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La tregua in Siria e i progetti per cessare le ostilità

Giancarlo Elia Valori, Cavaliere del Lavoro e Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, traccia un'analisi sulla situazione in Siria.

La rivolta contro il regime alawita di Bashar el Assad è iniziata il 15 Marzo 2015 come parte delle primavere arabe, in questo caso destinate a destabilizzare l’Arabia Saudita.

Riyadh ha gestito la questione, diversamente a quanto era accaduto in Maghreb e in Egitto, facendo dure pressioni sugli USA, gestori globali delle “primavere” ma, soprattutto, reprimendo duramente ogni rivolta interna.

La guerra in Siria coincide con la fine dello sconsiderato progetto USA di estendere le “primavere arabe” a tutto il grande Medio Oriente. Invece poi di capire che si trattava di una loro sconfitta, gli americani hanno supinamente sostenuto il jihad sunnita in Siria, non si capisce bene oggi con quale obiettivo reale. L’aiuto agli amici sauditi? Eccessivo. L’idea di democratizzare il mondo arabo usando i jihadisti? Pura follia.

Fare un dispetto all’Iran chiudendolo in una sacca sunnita? E perché mai?
Quindi, la guerra è rimasta in Siria e Riyadh ha potuto sostenere tutte le forze che contrastavano il regime di Bashar el Assad letto dai sauditi, con qualche esagerazione, quale semplice emissario dell’Iran.

“Califfato” sedicente o jihadisti comicamente definiti “moderati”, tutto andava bene per mettere a ferro e fuoco il Medio Oriente.
E, ripetiamo ancora, perché? Oggi, la guerra siriana ha causato oltre 300.000 morti e 12 milioni di sfollati o migranti, inducendo peraltro la Brexit britannica e le future chiusure nazionalistiche dei paesi europei. Certo, si può pensare che la destabilizzazione di tutta l’Europa, che ormai non si accorge mai di nulla, sia un obiettivo strategico rilevante, ma poi chi dovrebbe contenere i russi, secondo la vecchia logica obamiana della nuova guerra fredda?

Quando si dice l’eterogenesi dei fini. Barack Obama ha poi sostenuto fin dall’inizio la guerra per procura saudita in Siria, inducendo la Federazione Russa, se non voleva essere del tutto sigillata verso il Mediterraneo, ad iniziare i suoi raid aerei, il 30 settembre 2015, a sostegno del regime alawita degli Assad e contro la rete dei gruppi jihadisti sunniti sostenuti dalla Turchia, dai sauditi e anche dagli americani. Una geopolitica da etilisti.

Come sia infine possibile che gli USA pensino ancora oggi di sostenere le bande jihadiste, in un contesto frastagliato e mobilissimo come quello mediorientale, è ancora un mistero.
I jihadisti non destabilizzeranno la Russia, se è quello che si vuole, da lì Putin li ha sloggiati con due durissime guerre in Cecenia. I sauditi volevano infine chiudere uno spazio strategico essenziale per l’Iran, la Siria appunto; la Turchia di Erdogan voleva estendere il suo nuovo califfato alla maggioranza sunnita in Siria, gli USA volevano sostenere i loro alleati sauditi e del Qatar contro l’Iran e le sue mire egemoniche sulle minoranze sciite in tutta la Mezzaluna Fertile.

Già, ma può una superpotenza come gli USA pensare strategicamente di destabilizzare tutto il Medio Oriente, l’area che ha peraltro costruito le fortune finanziarie americane dagli anni ’70 in poi?
Oggi, allora, il quadrante siriano pone in evidenza alcuni dati oggettivi:
a) la politica di Obama di accerchiamento della Russia è definitivamente fallita,
b) Mosca è riuscita ad agganciare al suo progetto siriano anche la Turchia, seconda potenza dell’Alleanza Atlantica,
c) il jihad sunnita sostenuto dai sauditi e dai loro alleati globali e regionali ha perso la sua sfida proprio sul suo terreno.

