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Il corpo protagonista di “Frammenti di serie” di Alessandro Vitrone

Siamo tutti angeli caduti? E’ questa domanda, forse, la chiave dell’opera di Alessandro Vitrone.

Artista attivo da molti anni tra Napoli, Roma, la Spagna, si propone per la prima volta a Bergamo alla Galleria Viamoronisedici con la mostra “Frammenti di serie“, inaugurazione sabato 21 gennaio alle 18.

E’ un’arte che pone al centro il corpo, la sua figurazione e la sua trasfigurazione, e che passa con la stessa disinvoltura dai toni sottili e i valori grafici più tenui a tocchi e bagliori di sapore teatrale e barocco.
Pittura, fotografia, sperimentazioni tecnico-alchemiche sono il linguaggio preferenziale di un autore raffinato ed eccentrico, il quale si cimenta da sempre con un tema che nell’arte contemporanea è di una vastità impressionante.

Il corpo, corpo-dolore, corpo-piacere, carcere, tramite, soglia, limite, negazione, corpo-materia, corpo-metafora, il corpo come fisicità ineludibile e insieme come massima potenzialità simbolica di un’epoca virtuale e immateriale come nessun’altra.

Il corpo nella ricerca di Vitrone è quasi una mappa delle percezioni: percezione di sé in relazione agli altri, del mondo nel senso più intimo ed ampio, della sfera di ciò che è inconosciuto, anche di là del naturale, del ragionevole, del razionale.

E’ un’arte capace di accenti rarefatti di struggente fragilità e bellezza, ma indugia volentieri – come nella serie fotografica “Restituzione” – su rapporti formali di gusto vigoroso e drammaturgico.

Il filo conduttore dell’allestimento è il tema del “corpo in caduta”, inteso come perdita, disincanto, destino connaturato all’umana esperienza, ma anche come “j’accuse” specifico nei confronti delle pressioni ideologiche, religiose, simboliche della nostra tradizione occidentale. Complice l’elaborazione fotografica digitale, corpi di uomini, donne, bambini, precipitano da cupole di chiese barocche, in un tripudio di stucchi, ori e affreschi policromi, tra pesci, monete, pietre, cuori, crocifissi. Immagini che spiazzano e sconcertano, al confine tra realtà e incubo.

L’originale impiego, in pittura, di materia traslucida o satinata accanto a materia corposa ed opaca, e la ricerca, in fotografia, di effetti pittorici di straniante artificio, danno all’opera di Vitrone un’inconfondibile capacità “di presa”.

Che ci interroga, ancora una volta, sul nostro destino, restituendo per un attimo, in un gioco di specchi e riflessi, l’impronta dei sogni perduti.

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