvivenza, per uomini meno addestrati e meno robusti, sarebbe stata semplicemente impossibile.

Ancora oggi, l’escursionista e l’alpinista che si avventurino tra le tredici cime, rimangono ammirati davanti alle difficoltà alpinistiche che dovettero superare i soldati della Guerra Bianca e, qualche volta, accade loro di imbattersi in qualche drammatica testimonianza della Grande Guerra, in forma di residuati ma anche di corpi, restituiti dalla montagna, che periodicamente, fa emergere i resti dei caduti dalla loro impressionante bara di ghiaccio.

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