Ed il 30 Novembre 2016 i jihadisti sono stati espulsi dalla periferia di Damasco e dal suo acquedotto con una azione dell’Esercito Arabo Siriano di Assad e il sostegno aereo, efficacissimo, di Mosca.
Putin e Erdogan hanno potuto fare il loro accordo di proprio poiché Aleppo era stata liberata.

Nel testo degli accordi di Mosca siglati ad Astana, peraltro, è chiaro che i vari gruppi jihadisti, aderenti o meno alla tregua del 30 Dicembre 2016, devono tutti e senza eccezione abbandonare immediatamente le loro posizioni in Siria. Come accade sempre più spesso dopo atti di terrorismo, la Turchia, con l’efferata azione di Capodanno a Istanbul, paga il costo della sua nuova posizione filorussa. Che è già oggi un successo strategico. Posizione che è del tutto razionale.

Erdogan voleva prendersi tutta la Siria sunnita quando Bashar el Assad appariva debole, ma oggi si accontenta di un regime alawita che non permetta la costituzione di una sorta di “stato curdo” tra i suoi , la Siria e il territorio iraqeno. I russi, grazie anche all’insipienza strategica di Barack Obama, sono quindi oggi coloro che distribuiscono le carte e comandano il gioco del Nuovo Medio Oriente. Se l’America vuole quindi salvare il suo potere nell’area, deve fin d’ora evitare la delega alle potenze sunnite dei suoi interessi strategici in Medio Oriente.
E inoltre, Washington deve evitare l’unilateralismo, accettando il fatto compiuto e creandosi le sue aree di controllo, senza sperare che i sauditi lo facciano per loro conto.
Israele è poi il vero vincitore di questa guerra: vede tutti i suoi nemici storici consumarsi in una guerra lunga e sanguinosa, ha un accordo di scambio di informazioni con la Federazione Russa, può controllare meglio di prima tutta l’area, essenziale per la sua difesa, delle Alture del Golan.

Sul piano politico e giuridico, la restrizione alle operazioni di Hezb’ollah in Siria e delle forze speciali iraniane, secondo gli accordi di Astana, corrisponde infine alla volontà, da parte dei russi e dei siriani di Assad, di espellere da quel territorio tutti i gruppi jihadisti e, quindi, gli interessi dei loro sostenitori. Troppo Iran richiama i sauditi, e la Siria non ha alcun interesse, e nemmeno Mosca lo ha, a entrare nella guerra definitiva tra le due direzioni dell’Islam. Il Medio Oriente è quindi troppo importante per gestirlo con delle guerre di procura o con assetti costruiti con le sole parole e per lo spazio di un mattino.
Dobbiamo quindi cambiare la nostra concezione di tutta l’area che oggi ha al centro la guerra siriana.
La Mezzaluna Fertile non è solo il canale tra Europa e Asia, come ai tempi dell’Impero Britannico, ma è una zona che fa da cuscinetto con due aree che saranno determinanti in futuro: l’Asia Centrale e la Cina.

Ed è autonoma nelle sue dinamiche, non è più da molti anni l’estensione araba, islamica o ebraica degli interessi delle grandi potenze. E, naturalmente il punto centrale di questo nuovo assetto sarà il Mediterraneo, che diverrà il “mare regionale” più importante del globo. Per parafrasare le vecchie leggi della geopolitica inglese e americana, chi domina il Medio Oriente controlla lo Hearthland, ma chi è egemone nella “terra di centro” comanda la penisola eurasiatica e i due Oceani.

Pensare alla Mezzaluna Fertile solo in termini petroliferi o di passaggi energetici è certamente importante ma, ormai, del tutto riduttivo.
Ma torniamo agli scontri: ad oggi, le fonti locali sulla guerra in Siria ci danno alcuni risultati certi: i gruppi jihadisti sono stati espulsi da Wadi Barada e Ghouta Est con le armi dell’Esercito Arabo Siriano e quindi hanno cessato, per ripicca, le trattative di Astana, in Kazakhistan.
Tra i gruppi jihadisti espulsi da Wadi Barada e Ghouta vi è anche il Syrian Free Army, una coalizione di gruppi “moderati”, secondo il pericoloso gergo del Dipartimento di Stato USA, e l’Armata della Conquista, un’altra coalizione di piccoli gruppi jihadisti.

