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Grande Guerra, Pillola 106: la Guerra Bianca sui ghiacciai italiani fotogallery

La cosiddetta Guerra Bianca fu un particolare aspetto della prima guerra mondiale sul fronte italiano, assolutamente peculiare e, per molti versi, unico nella storia militare moderna. Cominciamo con il chiarire cosa si debba intendere con il termine Guerra Bianca, giacchè vi sono stati diversi equivoci in proposito nella storiografia, anche recente, dedicata alla Grande Guerra.

Per Guerra Bianca non si intende una guerra combattuta in ambiente montano, giacchè la maggioranza del fronte italo-austriaco avrebbe posseduto queste caratteristiche, bensì il conflitto che si combattè in ambiente glaciale e subartico, ovvero in zone alpine caratterizzate dalla presenza tutto l’anno di neve e ghiaccio: queste zone si riducono, in sostanza, a tre soli settori di fronte, vale a dire quello delle tredici cime, in alta Valtellina, quello dell’Adamello-Presanella, in alta Valcamonica e, infine, quello della Marmolada, nelle dolomiti.

Più semplicemente, possiamo dire che la Guerra Bianca ebbe, come basi di partenza e logistiche, posizioni che, nel resto del fronte avrebbero rappresentato le massime vette: per intenderci, il Monte Nero (Krn), che era la cima eminente nel settore di Caporetto e Tolmino, è alto 2.245 metri, mentre il rifugio Garibaldi, base di partenza italiana in Adamello, si trova a 2.550 metri e il passo dello Stelvio a 2.757 metri.

Va da sé che queste particolari caratteristiche, tanto orografiche quanto climatiche, determinarono necessità e prerogative del tutto uniche, che, in molti casi, resero i combattenti della Guerra Bianca molto più simili ad alpinisti veri e propri che a semplici truppe da montagna. Come l’addestramento dei soldati impegnati a queste quote impervie, anche gli equipaggiamenti, un poco alla volta, vennero adeguati alle specifiche esigenze di un simile modo di combattere: attrezzature da arrampicata, indumenti termici adeguati, racchette da neve e sci divennero, col tempo, normali.

Inoltre, furono adattati ai bisogni della Guerra Bianca anche gli aspetti logistici, con la costruzione di un gran numero di baracche d’alta quota, di teleferiche e telefori a mano e con il trasporto anche sulle vette più alte di artiglierie, anche di medio calibro, e di impianti fotoelettrici, come nel caso della batteria di cannoni collocata sulla cima dell’Ortles, che, con i suoi 3.905 metri fu la quota bellica più elevata di sempre. Quanto ai protagonisti di questa guerra tanto complessa e particolare, essi furono, innanzitutto, gli alpini ed i Tiroler Kaiserjäger: sugli alpini, c’è poco da dire, dato che tutti conoscono le caratteristiche delle penne nere, mentre per i TKJ va detto che essi nacquero come fanteria celere (qualcosa di simile ai nostri bersaglieri), ma vennero presti indirizzati alla guerra in montagna, soprattutto in funzione delle loro zone di reclutamento, ossia il Tirolo ed il Vorarlberg.

Nelle file austroungariche, inoltre, combattevano truppe specifiche da montagna, ossia i Landesschützen (vera fanteria da montagna) e gli Standschützen (milizie tirolesi volontarie), che si batterono con grande valore sul fronte alpino. Anche nel regio esercito si formarono reparti alpini volontari (VA), che andarono a formare delle centurie schierate tanto in Valtellina quanto in Valcamonica, e che si comportarono anch’essi assai valorosamente.

Nel corso del conflitto, poi, vennero a crearsi, quasi per selezione naturale, piccoli reparti, tanto italiani quanto austroungarici, superspecializzati nella guerra alpinistica e che venivano utilizzati per aprire la via alle altre truppe o per compiere azioni particolarmente difficili e rischiose: tra questi reparti si possono collocare le Guide Ardite di Val Zebrù e i loro avversari, i Bergführer, che diedero vita a scontri epici, su posizioni vertiginose ed irraggiungibili per i comuni mortali.

