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Vescovo di Locri rifiuta il denaro offerto da imprese edili in odore di ‘ndrangheta

Il tetto della chiesa di Bovalino, a Reggio Calabria, può aspettare offerte «pulite» perché il vescovo di Locri-Gerace in Calabria rifiuta e restituisce i «soldi sporchi» - 10 mila euro - versati da due imprese edili in odore di 'ndrangheta.

Il tetto della chiesa di Bovalino, a Reggio Calabria, può aspettare offerte «pulite» perché il vescovo di Locri-Gerace in Calabria rifiuta e restituisce i «soldi sporchi» – 10 mila euro – versati da due imprese edili in odore di ‘ndrangheta. Per monsignor Francesco Oliva «è una cosa scontata, ordinaria. Quei soldi vengono da ditte sospettate. Meglio rinunciare ai lavori».

Allora il parroco di Bovalino, paese colpito dall’alluvione del 2015, è andato in banca e ha restituito la somma incriminata con due bonifici alle ditte che avevano versato 5 mila euro ciascuna per ricostruire il tetto della chiesa sfondato dalla pioggia. Le ditte collegate sono collegate a Domenico Gallo, arrestato a fine ottobre 2016 nell’inchiesta della Procura di Roma sui grandi appalti, dalla Tav alla Salerno-Reggio Calabria. «Non c’è nulla di bello che si possa costruire con i soldi macchiati dal sangue della gente. Non si può rischiare di essere conniventi con le mafie e se c’è il sospetto che le offerte siano frutto di affari mafiosi, bisogna rifiutarle» spiegava il vescovo nella lettera pastorale del marzo scorso. Ora soldi puliti stanno arrivando, grazie alla generosità dei fedeli e al contributo dell’8 per mille.

In un’intervista a «Radio Vaticana» monsignor Oliva spiega: «Non credo di aver fatto chissà che cosa. È giusto che la Chiesa mostri distacco da ciò che la può influenzare o condizionare negativamente.

Il nostro è un territorio difficile, dove la malavita è molto organizzata». Alla domanda «Perché la mafia tende insidie ai sacerdoti?» il vescovo di Locri risponde: «Perché è più pericolosa la mentalità mafiosa, che è difficile da scardinare, che non il singolo mafioso che spesso è “attenzionato” dalla magistratura e soggetto a procedimenti restrittivi o penali. Quello che dobbiamo combattere è la mentalità mafiosa che circola ovunque. Il fenomeno ha radici che risalgono indietro nel tempo, è radicato in questa terra e legato anche alla povertà. Papa Francesco insegna: la Chiesa non accetta denari che hanno il minimo sospetto di essere denari sporchi». E aggiunge: «Il gesto non è stato da me imposto, è venuto su valutazione da parte del parroco e del Consiglio affari economici della parrocchia».

Instancabilmente Papa Francesco eleva la voce contro ogni forma di male e indica le strade del bene. Lo ha fatto anche sabato 21 giugno 2014 nella visita a Cassano allo Jonio (Cosenza) in Calabria. Definisce la ‘ndrangheta «adorazione del male e disprezzo del bene. È un male che va combattuto e allontanato. Bisogna dirgli di no. La Chiesa che so tanto impegnata nell’educare le coscienze, deve sempre più spendersi perché il bene possa prevalere. Ce lo chiedono i nostri ragazzi e giovani. Coloro che nella vita fanno questa strada di male, come sono i mafiosi, non sono in comunione con Dio: sono scomunicati».

Le parole del Papa furono colte dai giornali come un «atto» di scomunica dei mafiosi. Invece è la «constatazione» che i mafiosi sono e restano scomunicati, cioè lontani dalla grazia del Signore e dalla vita cristiana. La visita in Calabria durò nove, pienissime ore e fu fatta come una specie di consolazione a quella diocesi perché Papa Francesco nel 2014 aveva nominato mons. Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Jonio, segretario della Conferenza episcopale italiana.

Nella Messa nella piana di Sibari con oltre 250 mila persone, Francesco non usa giri di parole contro il crimine e i mafiosi che «sono scomunicati», contro la violenza e i falsi idoli. Messaggi chiarissimi e fortissimi: «Quando all’adorazione del Signore si sostituisce l’adorazione del denaro, si apre la strada al peccato, all’interesse personale e alla sopraffazione; quando non si adora Dio, si diventa adoratori del male, come lo sono coloro i quali vivono di malaffare e violenza. La vostra terra conosce i segni e le conseguenze di questo peccato. La ’ndrangheta è questo: adorazione del male e disprezzo del bene comune».

Un altro vescovo molto noto per il suo impegno contro la ‘ndrangheta è Giancarlo Maria Bregantini, nato nel Trentino nel 1948. Da giovane ha lavorato in fabbrica. Prete dal 1978 si è occupato di pastorale del lavoro a Crotone, è stato cappellano del carcere. Nominato vescovo di Locri-Gerace nel 1994 si impegna nella lotta contro la criminalità, tanto che è minacciato dalla ‘ndrangheta fino a che la Santa Sede nel 2007 lo nomina arcivescovo di Campobasso in Molise. Su incarico di Francesco lo scorso 25 marzo ha preparato le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo.

Fiero oppositore della vicinanza e dell’acquiescenza dimostrata dal presidente della Cei cardinale Camillo Ruini nei confronti di Silvio Berlusconi e dei suoi governi di destra, Bregantini non ha mancato di evidenziare in ogni occasione la distanza del Cavaliere dal Vangelo, in particolare dall’opzione preferenziale per i poveri che è al centro del Vangelo. Di fronte allo scandalo «Rubygate», mentre i vertici della Cei erano molto prudenti ed evitavano giudizi troppo severi, mons. Bregantini esprimeva pubblicamente il suo sdegno per la decadenza morale in cui lo scandaloso ex presidente del Consiglio rischiava di far precipitare la Nazione.

Don Rosario Giuè, prete palermitano, nel documentato libro «Vescovi e potere mafioso» (Cittadella, 2015) giustamente sostiene che «il futuro della Chiesa italiana sta nella scelta di vescovi credibili più che fedeli».

I frutti cominciano a vedersi. È il caso di don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e poi di Libera, minacciato di morte dal «capo dei capi» mafiosi Salvatore Riina dal carcere milanese di Opera: «Ciotti, Ciotti, putissumu pure ammazzarlo». La presidenza Cei interviene subito. Per don Ciotti parla di «azione coraggiosa e intelligente» e gli «conferma vicinanza e stima in un momento in cui viene fatto oggetto di gratuite intimidazioni». Un altro bel segnale è giunto da vescovo di Locri, Oliva che rifiuta soldi «sporchi di sangue» della ‘ndrangheta.

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