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Intensità e reattività: la Juve ha vinto giocando “da Atalanta” fotogallery

I nerazzurri s'inchinano ai campioni: l'analisi di Alberto Porfidia

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Troppa Juventus, l’Atalanta si inchina ai campioni. “Loro sono più forti, c’è ancora distanza tra noi e la Juve. Ci servirà come lezione, a livello mentale si poteva fare di più, siamo un po’ mancati. Abbbiamo sbagliato molto, ma non sono deluso”.

Ecco, si può ripartire da qui, dalle parole di Gasperini nel dopopartita di Juve-Atalanta 3-1, dai duemila bergamaschi dello Stadium che non hanno mai smesso di incitare la “Dea”, anche quando hanno visto i nostri eroi vacillare sotto i colpi dei bianconeri, anche dopo il terzo gol. D’altra parte se la morale è che la Juve vince perché ha giocato da Atalanta, come ammettono gli stessi tifosi juventini, vorrà pur dire qualcosa?

Intendiamoci, si parla di quello che viene comunemente definito l’approccio alla partita. E non ha sbagliato approccio l’Atalanta, semplicemente si è trovata di fronte una squadra ferita dopo la scoppola di Genova, una squadra che individualmente e come collettivo le è superiore e sa giocare anche con l’umiltà della provinciale per superare un avversario in salute. Con le sue stesse armi. Cioè quelle che avevano lanciato in orbita l’Atalanta: intensità, aggressività, organizzazione di squadra. La Juve, per superare l’Atalanta, ha giocato come in una semifinale di Champions, mettendo in campo il cuore e l’orgoglio di una squadra ferita da una sconfitta che faceva molto male uniti a una forza di gambe, a una capacità di corsa straordinaria. Una miscela che aveva fatto dell’Atalanta la squadra rivelazione, ma questi stessi… attributi ritrovati da un gruppo di fuoriclasse hanno fatto la differenza nella sfida dello Stadium. Chissà quante volte Petagna si guarderà la cassetta della partita di Mandzukic, che prima evita il gol del possibile 2-1 e nel secondo tempo mette il sigillo alla vittoria bianconera. E copre ogni parte del campo con una grinta da far paura. Non solo lui, se pensiamo alle discese di Alex Sandro, imprendibile apriscatole della partita, con uno Sportiello non abbastanza reattivo. O se guardiamo al colpo di testa di Rugani, che segna proprio sfruttando una delle armi preferite dall’Atalanta, cioè il calcio d’angolo.

Magari se vogliamo essere orgogliosi di questa Atalanta è anche pensando a come la Juve ha dovuto giocare per riuscire a batterla e a piegare una squadra lanciatissima, perché i bianconeri hanno disarmato i nerazzurri superandoli proprio sul loro terreno preferito, quello dell’intensità e della capacità di arrivare prima su tanti palloni.

Poi sulla furbizia o se preferite chiamarla ingenuità, si possono assolvere i “nostri”. Chiaro che l’emozione di giocare allo Stadium qualche scherzo te lo fa e però non basta per dire quanta differenza c’è ancora fra “noi” e loro.

Per dire: lo strapotere di Kessie, in tante occasioni e contro tanti altri avversari, si trasforma in questa occasione invece in una debolezza, perché spesso perde palla o viene anticipato o sbaglia il passaggio, o non riesce nemmeno ad avvicinarsi all’area di rigore del quasi disoccupato Buffon. Non è una colpa di Kessie, non si vuol dire che se c’era Gagliardini l’Atalanta non avrebbe preso gol di testa due volte da calcio d’angolo o avrebbe perso meno palloni a metà campo. Ma dall’altra parte c’è un certo Marchisio che ha superato le 250 presenze in serie A e come lui tanti altri campioni, come Pjanic re dei calci di punizione e non solo.

E’ solo una semplice constatazione, è la realtà: Juve e Atalanta sono ancora lontane ed è comunque bello che la squadra di Gasperini abbia potuto giocarsela pensando ancora negli ultimi dieci minuti, dopo la bella rete di Freuler, di potersi avvicinare ai campioni. Perché non è sbagliato sognare l’Europa, se l’Atalanta continuerà a giocare con lo spirito che l’ha fatta salire fino al quarto posto. Perchè già togliersi dai radar delle squadre che devono salvarsi è un bell’impiccio non da poco, vi pare?

La partita di Torino ha detto che non c’è stata partita, con due gol in cinque minuti che hanno piegato le gambe dei nerazzurri e una furia bianconera che ha continuato ad attaccare fino al terzo gol. E non è stato facile contenerla, chiedete a Masiello e a Toloi che pure non hanno fatto segnare (almeno) Higuain, ma Conti si è trovato di fronte Alex Sandro ed è stato saltato come un birillo sul primo gol e non solo. Grassi, Pesic, nel finale D’Alessandro hanno provato ad allentare la pressione della squadra di Allegri, ma più facile pensarlo che realizzarlo, quando il pressing che solitamente fai tu lo stanno facendo gli altri e non ti lasciano respirare.

La morale? I valori sono questi e ancora molto diversi. I pur bravissimi giovani nerazzurri hanno ancora bisogno di crescere e confrontarsi con chi è più forte di loro, per non sentirsi già arrivati. Anche per tenerceli stretti, a gennaio e magari a giugno quando bisognerà costruire l’Atalanta del futuro.

Se il ko di Genova ha aiutato la Juve a ripartire, perdere sul campo della Juve può essere utile anche per l’Atalanta, per rimettersi a correre e farci di nuovo divertire. Senza mai perdere l’entusiasmo e la voglia di arrivare dei giovani, che Gasperini saprà rimettere in pista fin da domenica con l’Udinese.

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