Quanto all’andamento del conflitto vero e proprio, è necessaria un’ulteriore precisazione: inizialmente, sia i comandi italiani che quelli austroungarici non ritenevano possibile combattere alle quote glaciali e, per la verità, ne escludevano perfino il semplice presidio, se non alle quote più accessibili, come nel caso del passo Paradiso o della conca Montozzo. Per prevenire possibili invasioni nel settore alpino, gli austroungarici avevano fortificato le principali strade d’accesso al Tirolo, con la costruzione di vasti sistemi corazzati, come nel caso della strada del Tonale o dello sbarramento di Lardaro, proprio perché veniva esclusa a priori la possibilità di uno sfondamento in quota: l’esperimento effettuato dal capitano Adami, che già negli anni settanta del XIX secolo aveva condotto una compagnia di alpini fino agli oltre 3.200 metri del passo della Tredicesima, non doveva avere insegnato granchè ai vertici militari. Non a caso, le prime scaramucce della Guerra Bianca avvennero nei settori più accessibili del fronte, come la conca Presena ed il Montozzo.

La svolta, almeno per la zona dell’Adamello, ossia quella che impegnò i reparti più numerosi e che offriva le prospettive strategiche più realizzabili, si realizzò nell’inverno 1915-1916, quando il capitano Calvi, comandante della compagnia autonoma “Garibaldi”, con l’approvazione del suo comandante di reggimento, il colonnello Barco, sfruttando l’errata convinzione dell’impossibilità di un’operazione di un qualche rilievo elaborò un audace piano per conquistare le due vedrette che scendevano verso la val Genova, quella del Mandrone e quella della Lobbia, con la concreta possibilità di aggirare l’intero dispositivo austroungarico, tra la valle del Chiese e la val di Sole. Nino Calvi, il più anziano dei quattro celebri fratelli, era un eccezionale alpinista ed un pioniere dello scialpinismo: perlustrò personalmente tutti gli angoli più remoti di quell’immenso acrocoro glaciale e preparò meticolosamente le direttrici d’attacco. Inoltre, fece dotare i suoi uomini di sci e racchette da neve, per permettere loro di muoversi velocemente sul ghiacciaio.

La prima grande battaglia della Guerra Bianca cominciò l’11 aprile 1916, ed interessò l’intero reparto sciatori di Calvi, rinforzato da aliquote dei btg. Alpini Edolo e Val d’Intelvi: le posizioni austroungariche sulla dorsale che separava le due vedrette, formata dalle tre Lobbie, dal passo della Lobbia, da Cresta Croce e dal Dosson di Genova, che gli imperiali avevano fortificato, dopo essersi accorti dei preparativi italiani, vennero rapidamente e brillantemente conquistate.

Il 28 aprile, partendo dalle nuove posizioni conquistate, gli alpini di Calvi mossero verso il Crozzon di Lares, il passo di Cavento e il Crozzon di Fargorida, che dividevano la vedretta della Lobbia dalla displuviale del Sarca, col duplice obiettivo di mettere in crisi le difese austroungariche del Carè Alto e di scendere in val Genova dal passo delle Topette. L’azione riuscì parzialmente, ponendo le basi di un’ulteriore spinta offensiva che, nei mesi successivi, avrebbe portato gli italiani a giungere fin quasi a Pinzolo e ad occupare il Corno di Cavento.

Ormai, era chiaro che si poteva combattere a quelle altezze: era iniziata la Guerra Bianca vera e propria, che avrebbe visto reparti sempre più numerosi operare in maniera stabile al di sopra dei 3.000 metri. Un discorso a parte, come vedremo, va riservato agli altri settori di fronte in cui si combattè alle medesime quote, di cui ci occuperemo nel prossimo capitolo.

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