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Grande Guerra, Pillola 107: la battaglia per il Cavento fotogallery

Dopo tre battaglie il Corno di Cavento rimase in mano italiana, con le sue rocce spaccate dalle esplosioni, la sua neve annerita dalla battaglia ed i suoi morti, custoditi, dalla neve e dal ghiacciaio, che, ancora oggi, ogni anno, restituisce qualche reliquia di quella lotta terribile, combattuta un secolo fa, ad oltre 3.400 metri d’altezza.

Dopo i fatti d’arme del 1916, sul fronte dell’Adamello, una volta abbandonata l’idea di un’occupazione permanente della val Genova, che avrebbe comportato un impegno ritenuto eccessivo e poco remunerativo per il comando truppe del settore Valcamonica, le mire italiane si rivolsero, quasi inevitabilmente verso la val di Fumo, che appariva quasi a portata di mano dalle posizioni conquistate dagli alpini nelle battaglie dell’aprile 1916.

Dalla conquista dell’alta val di Fumo avrebbe potuto dipendere la messa in crisi del sistema difensivo tanto di val Genova quanto dell’intera valle del Chiese, con uno spostamento del baricentro della battaglia verso est. Il primo ostacolo tra l’invasione dell’alta val di Fumo e gli attaccanti era, di sicuro, il presidio austriaco del Corno di Cavento, che, con i suoi oltre 3.400 metri di altezza, dominava lo scenario glaciale. Gli italiani erano già in possesso dell’omonimo passo, un paio di centinaia di metri più in basso, e si trovavano, da un lato, nella situazione ottimale per tentare la difficile impresa, mentre, dall’altro, vi erano quasi obbligati da uno schieramento tattico che avrebbe potuto, da un momento all’altro, diventare insostenibile.

Gli austroungarici che presidiavano l’alta val Borzago ed avevano il loro comando di settore sul Carè Alto, non potevano permettere un’occupazione sine die del passo di Cavento e, prima o poi, avrebbero radunato truppe e mezzi per un contrattacco, che avrebbe potuto mettere in seria difficoltà l’intera occupazione dell’acrocoro glaciale da parte italiana. Si decise, perciò, di procedere all’occupazione del Cavento, con un attacco di sorpresa. La prima conquista del corno di Cavento non avvenne con modalità che ricalcassero le precedenti imprese italiane, dell’aprile del 1916: nell’anno di guerra che intercorse tra la conquista del passo di Cavento e la battaglia per il possesso della vetta del monte, il conflitto era assai cambiato, per dispiego di mezzi, consapevolezza tattica e preparazione, e anche in Adamello i cambiamenti si erano fatti sentire.

Se l’approccio alle Lobbie e alla linea Carè-Fargorida si era basato, soprattutto, sulla velocità, la sorpresa e le manovre aggiranti, non si poteva pensare di espugnare il Cavento, ormai solidamente presidiato e in perenne allerta, con la stessa tecnica: si dovette, pertanto, organizzare un’azione fondata senza dubbio sull’imprevedibilità, ma anche supportata da una pesante superiorità di mezzi e di uomini, da parte degli attaccanti. Il piano prevedeva un assalto concentrico su tre diverse direttrici, preceduto ed accompagnato da un violento bombardamento d’artiglieria: la massa attaccante era di circa 600 uomini, che rappresentava, come si è detto, una superiorità di dieci a uno rispetto ai difensori.

In proporzione, era minore il gap austroungarico in materia di artiglierie: durante la battaglia, dagli italiani furono sparate granate per circa 150 tonnellate, mentre i loro avversari si limitarono a poco meno della metà. Il 15 giugno 1917, gli alpini del 4° reggimento, con in testa il battaglione Val Baltea, affrontarono difficoltà intorno al 3° grado alpinistico, con qualche passaggio di 4°, per superare la cresta nord e la parete ovest del monte: si tratta, comunque, ancora oggi, di una scalata di un qualche impegno, le cui asperità naturali devono essere moltiplicate, tenendo conto dell’attrezzatura dell’epoca, della situazione e del momento particolare.

Giunti sulla cima del Cavento, gli alpini si gettarono in un feroce corpo a corpo con i Kaiserjaeger della 1° Compagnia, la maggior parte dei quali riuscì a mettersi in salvo verso il Caré Alto. Le conseguenze immediate della conquista italiana del Cavento furono, tutto sommato, abbastanza modeste: poichè, come si è detto, gli italiani avevano già dei validi osservatori sulle vedrette di Lares e di Fumo, situati sul Dosson di Genova, sul Crozzon di Lares e su quello del Diavolo, l’unico vero risultato bellico, per loro, fu un deciso allungamento delle linee di rifornimento, con tutti i problemi logistici a ciò collegati.

