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Francesco De Carlo live al Maite, 
il primo stand up comedian italiano da esportazione

Domenica 8 gennaio alle 21 al Maite sarà protagonista Francesco De Carlo, 
il primo stand up comedian italiano da esportazione.

Si esibirà domenica sera 8 gennaio al Maite, alle 21, il primo stand up comedian italiano dal curriculum internazionale.

Francesco De Carlo, classe 1979, è l’unico in Italia a poter vantare un repertorio anche in lingua inglese che lo ha portato esibirsi al Comedy international Showcase di Montreal e davanti alle platee internazionali di Londra, Edimburgo, Berlino, Mosca, Johannesburg, Oslo, Helsinki ma anche in Sud Corea, Estonia e Lettonia.

Lo spettacolo nel quale si esibirà De Carlo, “Cose dell’altro mondo”, sarà infatti un monologo ricco delle esperienze maturate in giro per il globo.

De Carlo fa parte di una generazione di giovani comici italiani – fra i quali vanno ricordati Giorgio Montanini, Filippo Giardina e Saverio Raimondo, per citarne alcuni – che vuole superare la cifra comica del tormentone, del personaggio-macchietta e dello stereotipo regionale. Al centro del suo lavoro c’è infatti un modo di guardare ai costumi della società contemporanea mettendone in risalto le abitudini, le contraddizioni e le nevrosi attraverso la lente dell’umorismo.
Della commedia, appunto.

Dalla sua biografia emerge che “si è occupato di giornalismo (senza mai diventare giornalista), di politica (senza mai diventare politico) e di birra doppio malto (senza mai diventare birra doppio malto)”.

Tre obiettivi, singolarmente mancati tutti e tre, ma che lo hanno inesorabilmente portato a sviluppare quella capacità di raccontare la realtà in modo critico, sapendo ridere di sé e del mondo con quell’ironia esplosiva rintracciabile nei monologhi che esibisce nei suoi spettacoli, ma anche nel corso di una chiacchierata telefonica.

Francesco, non è la prima volta che ti esibisci a Bergamo, già qualche mese fa ti abbiamo apprezzato al Maite. Quali saranno i temi o gli argomenti al centro del tuo nuovo spettacolo?
“Sono stato di recente per tre mesi a Londra, dove ho potuto portare in scena decine di serate nei comedy club londinesi. È stata un’esperienza molto importante sia dal punto di vista personale che professionale. Ho potuto immergermi nella cultura inglese, scoprendo aspetti che non conoscevo, ma anche capire meglio cosa significa essere un italiano all’estero. In questo spettacolo ci saranno quindi riferimenti all’attualità, a cominciare dalla reazione degli inglesi alla Brexit. Così come cercherò di portare sul palco il tema dell’immigrazione e dell’italiano all’estero, con gli stereotipi positivi e negativi che si porta addosso, dalla cultura dell’illegalità all’essere caciaroni”.

La stand up comedy è un genere di comicità di stampo anglosassone dove la cultura degli spettacoli comici dal vivo è matura. Come sta oggi la stand up comedy in Italia?
“Abbiamo una situazione diversa dal mondo anglosassone, dove c’è un modo di intendere la comicità del tutto diverso. La cultura degli spettacoli comici live è consolidata da decenni, il pubblico è molto ricettivo così come esistono circuiti di club che fanno dello spettacolo dal vivo la loro ragion d’essere. La vera differenza in Italia la fa la mancanza di locali, non c’è l’abitudine a fare serata andando a vedere comici sconosciuti in piccoli locali. La dimensione ideale per la stand up comedy è invece proprio questa, quella dei club con 60-70 persone, dove è possibile stabilire una relazione intima con il pubblico. Questa è l’unica dimensione attraverso la quale la stand up comedy più diffondersi in Italia”.

E come ti aspetti che possa evolvere?
“C’è una curiosità che sembra essere partita innanzitutto dal pubblico. C’è la voglia di ascoltare monologhi originali, in cui il comico offre la propria capacità di guardare al mondo e alla quotidianità in modo onesto, schietto, sapendo far ridere anche degli aspetti più controversi. Fortunatamente ci sono locali come il Maite a Bergamo o il Cicco Simonetta a Milano, per citarne alcuni, che sono un terreno di coltura eccezionale per la comicità. Questi locali fanno qualcosa di eccezionale perché offrono ai giovani comici la possibilità di esibirsi e di fare palestra, di allenarsi al rapporto con il pubblico, di prendere confidenza con i tempi della risata, di capire cosa funziona e cosa no. Perché questo è quello che fa la differenza: anche i più grandi stand up comedian che riempiono teatri ed arene continuano ad avere bisogno di questa dimensione più intima”.

Quali sono gli stand-up comedian italiani o internazionali, del presente e del passato, ai quali ti ispiri?
“In Italia, Grillo e Benigni agli inizi della loro carriera si sono cimentati un po’ sul terreno della stand up comedy. Poi uno ha fondato un partito e l’altro è finito a leggere la Bibbia in tv. Personalmente, trovo che i riferimenti imprescindibili siano George Carling, Louis C.K., Tommy Tiernan. Si possono trovare esempi molto interessanti anche sulle piattaforme di streaming online a pagamento: su Netflix, ad esempio, ci sono gli spettacoli di Jim Jefferies (Freedumb), Michael Che (Matters) e Bo Burnham (Make happy). Essendo un genere che abbiamo importato, è a questi comici anglosassoni che dobbiamo guardare”.

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