Tutta gente che ha sempre fatto la spola tra il sedicente “califfato” del Daesh/Isis e i piccoli gruppi jihadisti sedicenti autonomi.
In termini sempre più chiari, la tregua di Astana sta diventando lo strumento giuridico e militare per eliminare rapidamente le sacche jihadiste ancora rimanenti tra il centro della Siria e il suo Sud-Est.

La tregua allora terrà fino a quando i jihadisti non si accorgeranno che essa è un potente strumento di guerra contro di loro e allora, come viene affermato da più fonti del jihad siriano sunnita, il “cessate in fuoco” terminerà unilateralmente, ma con i jihadisti fuori da tutte le posizioni strategiche che finora detenevano. Senza che, come dice uno dei capi del jihad siriano, “l’America possa fare nulla per noi”.

Si tratta quindi di liberare definitivamente Mosul, asse iraqeno della vittoria siriana, dove l’eliminazione del cosiddetto “stato islamico” è demandata a 50.000 elementi tra curdi, servizi iraqeni, tribù sunnite dell’Anbar e paramilitari sciiti iraniani.

È il vero centro di gravità della guerra al c.d. “califfato”, che sarà rapida ed efficace quando i vari gruppi jihadisti, aderenti o meno all’Accordo di Astana, si saranno tolti di mezzo.
Le altre aree da cui espellere in questi giorni i jihadisti sono Maarat al Numan, Saraqeh e Sheikhoun vicino a Idlib, Teir Maalah a nord di Homs e Souha, a est di Hama.
Sul piano strategico, quindi, Mosca e Damasco stanno chiudendo ogni via di fuga ai tanti gruppi del jihad siriano, prima di lanciare, con le forze necessarie, l’attacco al cosiddetto califfato di Al Baghdadi. Sul piano politico, comunque, possiamo prefigurare uno scenario come questo che andiamo a descrivere.

Mosca non ha alcun interesse a rendere unipolare la sua egemonia siriana: Putin ha più volte dichiarato che la “via della tregua” è aperta anche per gli USA e, perfino, per l’Arabia Saudita.
Mosca non vuole prendersi tutto il fardello del Medio Oriente, e fa bene. Chi lo ha egemonizzato prima della Russia ha creato le condizioni della sua rovina e del conseguente disastro mediorientale, vedasi l’America che, tra i Bush e Obama, ha sovrapposto i suoi interessi a quelli dei sauditi.

L’alternativa sarà, sul piano politico, o una Siria un po’ più piccola sotto Bashar el Assad, che ha comunque vinto la sua guerra, o una “grande Siria” con un esponente alawita che possa piacere anche agli USA e alle potenze sunnite dell’area. Ma Bashar ha vinto, non si toglierà dai piedi tanto presto o facilmente. E dovrà piacere anche a Israele, se il nuovo leader non creerà problemi sulle Alture del Golan e non permetterà il passaggio, tramite le suddette alture, di militanti e armi evolute fino al confine libanese o, addirittura, nelle zone della Striscia di Gaza. Anche Israele è tra i vincitori di questa nuova guerra siriaca, ed ha diritto a vedersi accettate molte delle sue richieste.

Mosca farà entrare Washington nell’accordo finale, con alcune garanzie strategiche e soprattutto la collaborazione stabile tra i due Paesi in tutto il Medio Oriente; oltre alla accettazione degli interessi primari russi nell’area. Sicurezza dei porti militari di Mosca sul Mediterraneo, diritto ad essere consultata per tutte le questioni riguardanti il “mare nostrum”, espansione commerciale russa in tutta l’area.

