BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Il “patto tra gentiluomini” ai vertici di Ubi Banca

Giovanna Faggionato ricostruisce su Lettera 43 in un dettagliato articolo la vicenda legata all'inchiesta sui vertici di Ubi Banca indagati dalla Procura di Bergamo.

Più informazioni su

Giovanna Faggionato su Lettera43 ricostruisce in un dettagliato articolo l’inchiesta legata a Ubi Banca i cui vertici sono indagati dalla Procura di Bergamo.

Per la procura di Bergamo è un accordo occulto volto a controllare una banca, a spartirsi incarichi, ottenendo anche vantaggi economici. Nel linguaggio di Giovanni Bazoli si tratta di «patti fra gentiluomini» che richiedono lealtà. Quando il board della Bce si riunirà, probabilmente l’8 dicembre, per decidere il via libera definitivo all’acquisizione di Etruria, Carichieti e Banca Marche da parte di Ubi, l’istituto di credito di Bergamo e Brescia rischia di avere l’amministratore delegato, un terzo del Consiglio di sorveglianza (cinque membri su 15, tra cui il vicepresidente) e la maggioranza dei componenti del Consiglio di gestione (quattro su sette) rinviati a giudizio.

BAZOLI E ZANETTI SI DICONO ESTRANEI.

La procura orobica attende eventuali memorie difensive delle 39 persone che il 17 novembre hanno ricevuto l’avviso di chiusura indagini per ostacolo alla vigilanza, illecita influenza sull’assemblea, inosservanza delle obbligazioni da parte di esponenti bancari, conflitti di interesse e, sul filone Ubi Leasing, truffa e riciclaggio. Bazoli ed Emilio Zanetti, ex presidenti rispettivamente dell’Associazione Banca Lombarda e Piemontese (Ablp) e di Ubi, considerati i registi occulti del patto di controllo sull’istituto, ma anche l’amministratore delegato Victor Massiah, hanno ribadito la loro innocenza ed estraneità ai fatti.

“HO AGITO COME AZIONISTA”

Bazoli, parlando al Corriere della Sera, si è definito incredulo. Ha spiegato che dal 2012 vive le vicende di Ubi da azionista, precisato di essersi fatto «carico, quasi come ultimo garante da parte bresciana, delle ragioni fondative della nuova banca» e ricordato «l’impegno profuso, con non pochi costi personali, a difesa e per la crescita del nostro sistema bancario, sempre in accordo con le massime istituzioni del Paese». Eppure, secondo le carte dell’inchiesta, sarebbe stato lui, presidente onorario di Intesa, a spingere fin dall’inizio, contro le richieste di Bankitalia, per il mantenimento degli accordi che per anni hanno controllato le nomine del quarto istituto di credito nel Paese.

Bazoli lo spiega già nel 2009, quando la vigilanza chiede la modifica dello statuto di Ubi per eliminare la prassi della designazione degli incarichi da parte dell’Ablp sul versante bresciano e degli Amici di Ubi di Zanetti su quello bergamasco, le due associazioni che sono state l’anima dell’aggregazione tra Banco di Brescia e Banca Popolare di Bergamo. «Esiste il problema di far durare l’accordo nel tempo», dice Bazoli, secondo quanto riportato nei verbali del direttivo di Ablp, sottolineando «l’importanza di un comportamento leale degli appartenenti all’associazione presenti nel Consiglio di sorveglianza. Sono patti fra gentiluomini, quelli su cui si fonda Ubi Banca».

GLI AVVERTIMENTI INASCOLTATI

Questo nonostante i riflettori puntati delle authority di vigilanza, gli avvertimenti del notaio amico Piergaetano Marchetti e i dubbi di altri alti dirigenti come Mario Cera che credono l’associazione troppo esposta. Secondo Cera e il presidente del Consiglio di sorveglianza Andrea Moltrasio, Bazoli non vuole essere smentito sugli accordi del 2006. Quasi una questione d’orgoglio. Francesco Polotti, ex presidente del Consiglio di gestione, è ancora più chiaro: servono «meccanismi per tenere legati i componenti del Comitato nomine con l’associazione». E i meccanismi, stando alla ricostruzione degli inquirenti, vengono trovati e l’accordo dura nel tempo, restringendo ancora di più il cerchio di chi prende decisioni sulla banca e dall’esterno.

L’ex membro del Consiglio di gestione Italo Lucchini ripercorre alcune tappe nei suoi appunti sequestrati dal nucleo investigativo della finanza. Dopo un incontro tenutosi il 19 luglio 2012 nello studio di Armando Santus, notaio di tutti gli atti riguardanti l’istituto compresa la fusione e oggi vicepresidente del Consiglio di gestione, Lucchini scrive: «La parte bresciana è già pronta a discutere della governance avendo una cabina di regia che si muove sotto l’avvocato Bazoli», sul quale «dopo l’uscita di scena di Camadini e Faissola si sono concentrate le leve del comando». «Le associazioni», spiegano le carte dell’inchiesta, «diventano scatole vuote e le decisioni vengono prese da pochissime persone al loro interno».

