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Zukanović in lacrime: “I miei primi calci al pallone tra le bombe di Sarajevo” fotogallery

Il difensore atalantino all'Edoné di Redona per la presentazione de "L'ultimo rigore di Faruk", il libro del giornalista bergamasco Gigi Riva

“Quando la guerra è cominciata avevo cinque anni, in città piovevano le bombe e si dormiva nelle cantine”. Correva l’anno 1992 e Sarajevo stava per diventare il teatro del più lungo assedio che la storia bellica moderna ricordi. Quattro lunghi anni (dal 5 aprile ’92 al 29 febbraio 1996) durante i quali persero la vita oltre 12mila persone, tra le quali circa 1.600 bambini. A quel destino crudele sfuggì il piccolo Ervin Zukanović, oggi 29enne difensore dell’Atalanta e pilastro della nazionale di calcio bosniaca che ha partecipato ai mondiali in Brasile del 2014.

Giovedì 19 gennaio l’atleta nerazzurro ha fatto visita all’Edoné di Redona per la presentazione de “L’ultimo rigore di Faruk”, il libro del giornalista bergamasco Gigi Riva, vincitore del prestigioso Prix Etranger sport et littérature 2016. Un libro che parla degli intrecci ambigui e spesso pericolosi che legano il mondo del calcio e quello della politica.

(foto di Ludovica Belotti)

Ripercorrendo le orme di un passato lontano, ma pur sempre scolpito nella memoria, Ervin non è riuscito a trattenere le lacrime. “Con la mia famiglia presi l’ultimo treno disponibile per Lubiana, in Slovenia, poi ci rifugiammo in Germania“, racconta. Un esilio forzato che tuttavia non durò a lungo: “Le autorità tedesche si rifiutarono di estenderci il permesso di soggiorno e dovemmo così fare ritorno a Sarajevo”, la città martoriata dal conflitto, tra esplosioni e colpi di mortaio.

Fu allora che Ervin trovò la sua ancora di salvezza: il Klub Bubamara, che tradotto in italiano significa “Coccinella”. Una scuola calcio fondata dall’ex calciatore slavo Predrag Pašić, che nel bel mezzo dell’assedio, senza fare distinzioni di razza o religione (lui, ortodosso, era sposato con una donna cattolica) raggruppò il maggior numero di bambini possibile con un solo scopo: quello di farli divertire giocando a pallone. E poco importa se il campo di allenamento si trovava a Skenderija, a pochi passi dal fronte e nelle vicinanze di un’area costantemente monitorata dai cecchini.

VIDEO – Le parole e la commozione di Zukanović

Un orto di talenti, quello coltivato da Pašić, dalla quale sbocciarono decine di calciatori professionisti. Compreso ‘Zuka’. La cui storia agisce sullo sfondo di un’altra vicenda. Quella scritta da Gigi Riva: “Era il 1994 e mi trovavo in Francia per la presentazione di un mio lavoro sulla guerra nei Balcani – racconta il giornalista -. All’improvviso un signore si avvicinò chiedendomi di fargli una dedica: si presentò come Faruk Hadžibegić e quando gli confessai di non conoscerlo mi rispose che era ‘colui che con un calcio di rigore aveva distrutto la Jugoslavia’”.

Quel tiro dal dischetto, neutralizzato dall’allora portiere della nazionale argentina Sergio Goycochea, nei Balcani divenne il simbolo dell’implosione di un intero Paese, e dei conflitti che sarebbero giunti di lì a poco. “La partita contro l’Argentina di Maradona nei quarti di finale del Mondiale italiano portò all’eliminazione di una squadra talentuosa, ma dilaniata dai rinascenti odi etnici”.

Leggenda popolare vuole che un’eventuale vittoria avrebbe contribuito al ritorno di un nazionalismo jugoslavista e scongiurato il crollo che si sarebbe prodotto: “Il rettangolo verde può essere il preliminare di una battaglia – afferma Riva -. Non a caso si attribuisce agli scontri tra i tifosi della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado il primato di aver messo in scena in uno stadio il primo vero episodio del conflitto. Ed è sempre nelle curve che sono stati reclutati i miliziani diventati tristemente famosi per la ferocia della pulizia etnica a Vukovar come a Sarajevo”.

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