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Renzi, autocritica e attacco ai 5 Stelle: “Non lasciamo l’Italia a chi dice bugie”

L'ex premier non cerca scuse per la sconfitta elettorale e ammette le proprie responsabilità, senza però far mancare una nota critica verso il Movimento 5 Stelle e una bacchettata a chi all'interno del Pd festeggiava per l'esito del referendum.

“Abbiamo straperso”: Matteo Renzi aprendo l’assemblea nazionale del Pd all’Hotel Ergife di Roma non usa giri di parole per definire il risultato del referendum costituzionale di domenica 4 dicembre, parlando di sconfitta netta da non nascondere ma da ammettere e dalla quale ripartire. 

Era uno dei temi più attesi del discorso dell’ex premier che si è assunto le responsabilità del risultato fallimentare del tentativo di riforma e non ha risparmiato qualche frecciata, più o meno velata, al Movimento 5 Stelle. 

“La politica non si fa dicendo no a tutto – è stato il primo attacco di Renzi ai 5 Stelle – Chi vuole bloccare tutto finisce per bloccare il Paese: se si dice no alle Olimpiadi per bloccare la corruzione si fa il male solo della propria città e dell’Italia. Per bloccare la corruzione invece bisognerebbe scegliere meglio i propri collaboratori. Non si va da nessuna parte se pensiamo che la politica sia di chi urla più forte, la politica non è denuncia, la politica è cambiamento e il Pd ha accettato quella sfida. Il No del referendum condanna l’Italia a una palude istituzionale: ma abbiamo straperso, il 41% in un referendum è una sconfitta netta. Abbiamo perso al Sud, sui giovani di 30-40 anni, nelle periferie, sul web: abbiamo lasciato la rete a chi in queste ore è sotto gli occhi della comunità internazionale in quanto diffusore di falsità. Potremmo proporre un accordo al Movimento 5 Stelle, citando ciò che un candidato democratico disse ai repubblicani qualche anno fa negli Stati Uniti: voi la smettete di diffondere bufale sul nostro conto e noi smetteremo di dire la verità sul vostro, raccontando che siete un’azienda privata che firma contratti con gli amministratori con tanto di penali”.

Renzi ha anche parlato delle ragioni della sconfitta, in particolare rispondendo a chi identificava nell’eccessiva personalizzazione del voto il motivo principale: “A mio avviso l’errore più grande è stato non aver capito che il referendum era stato politicizzato, pensando ingenuamente che si potesse parlare di riforma costituzionale. Non aver capito che un raggruppamento che porta a votare 13 milioni di persone è il più forte in Italia e i signori del No alle prossime elezioni dovranno fare i conti con questo 41%. Sarà importante fare tesoro degli errori e ripartire perchè se c’è una cosa certa oggi è che il No non è una proposta politica omogenea”.

Poi le dimissioni: “Erano un dovere, le ho consegnate quattro volte. Tra il voto delle istituzioni e quello del popolo deve prevalere il secondo e da questo punto di vista adesso la ripartenza deve essere molto seria e deve fare tesoro di quello che è accaduto. La sconfitta fa parte del gioco della politica e se non sei in grado di accettarla non andrai mai da nessuna parte: quando si perde ammette e si mette da parte la sconfitta, non si cerca rivincita ma si cerca di migliorare imparando dai propri errori. Un leader non è colui che si mette al riparo dal vento e offre capri espiatori: un leader ammette di aver perso, impara e riparte. Il giorno dopo una sconfitta si deve essere migliori. Mi ha offeso sentire che con me si rischiava la deriva autoritaria: mentre ci sono partiti azienda e partiti dove gli amministratori devono firmare contratti e sottoscrivere penali. Mi ha ferito vedere persone di questo partito esultare dopo gli exit poll, ha offeso questa comunità. Ma non ho voluto fare del congresso il luogo dello scontro o del regolamento dei conti”.

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