Quanto agli austroungarici, l’aver perduto il Cavento comportò uno sforzo difensivo maggiore, data la necessità di presidiare in permanenza la vedretta di Lares, con l’inevitabile aggravio logistico dovuto allo scavo di gallerie protettive per circa 9 chilometri, e alle predisposizione di infrastrutture di supporto: in particolare, la galleria di 3,5 chilometri che portava dai Pozzoni al Folletto, con le diramazioni per il “Dentone” e per lo “Spigolo dell’Ombrella”.

Fu proprio questo vasto sistema di invisibili passaggi sotto il ghiaccio della vedretta a propiziare la riconquista del Corno di Cavento da parte austroungarica: dall’intrico di cunicoli, infatti, si potè scavare una serie di brevi gallerie d’approccio, che permisero di ridurre al minimo lo sbalzo delle truppe d’assalto, prima di entrare in contatto con gli avversari che presidiavano la vetta. La data dell’attacco venne fissata al 15 giugno del 1918, anniversario della conquista italiana.

L’audace piano venne elaborato da due capitani, grandi esperti di alpinismo militare, Enserberg e Bilgheri, che possiamo considerare i degni avversari di Nino Calvi, sull’opposto fronte: avrebbe, invece, guidato l’attacco il primo tenente bolzanino Oberrauch, dei Kaiserschűtzen. Una galleria, sotto la vedretta di Lares, giungeva fino agli avamposti italiani del Cavento: di lì partivano tre cunicoli, da cui spuntarono, improvvisamente, le tre squadre d’assalto, comandate, rispettivamente, dai capiplotone Schatz, Mulzer e Tappainer, decorati, per questa brillante azione, di medaglia d’oro al valor militare.

Il presidio del Cavento, che contava una settantina di alpini, venne catturato, mentre il comandante riuscì, invece, a raggiungere il passo, sottraendosi alla prigionia.

Questa azione molto audace e condotta brillantemente, se, da un lato, rappresentò solo un atto della tragedia adamellina, dall’altro, invece, diede un positivo ed importante impulso al morale delle truppe austroungariche dell’intero Rayon, impegnate nell’operazione “Lawine”, ossia l’equivalente glaciale della battaglia del solstizio.

L’ultimo episodio di questa gara alpinistico-militare per il possesso del Cavento avvenne soltanto 32 giorni dopo la riconquista austroungarica della montagna, il 19 luglio 1918: gli alpini del Val Baltea, che, ormai, consideravano il Cavento come una loro questione personale, assaltarono la “Bottiglia”, con una compagnia e tre plotoni d’assalto, ma presto dovettero rallentare, per la forte resistenza avversaria. Interveniva, a questo punto, il reparto d’assalto del battaglione Monte Mandrone, comandato dal tenente ardito Niccolò degli Albizzi, che irrompeva sulla cresta.

Per questa azione, vennero utilizzate le solite aliquote importanti d’artiglieria, che spararono anche con proiettili a gas, peraltro poco efficaci, nell’utilizzo in alta montagna: nel cielo del Cavento, tra le esplosioni e la lotta feroce, che divampò per circa un’ora, si videro anche volteggiare degli aeroplani, a dimostrazione di una costante evoluzione tecnica delle battaglie della Grande Guerra, perfino in quel contesto così particolare.

Alla fine, gli alpini rimasero padroni del campo: gli austroungarici ebbero una quarantina di morti, tra cui il comandante Oberrauch, che, solo un mese prima, aveva riconquistato la posizione, e un’ottantina di prigionieri.

Con l’azione del 19 luglio 1918, cessarono le operazioni di un qualche rilievo nel settore del Corno di Cavento: la Guerra Bianca, ormai, insisteva nel settore di conca Presena e del Tonale, mentre, in senso assoluto, la Grande Guerra sul fronte italiano si sarebbe decisa là dove erano schierate le grandi unità, ossia sul Piave e sul Grappa.

Il Cavento rimase in mano italiana, con le sue rocce spaccate dalle esplosioni, la sua neve annerita dalla battaglia ed i suoi morti, custoditi, dalla neve e dal ghiacciaio, che, ancora oggi, ogni anno, restituisce qualche reliquia di quella lotta terribile, combattuta un secolo fa, ad oltre 3.400 metri d’altezza.

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