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L’omaggio al blues dei Rolling Stones e il super live di Kate Bush

E' stato in silenzio per un po', ma questa settimana il nostro Brother Giober scrive di quattro dischi di artisti abbastanza diversi tra loro che propongono delle opere gradevolissime e soprattutto divertenti per passare qualche momento in leggerezza.

Giudizio:

rolling stones

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema

** se non ho proprio altro da ascoltare…

*** in fin dei conti, poteva essere peggio

**** da tempo non sentivo niente del genere

***** aiuto! Non mi esce più dalla testa

Questa settimana scrivo di quattro dischi di artisti abbastanza diversi tra loro che però propongono delle opere gradevolissime e soprattutto divertenti per passare qualche momento in leggerezza.

ARTISTA: The Rolling Stones

TITOLO: Blue and Lonesome

GIUDIZIO: ****1/2

Ci vuole del coraggio, per fare un disco di blues oggi, perché è comunque un rischio e poco vale che i Rolling Stones possano permetterselo. Perché a tutti dà fastidio non vendere, perché a tutti non può che dispiacere il minor successo e che Blue and Lonesome non sarà un successo, uno di quelli a cui le Pietre Rotolanti sono abituati, è certo. Perché il blues è e resterà sempre un genere ristretto a pochi, e il fatto che Jagger & Co. si spendano per la sua diffusione non cambierà di una virgola la notorietà presso il grande pubblico. O forse no, di coraggio non ce ne vuole e Blue and Lonesome è solo, l’ennesima, trovata di marketing, perché in realtà questo non è né più né meno che un disco di cover (molto fedeli agli originali) che, guarda un po’, esce poi sotto le feste natalizie, sfruttando la maggiore disponibilità a spendere e a regalare dei fan. Ma, tutto sommato, il dilemma è di poco conto perché alla fine l’unica cosa che conta è che il disco suoni benissimo e su questo non ho alcun dubbio.

Blue and Lonesome esce 11 anni dopo la precedente prova discografica in studio (A Bigger Bang) ed è un omaggio alla musica che a volte più, altre volte meno, è stata alla base del cammino artistico degli Stones, dagli esordi ad oggi. I Rolling fanno un salto indietro nella storia della musica di 50 anni e tornano alle loro origini, ai tempi di Brian Jones, del club Crawdaddy dove esordirono insieme agli Yardbirds, ai locali malsani dove si suonava per un boccale di birra, ai 45 giri tra cui Rolling Stone di Muddy Waters dal quale presero il nome e pubblicano un disco che è un omaggio senza se e senza ma ai maestri del genere e loro principali ispiratori e che rispondono ai nomi Howlin’ Wolf, Eddie Taylor, Willie Dixon.

Per far questo si sono recati nei British Grove Studios di Mark Knopfler, il massimo oggi della tecnologia, si sono affidati alle cure di uno strepitoso produttore (Don Was), fatti aiutare da qualche amico che passava da quelle parti per caso, come Eric Clapton, e in tre giorni hanno registrato 42 minuti di musica distribuita su 12 brani, alcuni dei quali veri e propri classici del genere.

Molte sono le cose che colpiscono ascoltando il lavoro: innanzitutto il suono che è perfetto in un certo modo contraddicendo lo spirito del blues che nonostante ciò rivive nella più assoluta credibilità nelle interpretazioni di Mick Jagger che si esibisce anche nel vesti di armonicista niente male. Sorprende in particolare la capacità di far convivere un suono tecnologicamente all’avanguardia con un clima, quello tipico del blues, che perfetto non lo è per nulla, forse perché con questo disco i Rolling Stones sono riusciti nel miracolo di controllare il blues, rendendolo un genere del tutto proprio, tanto che forse questo non è neppure un disco di blues ma semplicemente un disco dei Rolling Stones.

Così i 12 brani del disco si snodano senza soluzione di continuità, tra suoni che gli affezionati del genere troveranno del tutto famigliari: si parte con Just Your Fool di Little Walter e un solo di armonica che introduce il canto di Jagger; il ritmo è serrato, il suono del piano (Chuck Leavell ex Little Feat) ben presente e il profumo è quello dei primi anni ’60, di quando i Rolling incarnavano il senso di ribellione dei tempi, di quando Brian Jones, lascio il palco durante un programma radiofonico a Howlin Wolf decretandogli ogni onore.

Commit a Crime di Howlin’ Wolf è un brano che qualche volta nel passato Mick Jagger ha proposto dal vivo. La cover è piuttosto fedele all’originale (che merita il più attento ascolto) ma eccelle ugualmente soprattutto per quel solo di armonica messo a metà che sa di zolfo puro. Il resto la fa l’interpretazione di Jagger, scarna, essenziale senza alcuna concessione all’ascoltatore.

Blue and Lonesome, tratta dal repertorio di Little Walter, è un blues lento, più dell’originale, uno di quei brani ancora in grado di far accapponare la pelle con Woods sugli scudi e ancora una volta un “solo” di armonica che è una vera e propria sorpresa per espressività. Certamente uno dei brani più sporchi e riusciti dell’intera raccolta.

