BergamoNews.it - Bergamonews notizie in tempo reale da tutta Bergamo e provincia: cronaca, politica, eventi, sport ...

Papa Francesco: “Trump? Non do giudizi, mi interessa capire cosa farà per i poveri e gli esclusi”

«Io non do giudizi sulle persone e sugli uomini politici, voglio solo capire quali sono le sofferenze che il loro modo di procedere causa ai poveri e agli esclusi».

Papa Francesco non giudica il nuovo presidente americano, ma è preoccupato, molto preoccupato per i poveri.
Otto anni fa, dopo l’elezione di Barack Obama (presidente 2009-2017), anche la Santa Sede fu contagiata dall’entusiasmo mondiale e Papa Benedetto XVI inviò subito un telegramma di congratulazioni, rompendo la prassi diplomatica secondo cui il Vaticano si complimenta non a novembre per l’elezione ma a gennaio per l’insediamento. Ben altro clima accoglie ora l’elezione del miliardario che sembra intriso di razzismo e xenofobia, di odio verso gli immigrati, di indifferenza verso i poveri.

Prudentissimo è il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato. Invita ad attendere i fatti e assicura «la nostra preghiera perché il Signore lo illumini e lo sostenga al servizio della sua patria e a servizio del benessere e della pace nel mondo». Si sono sbilanciati un po’ di più i vescovi cattolici americani: «Siamo ansiosi di dare il benvenuto al nuovo presidente e di lavorare nella ricerca e promozione del bene di tutti. La nostra speranza è di poterlo fare, come Conferenza episcopale, come abbiamo fatto negli ultimi cento anni» dice a «Radio Vaticana», mons. Joseph E. Kurtz, arcivescovo di Louisville, presidente della Conferenza episcopale statunitense: «Adesso comincia la responsabilità di governare nell’interesse comune» e auspica che Trump possa «attivarsi per proteggere la vita umana dal suo inizio fino alla sua conclusione naturale», che migranti e rifugiati possano «essere accolti con umanità, senza per questo sacrificare la sicurezza» e che la nuova amministrazione si impegni «sul tema della libertà religiosa».

Papa Francesco fu negli Stati Uniti il 22-23 settembre 2015, parlò al Congresso (prima volta di un Papa), fu ospite di Obama alla Casa Bianca e concluse l’Incontro mondiale delle famiglie a Philadelphia. Nel febbraio di quest’anno Francesco – dopo lo storico incontro a L’Avanta con Kirill, Patriarca ortodosso di Mosca, e dopo il viaggio in Messico – non esita a dire che «chi costruisce muri non può dirsi cristiano» e condanna senza mezzi termini la violenza contro i disperati che tentano di attraversare il confine fra Ciudad Juarez e El Paso lungo il Rio Grande.
Costruire ponti fra culture, popoli, realtà sociali, nazioni e non alzare muri e barriere. Ma Trump è la negazione di questo principio di fondo e minaccia: «Erigerò un muro tra Messico e Stati Uniti e caccerò i clandestini».

Francesco in tre anni di pontificato ha assunto la guida morale e ideale del mondo e di un Cristianesimo che si rinnova facendo suo il tema degli esclusi e degli «scartati» dalla globalizzazione finanziaria, che pensa solo di accumulare ricchezza per pochi. Il muro fra Stati Uniti e Messico, i muri costruiti in Europa da Paesi che hanno sperimentato la dittatura comunista come l’Ungheria, il «Muro» di Wall Street, cuore pulsante della finanza mondiale, sono altrettante divisioni che il Papa vorrebbe sgretolare e abbattere con la forza del Vangelo.

Donald (nome che deriva dal gaelico e significa «dominatore del mondo») Trump è, al contrario, il capo-simbolo di chi, nel precipitare della crisi, pensa a chiudere le porte della cittadella in una visione chiaramente egoistica. La differenza non potrebbe essere più totale. Hillary Clinton non è mai stata amata dalle gerarchie ecclesiastiche – al di qua e al di là dell’Atlantico – come non fu mai amato il marito Bill Clinton (presidente 1993-2001): troppo evidente la cultura laica dei Clinton, troppo chiaro che il Cristianesimo non fa parte delle loro «radici culturali», a differenza di Obama, cristiano di confessione battista. Ma Trump rappresenta la negazione del Cristianesimo.

Ora i nuvoloni neri sono tanti, troppi. L’America Latina e il Sud del mondo tremano. Il peso messicano ha subìto un tracollo rispetto al dollaro. Trump ha in programma la cancellazione del Trattato di libero scambio (Nafta) tra Canada, Stati Uniti e Messico, accordo commerciale che ha lanciato l’economia messicana con la privatizzazione delle aziende nazionali e la cessione di moltissime industrie alle multinazionali Usa che da sempre fanno «carne da macello» delle maestranze, come la storia industriale subalpina e italiana insegna. Il legame ora rischia di diventare il pozzo nero dentro il quale può affogare non solo il Messico che esporta l’80 per cento di ciò che produce negli Usa. In questo clima anche gli operai americani non vivono prospettive rosee. Quello che sembra funzionare molto bene sono i cartelli della droga: i «narcos» continuano a vendere la loro merce e la morte negli Stati Uniti.

L’elezione di Trump negli Usa; quella di Mauricio Macri in Argentina; quella di Rodrigo Duterte nelle Filippine – il presidente pistolero che ha chiamato Obama «figlio di puttana» perché chiedeva conto delle morti facili nel Paese asiatico -; la dittatura dello «zar» Vladimir Putin sull’immensa Russia; la dittatura del «califfo» Recep Tayyp Erdogan in Turchia; la brutalità eretta a sistema di Kim Jong-un nella Corea del Nord; l’ascesa al potere di Michel Temer in Brasile, dopo le dimissioni di Dilma Rousseff; la polemica uscita della Gran Bretagna dall’Europa.

In sostanza attorno al Pianeta si delinea una cintura di orrori fondata sulla violenza, sull’intrigo, sul potere della grande finanza.

Per fortuna ci è rimasto Francesco. Vede ridurre gli interlocutori credibili ed è alle prese con le correnti tradizionaliste, conservatrici e lefebvriane interne alla Chiesa, che hanno manifestato grande giubilo per la vittoria del miliardario. Per fortuna Bergoglio non si spaventa né demorde e ripete: «Una persona che pensa solo a fare muri, e non ponti, non è cristiana». Trump ha più volte attaccato il Pontefice «figura molto politicizzata, che non comprende i problemi che abbiamo con l’immigrazione». Per buona dose ha aggiunto: «Se mai l’Isis attaccasse il Vaticano, il Papa dovrebbe sperare che Donald Trump sia presidente». Per fortuna il Califfato è in ritirata.

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.