A queste condizioni, gli americani potranno dormire sonni tranquilli, ed evitare la successiva destabilizzazione dell’Arabia Saudita, la cantonizzazione definitiva del Libano, che non interessa a nessuno, infine il pericolosissimo accerchiamento di Israele. Altro che isterie antisemite obamiane: se l’America non tiene Israele, non può permettersi alcuna politica autonoma in tutto il Medio Oriente. Lo stato ebraico potrebbe avere una garanzia internazionale, con una forza di “stabilizzazione” simile a quella di UNIFIL II in Libano, ma sui suoi confini settentrionali e, soprattutto, nel nesso strategico tra queste aree e il confine con la Giordania.

Pericoloso è infatti il gioco di alcuni analisti israeliani di favorire, per evitare l’integrazione delle forze sciite sulle Alture del Golan e in Libano, i gruppi sunniti antiraniani e nemici di Assad.
Una strategia mutuata dagli americani che potrà generare solo disastri, nel medio periodo. Il regno hashemita della Giordania, essenziale per ogni progetto geopolitico in Medio Oriente, potrebbe essere integrato con gran parte dell’attuale Autorità Nazionale Palestinese, un pericolosissimo failed state figlio della vecchia logica della guerra fredda.
Mosca potrebbe qui essere il broker affidabile e credibile per i palestinesi, al fine di chiudere la questione arabo-palestinese in relazione con Israele.

Washington, alla fine dei due mandati di Barack Obama, potrebbe accordarsi con la Federazione Russa per la stabilizzazione della Siria e per la definitiva chiusura della questione curda, ridisegnando, insieme con Mosca, i confini di una area curda non sovrana che, naturalmente, non possa destabilizzare la Turchia. Ankara potrà avere quello che vuole da sempre, un droit de regard sulla maggioranza sunnita in Siria e un passaggio sicuro verso le aree turcomanne dell’Asia centrale. Bashar el Assad ha vinto, non se ne andrà facilmente e, peraltro, non si capisce nemmeno perché dovrebbe farlo.

Se, come ha dimostrato durante la guerra contro il jihad sunnita, è politicamente intelligente e aperto, potrebbe evitare di mantenere la patina di leader alawita esteso a tutta la Siria e crearsi l’immagine, e il progetto, di capo di tutti i siriani. L’Iran, poi, ha guadagnato quello che voleva, la securizzazione delle aree sciite al suo confine siriano.
Non vorrà più di questo, se ci sarà chi saprà trattare con i duri ma intelligenti capi religiosi della Shi’a iraniana.
Chi ha perso? Ma la Unione Europea, naturalmente. Ha proposto le due precedenti tregue, del tutto inefficaci; e non ha saputo crearsi una sua autonomia geopolitica tra una piatta ripetizione degli slogan USA e i suoi interessi a limitare e controllare l’emigrazione, che sono stati utilizzati come un ricatto dalla Turchia di Erdogan. Gli USA, se rientreranno nel quadrante mediorientale, non potranno farlo oggi che da perdenti: accettare le condizioni russe e ripartire da lì, senza farsi illudere dalle sirene del jihad sunnita di qualche loro alleato.

I segnali di Trump sono del tutto ragionevoli, da questo punto di vista. Israele può vedere consumarsi tutti i suoi nemici e contentarsi, oppure prendere in mano la situazione. Nel secondo caso, potrà far entrare USA e Russia nel nuovo corso delle trattative tra stato ebraico e stati islamici, fuori da tutte le vecchie idee della guerra fredda: cessioni territoriali inutili e pericolose, creazione di sacche strategicamente inutili a sud e a est, scambi commerciali solo sulla carta.

Vecchio ciarpame da “guerra fredda” che non serve più a nessuno. O la Russia farà la pace tra lo Stato ebraico e i suoi storici oppositori, oppure il lavoro che avrà compiuto in Siria si scioglierà come neve al sole. Il neopresidente Trump potrà, invece, ricostruire le egemonie USA in Medio Oriente, magari facendosi latore di un accordo militare tra tutte le parti che, quello sì, segnerebbe la grandezza e la lungimiranza del nuovo capo della Casa Bianca.
L’Unione Europea, intanto, starà a guardare il suo disastro demografico e strategico in attesa che qualcuno lo risolva per loro conto.

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