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Fisco pesantissimo sulle tasche degli imprenditori onesti, e la benzina salirà ancora

In un Paese che sta subendo un peggioramento del peso fiscale può montare la protesta e il tentativo di copiare la soluzione Trump.

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Siete pronti a leggere una notizia che probabilmente farà imprecare l’Italia intera da Bergamo a Lampedusa?

Eccola: il peso reale del fisco nel nostro bel paese è pari al 49%, vale a dire, il 6% in più di quanto il Governo strombazza. C’è chi sostiene che questo dato non rappresenti ancora la verità, dato che, ad esempio, da questo conteggio vengono escluse alcune voci che portano la contribuzione un tantino più su. Per cui, cari imprenditori onesti, voi avete un socio paritetico che si ingoia senza nulla fare, il 50% dell’utile prodotto dal vostro lavoro. E, fatte le dovute proporzioni, la stessa sorte tocca anche a chi non è imprenditore che, ovviamente, paga in proporzione, un’aliquota proporzionale al reddito, sempre troppo alta.

Per quanto Renzi si scapicolli a dire che la nuova legge di bilancio contiene una serie di provvedimenti tali da diminuire l’incidenza della pressione fiscale, questa, pur rappresentando un’iniziativa lodevole, è talmente irrilevante da non incidere praticamente quasi per nulla sui conti delle aziende e poco o nulla sui conti delle gente. E, salvo miracoli, a gennaio 2017, grazie ad una leggina passata inosservata, confezionata dal governo Letta nella legge di stabilità del 2014, si ritoccheranno all’insù le accise sui carburanti.

Qualcuno potrebbe osservare, che il dato, pari ad € 0,005, sia un’inezia ma se sommate anche questa inezia a tutte le inezie precedenti, e mi scuso per la ripetizione, appurerete che non è assolutamente insignificante quello che sborsiamo per ogni litro di carburante. C’è solo da sperare, dato che nessuno ne parla, che la legge di bilancio 2017 riesca a sterilizzare questo ennesimo rincaro. Un vizio maledetto ha sempre caratterizzato il fisco italiano contro il quale quasi tutti e con buone ragioni si scagliano ed è quello di simulare una diminuzione delle tasse da una parte e di mettere le mani in tasca ai contribuenti con altre voci più o meno nascoste, in modo da vanificare il vantaggio declamato a gran voce.

Per uscire dall’astrattezza, vi riporto alcuni dati che l’ufficio studi della CGIA di Mestre ha riassunto in una tabella.

Prendiamo come base il costo di un pieno di benzina di una vettura con la capacita del serbatoio di 50 litri e verifichiamo l’incidenza delle tasse. Nel 2010, un pieno alla pompa costava € 58,22. La composizione di questo costo era la seguente: prezzo industriale del carburante € 28,65. A questo si aggiungeva l’IVA, pari a € 11,37 e l’Accisa, pari ad € 28,20. Come ben vedete, il costo dell’Accisa è di poco inferiore al costo industriale del carburante. Ne consegue che, con due delle voci che componevano il costo di un pieno di € 58,22, ben 39,51 se li intascava lo stato cronicamente assetato di soldi.

E adesso reggetevi. Nel 2017, se scatterà quell’aggiustamento infinitesimale dell’Accisa, il prezzo dello stesso pieno sarà di € 71,86, così composto: costo industriale € 22,23, IVA € 12,96, Accisa 36,67.

E’ facile dedurre che nella composizione del costo del carburante, il maggior peso è rappresentato dall’Accisa. A fronte di tali numeri che concorrono a costituire l’intera percentuale della pressione fiscale, ipotizzare la ripresa e dar fiato all’economia del paese, ad oggi ancora asfittica, costituisce un azzardo. Il fatto certo ed indubitabile è che lo scenario non lascia intravedere nulla di meglio di quanto oggi possiamo osservare. La cosa non ci rasserena ma la verità è, purtroppo questa. L’ISTAT calcola la pressione fiscale al 42,6% e questo dato rispetta fedelmente le metodologie di calcolo imposte da Eurostat. Ma se consideriamo il sommerso economico, le attività illegali e quella che viene definita l’economia non osservata, il dato reale è, ahimé, quello che vi abbiamo riportato nelle righe precedenti.

Cambiamo registro e cerchiamo di comprendere quello che è successo negli USA, dove tutti i prestigiosi sondaggisti hanno sbattuto la faccia contro il risultato elettorale pronosticato.

Trump è il nuovo Presidente degli USA. Mi viene spontaneo chiamarlo Leader invece di Presidente, perché ha molte caratteristiche dei capi-popolo di parecchie nazioni di questo martoriato globo dove, appunto, i capi assoluti sono chiamati Leader, vedi Cuba, la Cina e altri paesi nel cui vessillo predomina il rosso. E’ sguaiato, arrogante, razzista, irrispettoso delle donne e così via. Queste le caratteristiche dell’uomo Trump, alle quali va aggiunta anche la particolare propensione a giustificare l’evasione fiscale che egli definisce di aver attuato in termini legali. Come sia possibile coniugare le due cose lo demandiamo al fisco Americano. E’ una contraddizione, ovviamente, ma è solo una delle tante che questo personaggio manifesta. Ma è stato eletto e di fronte ai fatti ogni opposizione cade.

Ora che avverrà? Di nuovo, tutti i profeti accreditati pronosticano tempi turbolenti, la regressione di alcuni diritti che sembravano acquisiti e la demolizione della politica di Obama. Sarà proprio così? Gli atteggiamenti ed i rumors che stanno circolando per le strade delle città americane nelle quali si manifesta al grido di “He’s not my President” lasciano intravedere problemi di non facile soluzione, provocati dalle affermazioni fatte da Trump durante la campagna elettorale, circa il piano sanitario nazionale, il blocco dell’immigrazione e altre promesse facilmente imputabili alla necessità di accaparrarsi il consenso di un certo tipo di elettorato.

Non vi sembra di sentire il grido che una parte politica della nostra Italia faceva echeggiare per le strade? “Prima il nord”. Diverso nella composizione del testo ma concorde nel significato. Questo l’inizio. Poi si è capito che non poteva funzionare e lo slogan si è allargato a tutta la nazione: “Prima gli Italiani”.

Che faremo per risolvere il problema dell’immigrazione in modo dignitoso per tutti, immigrati e residenti? C’è il rischio che Trump rappresenti l’esempio che anche da noi qualcuno utilizzerà a scopo elettorale. Sarebbe triste vedere, in un contesto radicalmente diverso da quello degli USA, qualche capo-popolo propagandare con crudezza le stesse idee “trampiane” (neologismo made in USA).

Pur prescindendo dal fatto che un altoparlante non ha una sua dignità intrinseca perché la mutua dal microfono e dall’oratore primario, l’amplificazione di slogan potrebbe creare momentanei consensi, destinati a portarci in un pericoloso isolamento. Non basta l’amicizia degli States “trampiani” a tenerci in piedi.

A noi serve l’Europa, quell’Europa della quale siamo parte integrante e senza la quale passeremmo dei brutti momenti. Imputare le colpe di situazioni interne a realtà terze non è né assolutorio, né propositivo se nulla si fa perché l’economia ed il benessere si diffondano tra la gente comune, quel popolo che tutti utilizzano per i propri scopi ma che, in realtà, continua ad arrancare.

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