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Svolta sulla morte di Stefano Cucchi: “Fu omicidio”, indagati 3 carabinieri

Il procuratore capitolino Giuseppe Pignatone e il sostituto Giovanni Musarò hanno chiuso l’inchiesta bis sulla morte del geometra romano

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Svolta nel caso di Stefano Cucchi, il 30enne di Roma che nel 2009 dopo essere stato arrestato morì in un letto d’ospedale.

La Procura di Roma contesta agli stessi militari che lo fermarono l’omicidio preterintenzionale. Il procuratore capitolino Giuseppe Pignatone e il sostituto Giovanni Musarò hanno infatti chiuso l’inchiesta bis sulla morte del geometra romano, avvenuta in un reparto protetto dell’ospedale Pertini, il 22 ottobre 2009, sette giorni dopo il suo arresto nel parco degli acquedotti.

Con loro, accusati di calunnia, il maresciallo Roberto Mandolini, allora comandante della stazione dei carabinieri Appia (quella che, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009 aveva proceduto all’arresto) e i carabinieri Vincenzo Nicolardi e Francesco Tedesco. Per Mandolini e Tedesco, infine, anche il reato di falso verbale di arresto.

La notizia è stata diffusa anche dalla sorella di Cucchi, Ilaria, in un post su Facebook:

L’indagine fu riaperta più di due anni fa, proprio a partire dall’assoluzione dei precedenti imputati, e grazie a intercettazioni telefoniche e ambientali è emerso il ruolo dei carabinieri fatti sparire dal verbale d’arresto e la cancellazione delle tracce del fotosegnalamento nella caserma in cui Cucchi sarebbe stato picchiato.

Il “violentissimo pestaggio” di Stefano si è trasformato in un capo d’imputazione secondo il quale i militari dell’Arma Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco colpirono Cucchi “con schiaffi, pugni e calci, provocandone tra l’altro una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale”; da questo derivarono “lesioni personali in parte con esiti permanenti”, che “determinavano la morte” del ragazzo.

Lo stesso Tedesco e il maresciallo Roberto Mandolini sono accusati di falso in atto pubblico perché nel verbale di arresto di Cucchi “attestavano falsamente” che l’arrestato era stato identificato attraverso le impronte digitali e il fotosegnalamento, cosa che – secondo gli accertamenti svolti dal pubblico ministero Giovanni Musarò, titolare dell’inchiesta insieme al procuratore Giuseppe Pignatone – non solo non avvenne, ma sarebbe stato il motivo per cui Cucchi, che “non era stato collaborativo” all’operazione, venne picchiato.

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