Ritmi pigri sono quelli di All of Your Love di Magic Sam, una riproposizione più complessa e articolata delle precedenti e, ancora una volta, un’interpretazione vocale di Jagger da brividi su una base strumentale che ripete all’infinito il medesimo giro ipnotico e nel mezzo un intervento del piano che distilla note di pura emozione.

I Gotta Go è un tuffo nei primi anni ’60, quando Le Pietre Rotolanti erano un gruppo ancora sconosciuto che si affacciava per le prime volte sul mercato discografico: ritmo serrato, armonica devastante e melodia riconoscibilissima e una presenza di Jagger a dir poco carismatica.

Every body Knows About è caratterizzata dal riconoscibilissimo tocco di Mr Slowhand, alias Eric Clapton, e da un suono liquido , fluido che si contrappone al cantato nervoso di Jagger, perfettamente calato nei panni del bluesman d’epoca. Il risultato è quello di una ballata strabiliante che ameranno non solo gli amanti del genere ma tutti quelli che grazie alla musica sono ancora in grado di sognare.

Ride ‘em On Down di Eddie Taylor ricorda quando le band britanniche per sopravvivere suonavano nei fumosi locali di Londra e d’intorni riproponendo i vecchi brani del passato. Ancora una volta il suono è sporco, ma perfetto. Questa volta Jagger stupisce per la sua armonica che sanguina note memorabili.

Little Walter è ancora presente con Hate to see You Go, un classico del blues riproposto con il medesimo ritmo dell’originale, tutto basato sul dialogo tra voce e armonica in entrambi i casi affidati a Jagger. Il brano è reso in una versione aggressiva, ancor più dell’originale.

Hoo Doo Blues è stata scritta da Lightnin’ Slim e quindi appartiene all’area del delta del Mississippi ed in effetti le differenze si notano subito: qui i ritmi sono più dilatati, il clima meno nervoso tutto è più fluido. Il botta e risposta tra voce e armonica costituiscono l’ossatura del brano, tipico delle 12 battute.

Little Reed è presente con Little Rain ancora un brano non nato negli ambienti di Chicago e ancora un brano lento, rilassato, pigro: il “solo” di armonica è sonnacchioso, stiracchiato… perfetto.

Le ultime due canzoni sono tratte dal repertorio di Willie Dixon: la prima è la famosissima I can’t Quit You Baby, uno dei brani più sfruttati del genere, anche dai Led Zeppelin, qui riletto in modo magistrale grazie anche alla presenza di un Eric Clapton in forma smagliante; la versione, oltre 5 minuti, si avvantaggia del contributo della band che suona, come mai, compatta e convinta.

Just Like I Treat You è meno famosa della composizione precedente e venne ai tempi portata comunque ad un certo grado di notorietà da Howiln’ Wolf: la versione che viene proposta è basata su una solida ritmica e scivola via “easy”.

Che dire, in definitiva: senza entrare più di tanto nel merito delle intenzioni, Blue and Lonesome è un grande disco, suonato benissimo, cantato ancor meglio. Piacerà più o meno a tutti, forse un po’ meno ai puristi che non ne sentivano il bisogno. Sarà un ottimo regalo per le feste natalizie… e forse anche il segnale definitivo che i Rolling Stones hanno concluso il loro percorso artistico, almeno quello di grandi autori.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Blue and Lonesome

Se non ti basta ascolta anche:

The Paul Butterfield band – Live at S&R studios

Tom Waits  – Glitter and Doom

B.B. King – Live in the Cook County Jail

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ARTISTA: The Mavericks

TITOLO: All Night Live

GIUDIZIO: ***1/2

mavericks

I Mavericks sono un gruppo di Austin che opera sulla scena musicale da una ventina d’anni e che ho sempre eseguito con grande attenzione. La loro produzione comprende circa una quindicina di dischi, nessuno così bello da essere ricordato come memorabile, ma tutti di una qualità notevole. Fanno una musica che è un po’ la sintesi della musica di frontiera, che mischia il rock al tex mex, con influenze blues e soul, qualche spruzzata di rockabilly e di reggae, insomma tutto quanto fa spettacolo e allegria. Il loro club è quello che per soci ha Ry Cooder, Los Lobos anche se rispetto a questi sono ad un livello di poco, inferiore.

Tra i componenti del gruppo una particolare menzione il cantante Raul Malo, un tipo tosto, con una grande voce che per certi versi ricorda i grandi interpreti del passato (Elvis in primis ma anche Johnny Cash) con alle spalle una carriera anche da solista che però non è mai decollata. È forse per questa ragione che il gruppo si è riunito e dopo avere fondato un propria etichetta (la Mono Mundo) pubblica questo lavoro che testimonia la loro migliore dimensione, ovvero quella live.

All Night Long, evita di riproporre i principali successi come Volver Volver e si concentra su un repertorio basato sugli ultimi due dischi di studio: in particolare presenta sedici brani di cui 6 tratti da In Time e 6 tratti da Mono. A questi si aggiungono una grande cover di Harvest Moon dal repertorio di Neil Young e per i restanti pesca dalle prove soliste di Raul Malo.