LA CABINA DI REGIA MAI MESSA IN DISCUSSIONE

Le scelte su strategie, nomine dei consiglieri e dei manager apicali della capogruppo e delle controllate «vengono prese dalla cabina di regia e non vengono messe in discussione». Ma la regia di Bazoli deve avere una controparte e allora a Bergamo nasce la commissione Zanetti, altro organo ‘occulto’ agli occhi della vigilanza. «Alla base della riconferma dell’alleanza vi è il diktat dell’avvocato Bazoli sui patti costituenti che non si toccano fino all’assemblea del 13 aprile (2013, ndr)», scrivono gli inquirenti. Che nella loro informativa arrivano a chiedere anche misure di custodia cautelare per quello che chiamano il «dominus» di Ubi e per altri 13 dirigenti della banca, al fine di evitare il pericolo di reiterazione del reato. Richiesta che la procura non fa sua.

Il ‘patto tra gentiluomini’, a leggere le carte, si traduce per anni nell’attribuzione di potere e incarichi nella capogruppo con una logica spartitoria, e in alcuni casi «familistica», dietro alla quale si celano guerre e ricatti incrociati e conflitti di interesse. Una logica che sostituisce alla democrazia cooperativa il corporativismo dei pochi, con doppi, tripli e quadrupli incarichi. Le tensioni permanenti tra interessi diversi, le parti bresciana e bergamasca (che è convinta di aver perso dalla fusione: ancora oggi Bergamo registra nettamente più utili), vengono gestite con il manuale Cencelli nella distribuzione delle poltrone.

ZANETTI VUOLE IMPORSI

Esemplare è il caso dei figli dei due presunti protagonisti dell’accordo, Francesca Bazoli e Matteo Zanetti. Nell’autunno-inverno del 2012, molti mesi prima dell’assemblea dei soci dell’aprile 2013, si svolgono trattative concitate sulle nomine. Ed Emilio Zanetti, spiega il notaio Santus in un conversazione intercettata, vuole imporre, in virtù della sua quota dell’1% delle azioni di Ubi, la nomina di un parente. Tuttavia, secondo gli appunti di Lucchini, l’uomo ha un problema di leadership sul fronte bergamasco: «Pesano le maldicenze» sulla vicenda Ubi Leasing, ma anche sui «favoritismi nei confronti dei suoi familiari». Il riferimento dovrebbe essere al genero di Zanetti, Mario Massari, già presidente del collegio sindacale del San Raffaele, che ha ottenuto l’acquisizione per 70 milioni di euro della società Twice Sim di cui era presidente. Cosa succede a questo punto?

In un appunto del 2013, Lucchini racconta che Moltrasio viene aggredito da Zanetti per la mancata nomina del figlio. Zanetti, sempre stando all’ex membro del Cdg, minaccia di dimettersi dalla Popolare di Bergamo, ma soprattutto dice di aver già deciso i suoi successori. Scrive a questo punto Lucchini: «Ho chiamato Moltrasio, si è fatto vivo più tardi per darmi la notizia che era riuscito ad ottenere dal presidente (del Cdg, ndr) Polotti la nomina di Matteo in Commercio e Industria (controllata di Ubi, ndr)». E aggiunge: «Ablp ha richiesto una serie di contropartite, la terza riguarda la nomina di Francesca Bazoli, non solo nel banco di Brescia ma anche in Ubis».

FRANCESCA PIGLIATUTTO

Francesca Bazoli, infatti, diventa consigliere del Banco di Brescia, dirigente di Ubi Sistemi e vicepresidente di Ubi Leasing. Da quest’anno siede anche nel Consiglio di sorveglianza della capogruppo. Una poltrona per cui il padre l’avrebbe sponsorizzata per tre anni: una nomina alla fine ottenuta, ma ritardata anche qui da minacce incrociate. Scrive il solito Lucchini: «Calvi (Giovanni, ex vicepresidente del Consiglio di sorveglianza, ndr), per convincere l’Onnipotente (Bazoli, ndr) a mollare ha minacciato di non fare la lista del Consiglio di sorveglianza». Un quadro che, se confermato, dimostrerebbe come gli incarichi fossero considerati un diritto da passare di padre in figlio, la ‘roba’ di famiglia. Un racconto della Sicilia di Giovanni Verga più che da borghesia cattolica lombarda.

Più informazioni su

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di BergamoNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.