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Arturo Brachetti al Creberg: “Porto il pubblico nei luoghi della mia anima”

Il 13 e 14 gennaio toccheranno alla fantasia e all'estro del magico Arturo Brachetti il compito di incantare il pubblico del teatro bergamasco

Grandi e piccoli, preparatevi a sognare. Il 13 e 14 gennaio toccheranno alla fantasia e all’estro del magico Arturo Brachetti il compito di incantare il pubblico del teatro Creberg. Torinese di nascita, Brachetti è noto come regista teatrale, storica è infatti la collaborazione col trio Aldo, Giovanni e Giacomo per quanto riguarda le loro performance sul palco, ma soprattutto come eccelso maestro di quick change, il trasformismo, arte che proprio lui riportò in voga.

Dopo una vita dedicata alla magia, alle ombre cinesi e all’arte della fantasia e dell’immaginazione che si fanno spettacolo, fiero dei successi di anni di onorata carriera, Arturo Brachetti ha deciso di portare in tournée in Italia il suo nuovo one man show, intitolato esattamente Solo, prima di farlo conoscere in tutto il mondo. Ma che cos’è questa nuova avventura? Ne abbiamo parlato con lui.

Partiamo da una domanda più generale: dopo anni di carriera passati tra Italia ed estero, quale è stato per lei il momento, il luogo, il palcoscenico o l’incontro che le ha dato qualcosa in più, fino ad ora?

Vediamo un po’…Sono 40 anni che faccio questo lavoro e grazie ad esso ho girato il mondo. Non è facile rispondere perché ho incontrato tantissime persone ma allo stesso tempo posso dirti che la Francia è il paese che mi ha cambiato la vita, in due momenti differenti. Quando ci sono arrivato la prima volta col mio primo spettacolo ero giovanissimo, con una valigia in mano e tanti sogni da realizzare. Il fatto era però che quando approdai al cabaret Paradis Latin mi presero subito perché ero l’unico a fare ciò che faccio. Anche oggi a dire il vero è così, perché nonostante ce ne siano molti che fanno questo mestiere, l’esperienza e la passione che ho mi hanno fatto acquisire una velocità ed una capacità invidiabili. Ma a quell’epoca ero effettivamente l’unico. Nel 2000 invece grazie allo spettacolo L’uomo dai 1000 volti vinsi il Premio Moliére, importantissimo in Francia. In seguito sono arrivati tanti altri riconoscimenti, manna per noi artisti: dal Guinness dei primati alle quattro statue di cera (in varie città del mondo) che mi rappresentano. La prima è appunto a Parigi, ecco perché per me la Francia e la sua capitale hanno un valore sentimentale inestimabile.

Perché questa volta ha deciso di partire dall’Italia?

Semplicemente perché l’Italia è il mio paese d’origine. Iniziare da qui mi serve per riordinare le idee e metterle a posto, e il posto migliore per farlo è appunto il tuo paese, con un pubblico che parla la tua lingua. E’ indubbiamente più comodo: diventa più facile rapportarsi e quindi correggersi e migliorarsi.

Ora parliamo di Solo: il suo nuovo spettacolo com’è? Che cos’ha di diverso dai precedenti?

“Lo spettacolo è un vero e proprio as-solo di violino”; è curioso ma indicativo come la parola significhi la stessa cosa in 4/5 lingue diverse. In ogni caso, è qualcosa di mio: in scena sono da solo e c’è una casetta in miniatura, “tipo casa delle bambole, non so se hai presente!?” Ecco che allora giro le pareti e scopro le stanze. Questa è la mia casa. Ognuno di noi ha dentro di sé una casetta simile, e la mia ha sette stanze. Ogni luogo corrisponde ad un “tema” che mi permette di fare un pezzo. Ci sono l’apparenza, il bisogno, il tempo e il potere, ad esempio. Porto il pubblico ad emozionarsi con me per quelli che sono i luoghi della mia anima, fino ad arrivare ad una stanza numero 8 (numero dell’Infinito, ndr) che è la più segreta. Quella non voglio aprire. Qui c’è la Fantasia, che custodiamo gelosamente. Stanza in cui ci rifugiamo quando ne sentiamo il bisogno, in cui chiudiamo gli occhi e ci lasciamo andare ai nostri pensieri o in cui sogniamo ad occhi aperti. Stanza in cui forse si nasconde la parte più tenera e vulnerabile di noi, ma anche la più bella.
Tutto lo spettacolo si snoda quindi su un binario fondamentale che vede da una parte la sorpresa e la cultura, magari per chi è più attento, e dall’altra una sfera più emotiva e riflessiva che faccia pensare.