In realtà l’intensità di ogni singolo brano è tale che si fa fatica a non credere il disco come una sorta di best di una carriera pluriennale. L’atmosfera generale è improntata a un senso di allegria diffusa particolarmente contagiosa, elementi comuni di ogni singolo brano sono ritmi, i colori sgargianti , il divertimento appunto , il tutto condito, come alimento in più, dalla voce di Raul Malo che ha delle sfumature irresistibili.

Della band fanno parte Raul Malo (voce), Eddie Perez (chitarre) Jerry Dale McFadden (tastiere) e Paul Deakin (batteria) ai quali si aggiungono i “fantastic Four” ossia Max Abrams (sax), Ed Friedland (basso), Matt Cappy (tromba) e Michael Guerra (accordion).

Il filo che unisce tutto è il rock ‘n’ roll declinato in varie sfaccettature e non vi sono scadimenti qualitativi durante tutta la durata del disco: il brano che dà titolo all’intero lavoro ha chiare influenze messicane, solide partiture riservate alla sezione fiati, ugola d’acciaio e qualche passaggio un po’ troppo grossolano, ma divertentissimo grazie anche aun ritornello buono per tutte le orecchie.

All Over Again, colpisce per la freschezza e per un’interpretazione di Raul Malo che invoglia ad unirsi al canto.

Stories Could Tell ha un ritmo irresistibile mentre le sapide atmosfere blues di Do You Want Mo to colpiscono fin dal primo ascolto grazie anche ad un memorabile solo di sax.

Summertime ( guarda un po’) ha sapori reggae mentre Every Little Thing About You ha le movenze del valzer; riuscita, pur non discostandosi troppo dall’originale, la cover di Harvest Moon mentre il finale è riservato a Come Unto Me, lunga oltre sei minuti , con un bel dialogo tra l’accordion di Guerra ed il resto della band con in prima linea i fiati.

Insomma un disco molto ma molto divertente capace di farvi ballare per tutta la sua durata. Tre stelle e mezzo forse quattro ma per questa volta sto prudente.

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In breve:

Kate BushBefore the Dawn ****1/2

kate bush

È appena uscito, senza alcun annuncio, questo disco live di Kate Bush, che è la testimonianza sonora del ritorno on stage dell’artista dopo circa 35 anni di assenza. Nel mezzo una serie di dischi sempre di inafferrabile bellezza e fascino, eterei, per un pubblico selezionato Nel 2014 Kate Bush decide di tornare in tour e delle registrazioni eseguite dà alle stampe questa di un concerto tenuto all’Eventim Apollo di Londra. Il risultato è monumentale non solo perché trattasi di tre cd per oltre due ore e mezza di musica, ma soprattutto per l’importanza dell’artista, della sua opera, della sua arte. Ed è anche è una sorpresa in tutti i sensi. Lo è perché di una bellezza assoluta, lo è per il calore, il feeling che l’artista di riesce a trasferire al suo pubblico e di cui la registrazione ne è fedele testimone.

Perché è proprio questo a colpire, ossia la capacità comunicativa dell’artista che, soprattutto negli ultimi dischi, aveva perso forza a favore di un’ esigenza di un certo formalismo sonoro che tuttavia era di velo alle emozioni. Qui nulla di tutto questo: le orchestrazioni sono corpose e i ritmi solidi (Lily), il trasporto dell’interpretazione straordinario (Hounds of Love) e i classici mantengono intatta la loro bellezza (Running Up That Hill e Clou busting ). Il pubblico sembra apprezzare tanto e caloroso a tento sembra lo stupore dell’artista che più volte ringrazia commossa.

Un disco di una bellezza assoluta.

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Dwight YoakamSwimmin’ Pool, Movie Stars ***1/2

dwight yoakam

Dwight Yoakam è un tipo tosto. Uno che è arrivato a registrare il suo ventesimo disco in studio, che è un profondo conoscitore della musica country, del rock ‘n’roll e che dalle sue parti ha un grande successo. La sua figura è indissolubilmente legata nella considerazione comune (a torto) a Nashville. In realtà la sua arte si spinge ben oltre abbraccia più stili. In Italia è conosciuto da pochissimi perché la musica che fa dalle nostre parti non conosce grande notorietà. E nulla cambierà con questo disco che pure è un grande disco.

Il disco viene pubblicizzato come un lavoro di blue grass ma la trovata, probabilmente perché si ritiene che questa incrementi le vendite, non dà la giusta rilevanza ai contenuti dell’opera. Perché se è vero che il filo conduttore di tutti i brani è la presenza massiccia di slide, violini , banjo et similia, le intenzioni sono quelle di un rock ‘n’ roller di vaglia, le esecuzioni vivono di rudezza e di genuinità. Tra tutte ricordo, soprattutto per la sua originalità, la cover di Purple Rain, omaggio al principe di Minneaapolis, deceduto durante i giorni della registrazione del disco.

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