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Grande Guerra, Pillola 104: ascesa e caduta di Nivelle, il bevitore di sangue foto

Colui che nell'immaginario collettivo europeo incarna forse maggiormente la figura del comandante spietato e inconsapevole delle catastrofi causate dai propri errori fu il francese Robert Nivelle: sullo Chemin des Dames, a fronte di progressi insignificanti, morirono quasi 190.000 francesi.

Un’abitudine tipicamente italiana è quella di descrivere i vertici del regio esercito, durante la prima guerra mondiale, come un’accozzaglia di sanguinari incompetenti o di parassiti senza idee e senza personalità: certamente, la mentalità antiquata di molti alti ufficiali italiani (e di stile “vecchio Piemonte”, in primis) e l’arroganza di numerosi generali contribuirono a delineare un ritratto tutt’altro che positivo della casta militare italiana, ma non tutti i generali erano così e, soprattutto, non solo gli italiani erano così.

Nel corso di questo lavoro, sono stati descritti molti comandanti, di tutti gli eserciti, che, alla prova dei fatti, non si rivelarono all’altezza della situazione: se Cadorna era autoreferenziale ed indifferente verso le carneficine che causavano le sue offensive, lo stesso si può dire di diversi altri suoi colleghi, su tutti i fronti. Colui che, forse, nell’immaginario collettivo europeo, incarna maggiormente questa figura di comandante spietato ed inconsapevole delle catastrofi causate dai propri errori, tanto tattici che strategici, fu il francese Robert Nivelle, “le buveur de sang”, una sorta di vampiro in tunica azzurra, che scaraventò i propri ‘biffins’ contro le poderose difese germaniche nella sciagurata offensiva nota agli storici come seconda battaglia dell’Aisne, ma molto più conosciuta col nome del suo epicentro: lo Chemin des Dames.

Proprio questo toponimo potrebbe essere preso a metafora del clamoroso pressapochismo con cui, talvolta, viene raccontata la storia della prima guerra mondiale: lo Chemin des Dames deve il suo nome al fatto che, nel XVIII secolo, le due figlie di Luigi XV (le ‘Dames de France’) vi passavano spesso, per andare a visitare la contessa di Narbonne-Lara, istitutrice del padre e a loro molto cara. Su di una pubblicazione italiana assai diffusa, qualche tempo fa, a qualche storico improvvisato venne l’incauta idea di inventarsi che quel nome fosse derivato alla località dell’Aisne dal flusso delle vedove in gramaglie, dopo l’ecatombe del 1917: idea suggestiva, ma del tutto priva del minimo legame con la realtà.

Ecco, spesso la storia si scrive e si racconta così: e questo non fa le un buon servizio e, soprattutto, non fa un buon servizio ai lettori. Uomo avvisato…

Tornando a Nivelle: egli, subentrato a Joffre nel dicembre del 1916 come comandante in capo dell’esercito francese, in virtù dei suoi successi sul fronte di Verdun, sia come comandante di reparto che di settore, brillante generale, indubbiamente dotato di una parlantina convincente ed alonato dell’aura di riconquistatore di Douaumont, era entrato nelle grazie del primo ministro francese Briand ed era riuscito a risultare credibile perfino alle orecchie, poco inclini a farsi abbindolare, di quello britannico Lloyd George. Nivelle era sicuro di poter vincere la guerra entro il 1917, scatenando un’offensiva gigantesca, che avrebbe dovuto iniziare con un attacco in grande stile sul fronte della 7a armata germanica.

La primavera del quarto anno di guerra, insomma, era arrivata foriera di nuove stragi, dopo la relativa pausa dei mesi invernali. Dal canto loro, il comandante tedesco, Von Bőhn, ed i suoi subalterni erano perfettamente informati circa le intenzioni francesi e, perciò, non solo avevano truppe potentemente trincerate e fortificate, ma anche del tutto preparate a sostenere l’urto nemico. La grande offensiva, che avrebbe dovuto procurare quello sfondamento di settore necessario a propiziare la vittoria strategica profetizzata da Nivelle, fu progettata sul modello di altre, ugualmente gigantesche, operazioni che avevano dimostrato ampiamente tutti i loro limiti, come Verdun o la Somme: 1 milione e 200.000 uomini e più di 7.000 pezzi d’artiglieria furono impiegati in questo scontro colossale.

