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“Le ragioni del No: conseguenze sugli enti locali”, il Centrodestra spiega la riforma costituzionale

Nella serata di mercoledì 23 novembre in Sala Galmozzi a Bergamo si è tenuto l’incontro “Le ragioni del no: conseguenze sugli enti locali”, organizzato dal comitato per il no cittadino, a cui hanno partecipato alcuni esponenti del centrodestra quali i consiglieri comunali Andrea Tremaglia (FdIAN), Andrea Ribolla (LN) e Stefano Benigni (FI).

Nella serata di mercoledì 23 novembre in Sala Galmozzi a Bergamo si è tenuto l’incontro “Le ragioni del no: conseguenze sugli enti locali”, organizzato dal comitato per il no cittadino, a cui hanno partecipato alcuni esponenti del centrodestra quali i consiglieri comunali Andrea Tremaglia (FdIAN), Andrea Ribolla (LN) e Stefano Benigni (FI).

A mediare l’incontro presente la senatrice di Forza Italia Alessandra Gallone, mentre il commento tecnico è stato affidato al procuratore emerito della Repubblica Benito Melchionna. Nell’incontro si sono trattati temi legati al nuovo senato ed alla riforma del rapporto fra stato e regioni.

Sulla riforma del senato interventi molto critici da parte di tutti i relatori, nel particolare sull’aspetto dei costi. La senatrice Gallone spiega come il numero di amministratori presenti attualmente in Italia sarebbero circa 164.244, considerando amministratori locali e centrali. Con la riforma proposta dal governo la riduzione sarà di 250 senatori e 65 membri del CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), un numero irrisorio rispetto al totale. Sulla diminuzione dei costi della politica si concentrano anche Alberto Ribolla e Stefano Benigni, mostrando il primo come le regioni, spesso sotto accusa per eccesso di spese, negli ultimi anni abbiano diminuito di 15 milioni il debito pubblico ad esse legato, mentre l’istituto centrale l’abbia aumentato di 140 miliardi.

Aggiunge inoltre: “Se tutte le regioni fossero virtuose come la Lombardia, lo Stato italiano sarebbe in grado di risparmiare 80 miliardi l’anno”.

Il consigliere di Forza Italia si concentra sul legame presente fra legge elettorale e riforma costituzionale, dicendo: “ Con l’attuale legge un turno elettorale costa al paese 500 milioni di euro, con l’Italicum è previsto un secondo turno per eventuale ballottaggio, per cui il costo, se non fosse raddoppiato ,non sarebbe di molto inferiore. Con il taglio dei senatori il risparmio annuo sarebbe di circa 50 milioni di euro, per un risparmio complessivo in cinque anni di 250 milioni, ma sul costo totale delle nuove elezioni ci sarebbe un aumento dei costi, piuttosto che un vero risparmio”.

no al referendum

Sul metodo di elezione dei nuovi senatori si concentra maggiormente Andrea Tremaglia, consigliere comunale di Fratelli d’Italia. Il relatore spiega come il numero di senatori nominati sarà sì 100, ma di cui 5 verranno nominati per una durata di 7 anni dal presidente della Repubblica.

“Quando vengano nominati non si sa, quindi potrebbero esser nominati anche alla fine del mandato del presidente”. Perplessità giungono anche sulla redistribuzione dei senatori nelle varie regioni. Tremaglia spiega : “Ogni regione in Italia dovrebbe avere almeno un senatore, secondo il principio di proporzionalità. I sindaci che verranno eletti saranno 21, ma le regioni sono 20. Questo accade poiché le provincie autonome di Trento e Bolzano daranno un sindaco ciascuno, lo stesso anche per i consiglieri regionali eletti, ciò in barba ad ogni principio di proporzionalità. Inoltre regioni più piccole saranno favorite in proporzione rispetto a quelle più grandi, probabilmente per favorire l’attuale partito di maggioranza, più forte in queste regioni. Un esempio è la regione Molise, che con 300000 abitanti avrà 2 senatori, quindi uno ogni 1500000 abitanti, mentre la regione Lombardia con 10 milioni di abitanti ne avrà 14, quindi un senatore ogni 700000 abitanti”.

Sulla difficoltà di svolgere contemporaneamente il lavoro di senatore e di consigliere regionale sono tutti concordi, mentre sulla redistribuzione delle competenze regionali troviamo all’attacco il consigliere della Lega Nord Ribolla : “ Questa riforma cancella il federalismo fiscale, in quanto cancella le competenze concorrenti. Dopo quindici anni dalla riforma delle regioni la Corte Costituzionale si è ormai espressa su quasi tutte queste competenze, risolvendole, mentre con la poca chiarezza espressa dalla riforma, si rischiano nuovi conflitti presso la Corte. Le competenze dello stato passeranno da 31 a 48, fra le quali salute, istruzione, trasporti, commercio estero, imposizione fiscale. Questo svantaggia le regioni più efficienti, a vantaggio delle altre, e per questo noi non vogliamo che lo stato possa decidere sui nostri ospedali, sui nostri trasporti o con chi la Lombardia possa commerciare”.

no al referendum

Nel finale l’intervento del professor Melchionna, procuratore emerito della Repubblica, nonché docente di diritto penale: “Si parla spesso di “cambiamento” e questa parola magica viene utilizzata senza saperne il vero significato. Il cambiamento non è sempre necessariamente in positivo, ma in alcuni casi può essere in negativo. Il cambiamento avviene in un periodo di “crisi”, parola derivante dal greco e significante “passaggio” o “scelta”. Esistono due tipologie di crisi, e sono quelle congetturali, per cui esistono sì conflitti, ma si mantengono dei valori, e crisi strutturali, dove si perdono pure quelli. Attualmente siamo in presenza di una crisi strutturale, poiché si stanno perdendo i valori, che non vengono neppure più insegnati da istituzioni presenti dal basso, quali scuole e luoghi di lavoro. Questo è dimostrato dalla politica, che è divenuta una rissa, piuttosto che un confronto per scegliere beni comuni. Questa riforma è gattopardesca poiché porta dei cambiamenti, ma non cambia nulla in realtà e questo in virtù dell’incapacità di scelta in un momento di crisi da parte di chi l’ha scritta”.

Il dottor Melchionna spiega anche come le vere istituzioni locali siano i comuni, e di come le regioni siano nate solo nel 1970 come enti programmatori e trasformate in enti amministrativi nel 1976, dopo una dura lotta con il potere centrale. Il professore aggiunge come l’Italia sia basata su una struttura verticale basata su tre livelli (stato centrale, regioni, amministrazioni locali) e di come l’accentramento del potere presso l’istituzione centrale abbia creato scompensi, sia alle regioni che ai territori. Questo nuova riforma porterebbe a togliere quindi alcune competenze di livello locale passate con il tempo alle regioni verso lo stato e ciò porterebbe a creare ancora più caos di quello già presente in precedenza.

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