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Morte e distruzione: 93 anni fa la tremenda tragedia della diga del Gleno

Il 1° dicembre del 1923 l'impianto inaugurato solo pochi mesi prima si squarciò, causando il crollo di una parte del muro e la fuoriuscita di sei milioni di metri cubi d'acqua: interi paesi furono spazzati via, e persero la vita almeno 500 persone

Primo dicembre 1923, primo dicembre 2016. Sono passati 93 anni dal disastroso crollo di una parte della diga del Gleno che costò la vita a un numero imprecisato di persone, sicuramente più di 500.

Disastro diga Gleno

Ma in quanti conoscono l’esatta storia di quella tragedia indimenticabile? Noi proviamo a raccontarvela con questo video di Mirko Pizzaballa e con un breve riassunto dei fatti.

Il 22 ottobre 1923, a causa di forti piogge, il bacino del Gleno (inaugurato solo pochi mesi prima) si riempì per la prima volta. Tra ottobre e novembre si verificarono numerose perdite d’acqua dalla diga, soprattutto al di sotto delle arcate centrali, che non appoggiavano sulla roccia. E il 1° dicembre del 1923, alle ore 7.15, una parte della diga crollò, formando uno squarcio enorme di quasi 70 metri.

Sei milioni di metri cubi d’acqua, fango e detriti precipitarono dal bacino artificiale a circa 1.500 metri di quota, dirigendosi verso il lago d’Iseo.

Il primo borgo ad essere colpito fu Bueggio. L’enorme massa d’acqua, preceduta da un terrificante spostamento d’aria, distrusse poi le centrali di Povo e Valbona, il ponte Formello e il Santuario della Madonnina di Colere. Raggiunse in seguito l’abitato di Dezzo, composto dagli agglomerati posti in territorio di Azzone e in territorio di Colere, che fu praticamente distrutto.

Prima di raggiungere l’abitato di Angolo, l’enorme massa d’acqua formò una sorta di lago – a tutt’oggi sono visibili i segni lasciati dal passaggio dell’acqua nella gola della via Mala – che preservò l’abitato di Angolo, che rimase praticamente intatto, mentre a Mazzunno vennero spazzati via la centrale elettrica e il cimitero.

La fiumana discese quindi velocemente verso l’abitato di Gorzone e proseguì verso Boario e Corna di Darfo, seguendo il corso del torrente Dezzo e mietendo numerose vittime al suo passaggio.

Quarantacinque minuti dopo il crollo della diga la massa d’acqua raggiunse il lago d’Iseo.

I morti furono ufficialmente 356, ma i numeri sono ancora oggi incerti: tra corpi ritrovati e dispersi si contano almeno 500 vittime.

Il 3 dicembre 1923 giunsero a Darfo a commemorare le vittime il Re Vittorio Emanuele III e Gabriele d’Annunzio. A causa dell’impraticabilità delle strade, nessuna autorità poté visitare Angolo Terme e Mazzunno.

Il 30 dicembre 1923 il Procuratore del Re incolpò i responsabili della ditta Viganò ed il progettista ingegner Santangelo per l’omicidio colposo di circa 500 persone.

Dal processo, che ebbe luogo tra il gennaio 1924 e il luglio 1927, emerse che i lavori erano stati eseguiti in modo inadeguato (il titolare della diga era stato il vero direttore dei lavori, nonostante non ne avesse le capacità) ed in economia, che il progetto era stato cambiato più volte in corso d’opera senza le opportune verifiche e che il controllo da parte del Genio civile era stato svolto in maniera approssimativa e superficiale.

Il 4 luglio 1927 il Tribunale di Bergamo condannò Virgilio Viganò e l’ingegner Santangelo a tre anni e quattro mesi di reclusione più 7 500 lire di multa, ma furono poi assolti.

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