La guerra, intanto, insegnava che la tattica più redditizia era rappresentata da infiltrazioni locali di reparti relativamente piccoli e superspecializzati nella tecnica d’assalto, ma questa verità non era ancora stata pienamente metabolizzata dai comandi tanto alleati quanto degli imperi centrali. Va anche detto che i grandi piani di Nivelle non trovavano l’appoggio di tutti: il comandante britannico, Haig, ad esempio, che avrebbe dovuto garantire attacchi diversivi nella settimana precedente l’offensiva, si era dichiarato contrario al progetto, così come il salvatore di Verdun, Petain, che sarebbe subentrato a Nivelle al vertice dell’Armée, dopo il disastro dell’Aisne.

Ma la politica, evidentemente, prevalse e, la mattina del 16 aprile 1917, due armate francesi, la 5a (Mazel) e la 6a (Mangin), per un totale di 19 divisioni, appoggiate da una notevole massa di carri armati Schneider, attaccarono le munitissime linee germaniche, su di un fronte di un’ottantina di chilometri, tra Reims e Soissons. Il primo giorno registrò perdite apocalittiche, paragonabili al terribile primo luglio 1916, quando le fanterie inglesi erano state massacrate sulla Somme: circa 40.000 francesi furono messi fuori combattimento nella terra di nessuno e più di 150 tank vennero distrutti o si guastarono. Perfino la tattica del “creeping barrage”, adottata da Nivelle ad imitazione dei suoi colleghi britannici, si rivelò disastrosa, per la mancanza di addestramento specifico: i cannoni francesi, spesso, tirarono sulle loro stesse fanterie in avanzata.

Il giorno successivo, scese in campo anche la 4a armata francese (Anthoine), che lanciò un attacco diversivo verso Moronvilliers, duramente respinto dal coriaceo generale Von Below (il futuro vincitore di Caporetto) e dalla sua 1a armata. Assolutamente certo della bontà del suo piano, Nivelle continuò testardamente a cozzare contro le difese avversarie, convinto di poter prevalere a forza di spallate: la battaglia continuò, per la sua stessa inerzia, fino al 9 maggio, anche se, fin dal 25 aprile, viste le proporzioni della catastrofe, Nivelle era stato rimosso dal comando e sostituito dal più accorto Petain.

Complessivamente, vi fu qualche modesto successo: la conquista di qualche posizione ad ovest di Soissons e, soprattutto, di una piccola striscia di qualche chilometro di trincee sulle alture dello Chemin des Dames, ma si trattava di ben poca cosa, rispetto ai faraonici progetti di Nivelle e, soprattutto, all’immenso costo in vite umane dell’offensiva. La carneficina dell’Aisne, a fronte di progressi insignificanti, era costata ai francesi quasi 190.000 perdite e quasi 170.000 ai tedeschi: si trattava di un bilancio intollerabile, a lunga scadenza, per qualunque esercito e, infatti, le ripercussioni di queste stragi gigantesche cominciarono a mostrarsi, sotto forma di ammutinamenti, scioperi militari e diserzioni.

La guerra dei ‘bevitori di sangue’ cominciava a logorare lo spirito combattivo, la capacità di sopportazione dei soldati e perfino le risorse umane. Un’intera generazione di giovani europei stava scomparendo nella fornace del conflitto: subentrava la stanchezza della guerra, l’idea dell’”inutile strage”, la malattia del 1917, che avrebbe contribuito, a suo tempo, anche al crollo della 2a armata italiana a Caporetto.

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