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Jersey Boys a Bergamo: “Non di soli Beatles vissero gli anni ’60”. foto

Il regista Claudio Insegno racconta il fenomeno Jersey Boys che sta appassionando il pubblico italiano di tutte le età, e venerdì 16 dicembre proverà a trasmettere la sua elettricità e a far ballare anche il pubblico del Teatro Creberg di Bergamo.

Dal 15 aprile 2016 il fenomeno Jersey Boys sta appassionando il pubblico italiano di tutte le età, e venerdì 16 dicembre proverà a trasmettere la sua elettricità e a far ballare anche il pubblico del Teatro Creberg di Bergamo.

Il musical, scoppiettante e coinvolgente, racconta la storia di Frankie Valli e dei Four Season: i quattro “bravi ragazzi” italo-americani che negli anni ’60 hanno conquistato i palcoscenici statunitensi e scalato le classifiche mondiali. Molti probabilmente non ne riconosceranno il nome, ma tantissime delle canzoni di questa band sono entrate nel cuore di ognuno di noi perché sono state riprese da tanti artisti di fama internazionale: da Mina a Gloria Gaynor, dai Pooh ai The Temptation, da Frank Sinatra ad Elvis Presley. Senza dimenticare i Muse, i Killers, i The Supreme e tanti altri…

La storia segue la nascita e la crescita artistica dei quattro amici, passando attraverso le loro vicende personali e i problemi legati alla mafia.

Senza rendersene conto anche il piede di quelli che si considerano più “legnosi” si sorprenderà inesorabilmente a battere il ritmo e a seguire frenetico il chitarrista Tommy DeVito, il bassista Nick Massi, il tastierista e compositore Bob Gaudio, che si scatenano sul palco insieme al loro carismatico front man Frankie Valli (magistralmente interpretato da Alex Mastromarino).

Capitano di questo splendido progetto è il regista ed artista navigato Claudio Insegno (fratello di Pino Insegno ndr) che ci ha raccontato con passione della sua “creatura”.

Prima di tutto, dopo il musical originale e il film di Clint Eastwood, cos’è per lei Jersey Boys?

Jersey Boys è stato (ed è ancora) un musical sensazionale per me, che ha avuto un grande successo, nonostante il titolo non sia tanto conosciuto da attirare l’attenzione di tutti. Mi ha dato un ventaglio di possibilità tecniche incredibile, e il prodotto è stato uno spettacolo dal valore, nel panorama musicale, indiscutibile. Sento un’emozione continua che mi pervade quando lo guardo: a livello recitativo, per il ballo, per le musiche. Inoltre ciò di cui parla è una spaccato di vita famigliare; non può non riempirti il cuore.

Quando e perché ha deciso di portare in scena Jersey Boys?

Oltre al musical inglese, insieme al produttore Lorenzo Vitali, ho visto il film di Clint Eastwood; insieme abbiamo pensato che quella di questi quattro ragazzi potesse essere una buona storia e una ventata di freschezza. Purtroppo l’Italia non è pronta, non è molto incline ad accettare cose nuove, ma adesso possiamo dire che è stata una vittoria su tutti i fronti, perché il pubblico (anche quello parigino ndr) è rimasto incantato dal nostro musical.

Quindi la reazione del pubblico italiano al debutto dello spettacolo l’ha soddisfatta?

Assolutamente sì, tanto! Mi è successo più volte che la gente mi dicesse “Ti prego, fammi tornare!” oppure “Fantastico, voglio rivederlo!”. Sentire cose del genere mi ha riempito di orgoglio, anche perché di solito succede per un film, non per uno spettacolo! Tornare e ritornare a vederlo ha voluto dire spendere tanti soldi, in un periodo non facile per il nostro Paese. Come dicevo prima Jersey Boys ti scalda il cuore: i ragazzi all’inizio hanno 16 anni e il pubblico li vede affrontare la vita e crescere. Indubbiamente si assiste a una familiarità che coinvolge.

jersey boys

A questo proposito, crede che il successo in Italia sia dovuto anche alla percentuale di italianità presente all’interno della storia?

Sicuramente, questo spettacolo “parla di noi”. Ogni cosa ha un sapore italiano, se così possiamo dire. La presenza della mafia, le musiche della band, il quadro famigliare, sono rimandi all’Italia, oltre alla chiara origine di Frankie Valli (nome d’arte di Francesco Stephen Castelluccio ndr), e dei suoi tre amici. Tutto ci riporta con la mente alla nostra Italia. Quello che si vede sul palco “siamo noi”. Inevitabilmente il coinvolgimento “ci prende da vicino”.

Alex Mastromarino strappa applausi: cosa lo ha convinto a scegliere proprio lui per la parte del protagonista?

Avere Frankie Valli ovviamente non era possibile (ride, ndr), ma Alex è davvero molto simile a lui. Sia fisicamente che per la voce e il suo falsetto. Inoltre io lo conoscevo già e so come lavora; un professionista fantastico. Anche per noi avere un artista che canta 20 canzoni a sera senza mai perdere la voce è uno grosso vantaggio.

La sua scena preferita e/o un momento particolare che fino ad oggi conserva da questa esperienza?

Ah guarda, le canzoni sono splendide, ma senza dubbio il momento che mi emoziona di più è quello in cui i quattro ragazzi si rendono conto di essere famosi. Per quelli come me, quelli che fanno il mio mestiere, quel momento arriva, e quando arriva ti tocca! Ti rimane impresso. Vedere le loro reazioni, che sono quattro e diverse, e vederli accettare la situazione mi ha fatto pensare alla mia carriera e a quello che si prova in certi momenti. Oltre allo spettacolo in sé però non posso dimenticare il periodo dell’allestimento e il tempo speso con gli altri chiusi nel teatro, a stretto contatto, 24/24. Abbiamo “convissuto” e condiviso moltissimo: spesso entravamo la mattina presto e uscivamo all’una o alle due di notte. “Ci siamo donati all’arte!”

Un’esperienza intensa insomma, ma, lei che è un artista poliedrico, al di là di Jersey Boys, quale crede che sia il segreto del successo del musical in Italia? Negli ultimi anni sembra stia pian piano riuscendo ad ottenere sempre più spazio…

Beh sinceramente era ora! Doveva succedere prima o poi. Insomma… Come dicevo prima noi italiani siamo in sempre in ritardo. Non ci approcciamo facilmente alle cose nuove, ma il musical è oramai un must a Londra o a Parigi. Per non parlare dell’America. Sinceramente trovo strano che non abbia fatto furore prima, poiché “noi viviamo di cose prese dall’estero”. Dal mio punto di vista sarebbe stato da stupidi non riproporre questo genere: certo non è facile, perché dobbiamo fare i conti con i soldi. Però si può creare qualcosa di bello provando a tenere un budget basso; si deve osare e noi lo abbiamo fatto, portando un po’ di novità. Con Jersey Boys mancava il cosiddetto “sfarzo americano”. Noi pensiamo di averne ricreato un po’!

Insomma, perdere uno spettacolo che (in)canta in questo modo sarebbe davvero un peccato!

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