E immagino che qui prenda vita una serie innumerevole di personaggi…

Ho tante trasformazioni, per esempio nella camera dei bambini che rappresenta l’Innocenza io divento un personaggio delle favole: da Peter Pan ai personaggi di Frozen, da Aladdin a Shrek, da Biancaneve alla Bella e la Bestia. E tutte mi portano via 7 minuti, emozionanti e divertenti. Nel soggiorno invece svelo l’Apparenza, e mi travesto da personaggi legati alla magia: Mandrake, Houdini, un fachiro, un’incantatrice, Mago Merlino…Insomma, tanto divertimento e tanta emozione. Il pubblico è attento e viene trasportato in questa dimensione onirica e fantasiosa. Si lascia avvolgere dalla magia di quello che vede sul palco. Nella stanza del Tempo ci sono le 4 stagioni e per descrivere l’inverno ci si avvicino molto alla pittura di Chagall.

Pochi minuti e tantissimo da fare: quanto è dura la preparazione di una sua performance?

Per approntare lo spettacolo ci vuole un annetto perché so già dove andare a parare. Poi tre mesi più o meno di pre-produzione. E’ il durante che è complicato: ci sono scene di laser flight impegnative e siamo un carrozzone che viaggia e che coinvolge due tir e 13 tecnici, nonostante io sia in scena da solo. Se invece fai rifermento al mio allenamento ti dico “abbastanza”! Fortunatamente nascondo i miei quasi sessant’anni con la ginnastica: sudo con quell’applicazione terribile, 7 minutes workout, dove uno ti insulta e ti sprona a faticare. Io lo faccio e raddoppio il tempo degli esercizi, e grazie a ciò posso muovermi ancora bene sul palco. Poi aggiungici una sana alimentazione senza grassi e senza dolci, escluso il panettone però, perché quello è un rito a cui non rinuncio!

Mi sembra giusto! Senta, lei non è un artista – se così possiamo dire – “classico”, perché le sue specialità sono di certo esclusive: da dove nasce allora questa passione per il trasformismo, la magia e via dicendo?

Io amo definirla una “sfiga sfortunata”, perché da piccolo, quando ero “magrolino e timidino”, i miei mi mandarono in seminario. Lì incontrai un prete che aveva la passione per i giochi di prestigio e la magia. Era bravo e io trovai in lui un maestro che mi diede uno status mentale forte e grazie al quale queste cose divennero il mio pane, il mio credo. Creai diciamo una mia filosofia che mi ha portato in giro per il mondo e qui dove sono ora.

Grazie al suo essere trasformista ha vestito i panni di diversi personaggi. Se le chiedessi di sceglierne tre, che ha già fatto o che le piacerebbe interpretare cosa risponderebbe?

Come dicevi prima, per via di quello che faccio non ho mai interpretato un personaggio per tanto tempo. Posso dirti che amo volare, e questo lo faccio sul palco come un angelo o impersonando Esther Williams (attrice e campionessa di nuoto celebre per film musicali con spettacolari scenografie di nuoto e tuffi, ndr). Pensando a come sono io poi i personaggi per me più facile sono quelli leggeri, come le donne o i bambini, gli elfi o un Peter Pan.

Bene…Per chiudere: “è la realtà immaginata che ci rende più felici”. Che significato ha questa frase? E di conseguenza, considerata anche la sua bellissima carriera, chi è oggi Arturo Brachetti?

La realtà immaginata è qualcosa che c’è sempre nella vita quotidiana. E’ un qualcosa di cui abbiamo tremendamente bisogno: dalla signora che si toglie 15 anni sui Facebook al ragazzo che racconta di avere tre fidanzate non ne ha nemmeno una. E’ quella illusione di cui non possiamo fare a meno, perché è come una piccola bugia detta per sopravvivere, e che ci regala quindi un piccolo sprazzo di felicità. Non si può spiegare. E’ qualcosa di noi. Tutti la usiamo. Siamo fatti un po’ di illusione e di apparenza. Come dicevo prima io volo sul palcoscenico. E’ come quando si vuole vivere un mito. E’ un trucco con il quale si fa leva su chi ci ascolta e ci guarda: lo appassioniamo e lo impressioniamo. L’illusione è emozione che esprime un sogno e che ha il sapore della felicità. Io amo Peter Pan e in scena non ho più un’età! Per questo rispondo dicendoti che “Arturo Brachetti oggi è un adolescente imprigionato, ahimè, in un corpo da sessantenne”.

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