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“Violenza delle donne agli uomini, a Bergamo per vergogna nessuno denuncia”

Violenza di genere, il sostituto procuratore di Bergamo, intervenuto al congresso internazionale di diritto, analizza la situazione nella nostra provincia: "Trattiamo 600 casi all'anno. Fenomeno da non sottovalutare"

Violenza di genere, un fenomeno tristemente noto e sempre più diffuso in Italia e in Bergamasca. Ma se quella degli uomini sulle donne emerge ormai quasi quotidianamente, nella nostra provincia la vergogna di denunciare porta a tenere nascosta la violenza delle donne agli uomini. Certo, quasi mai fisica, ma comunque grave.

Questo e altri temi sono emersi nel corso del congresso internazionale di diritto che si è svolto nei giorni scorsi nella sede di via Caniana dell’Università degli studi di Bergamo. Al meeting, articolato su due giornate ricche di interventi di esperti del settore che hanno trattato diversi temi, hanno preso parte anche alcuni operatori giuridici e autorità spagnole, arrivati da Ibiza.

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Tra gli interventi più interessanti, quello del pubblico ministero di Bergamo Gianluigi Dettori, riguardante appunto la violenza di genere. Abbiamo approfondito il tema in questa intervista.

Violenza di genere, com’è la situazione a Bergamo e provincia?

Non ho dati comparativi con altre realtà territoriali, ma il fenomeno non è affatto in calo. Posso dire che nella Procura di Bergamo c’è un gruppo specializzato nei reati contro le vittime vulnerabili, composto da quattro pubblici ministeri, e al gruppo vengono assegnate mensilmente circa 50 notizie di nuovi reati di questo tipo (quindi 600 annui) gravi e meno gravi, gestiti in maniera non esclusiva da quattro sostituti procuratori della Repubblica.

Sempre in Bergamasca, è un fenomeno in crescita?

Sicuramente non è un fenomeno in calo, nonostante i grandi sforzi della Polizia Giudiziaria, della Procura della Repubblica e delle altre realtà territoriali (servizi sociali, strutture sanitarie e associazioni di sostegno alle vittime). Non ho dati statistici, ma non credo che le pure apprezzabili modifiche normative recenti abbiano inciso molto sul fenomeno. Penso infatti che sia un fenomeno da affrontare dal punto di vista culturale ed educativo, più che repressivo, anche per la particolare recidivanza delle condotte: un soggetto che non sa gestire il proprio rapporto con l’altro, tenderà a malgestire anche la successiva relazione affettiva. Insomma, se non si affronta il problema anche dal punto di vista del “maltrattante” si rischia di intervenire solo a valle del problema (quando si è verificato già), trascurando così la causa e quindi perdendo la battaglia della prevenzione.

C’è ancora la paura di denunciare?

C’è ancora reticenza a denunciare, per i più svariati motivi, alcuni culturali ma non solo. Spesso c’è anche la paura di non essere adeguatamente supportati, o di non essere creduti dalle istituzioni, o di non essere protetti a dovere. Ebbene, sono false convinzioni, perchè le strutture istituzionali ormai sono abbastanza preparate a gestire il fenomeno. Con la precisazione che però è indispensabile, per affrontare il caso concreto, che la vittima sia disponibile e collaborativa: il percorso spesso è difficile e doloroso, ma non si riesce ad affrontare e risolvere il problema se non c’è una seria collaborazione e fiducia della persona offesa.

Si parla spesso di “femminicidio” quando viene uccisa una donna, è corretto?

È corretto a mio parere parlare di omicidio in generale, quando viene uccisa una persona. Io non amo il termine “femminicidio” perchè ottiene l’effetto culturale contrario, e tende inconsapevolmente a “discriminare” le donne anziché a garantire loro l’uguaglianza di cui hanno diritto. Non è certo creando categorie “diverse” che si rendono egualitari i modi di pensare.

Che ruolo ha il web in questo tipo di reato?

Nei reati contro le fasce vulnerabili spesso ci imbattiamo in delitti commessi attraverso il web, specialmente i social media, perchè garantiscono una malintesa garanzia di impunità. C’è l’errata convinzione che le condotte commesse nel web non siano rintracciabili, e invece ogni comunicazione è assolutamente tracciata e l’autore identificabile.

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Esiste anche una violenza delle donne sugli uomini: in cosa consiste e c’è anche a Bergamo?

Esiste anche questo fenomeno. Io credo che sia indifferentemente grave che un uomo maltratti una donna, o che una donna maltratti un uomo. Il problema, a mio parere e senza invadere competenze che non mi appartengono, è la difficoltà di gestire i rapporti interpersonali in un mondo moderno che può dare l’impressione di poter ottenere qualunque cosa; è come se la società si sia disabituata al rifiuto, alla sconfitta.
E’ però vero che la violenza della donna contro l’uomo è differente, e difficilmente si concretizza in atti violenti, assumendo assai più spesso aspetti più sottili, come l’utilizzo dei figli contro l’ex compagno o come il “ricatto sessuale”, per esempio.
A Bergamo il fenomeno esiste, ma non emerge, anche per ragioni culturali: la cultura “machista” (del “macho”) tende a sottovalutare il fenomeno o comunque a nasconderlo, per la paura del giudizio sociale che si teme accompagni una denuncia di un uomo contro una donna.

Che consigli darebbe a chi è vittima di questo tipo di reato?

In generale il consiglio è di affidarsi agli esperti, per gestire il problema, e a non fare da soli. Non è una situazione gestibile, e richiede competenze specifiche. Inoltre il consiglio è di denunciare, perchè la sottovalutazione del fenomeno può essere assai rischioso, e rischia di emergere solo quando è ormai tardi.

Ci spiega la sua proposta sui reati più gravi, i soli che sarebbero da giudicare in penale?

Io sono un sostenitore del “diritto penale minimo”: l’ordinamento penale (e quindi la giustizia penale) dovrebbe occuparsi solo dei fatti gravi, quelli che danneggiano davvero beni giuridici primari e che non possono essere tutelati in maniera diversa, per esempio con adeguate sanzioni amministrative o civili. Anche perchè – al di là dei profili teorici – ridurre il numero di fatti da sottoporre al giudizio dei tribunali significa gestirli più velocemente ed efficacemente. Insomma, per gestire tutto in sede penale si rischia, come ormai succede oggi, di non gestire efficacemente nulla.
Ma questa è una scelta che non compete alla giurisdizione, ma al legislatore, l’unico che a mio parere può decidere (nel sistema attuale governato dalla obbligatorietà dell’azione penale) quali fatti devono essere puniti penalmente, e quali invece possono essere sanzionati in maniera alternativa.

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