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Grande Guerra, Pillola 100: la morte di Dio nel Natale del 1916 fotogallery

Nel 1916 una tregua natalizia era un lusso che non ci si poteva permettere: ormai l'idea era quella della guerra come condizione normale dell'umanità e della pace come fenomeno transitorio.

Il Natale del 1916 non fu un Natale da cartolina: a nessuno verrebbe mai in mente di girare un film per celebrare una tregua d’armi natalizia, in occasione del terzo Natale di guerra. Il sequel di Joyeux Noël in una versione 1916, insomma, non potrebbe esistere. Semplicemente, perché nel Natale del 1916 non vi fu alcuna tregua: vi furono, forse, sporadici incontri nella terra di nessuno, che, peraltro, rientravano, ormai, in una sorta di pratica non scritta, per limitare le perdite di entrambe le parti. Oppure vi fu qualche timido tentativo di fraternizzazione, soprattutto da parte tedesca, che, però, non sortì effetti significativi.

Rimane qualche testimonianza, perloppiù nebulosa, di scambi di piccoli doni o di canzoni cantate all’unisono, come nel caso di canadesi e germanici a Vimy Ridge, sulla Somme; ma, ammesso che gli episodi siano autentici, si trattò di assolute eccezioni e non della regola.

La regola fu che la guerra continuava, senza riconoscere festività o pause, nella sua implacabile ferocia. Ormai, non si trattava più di un normale conflitto: era la “Grande Guerra”, il cui scopo era diventato quello di annientare le nazioni nemiche e non di conseguire una vittoria sul campo.

Il 1916 era stato il trionfo del Materialschlacht: l’apice della pratica del gigantismo industriale sui campi di battaglia. Dopo Verdun e la Somme, sul tormentato fronte occidentale, l’umanità del cittadino in armi era scomparsa, lasciando il posto alla figura del Kämpfer, dell’uomo da trincea: numero tra numeri e macchina tra le macchine. Perfino la natura era mutata, in quei due anni: nel 1914, i soldati combattevano in un territorio che aveva ancora una parvenza di normalità, con qualche albero, qualche fattoria, dell’erba intorno: il fronte, due anni dopo, correva in mezzo ad un paesaggio sconvolto, violentato, puntellato di crateri e segnato da mozziconi di alberi inceneriti.

Una tregua di Natale era un lusso che non ci si poteva permettere, in questo scontro totale. E, infatti, i rispettivi comandi fecero di tutto per prevenire solidarizzazioni e fenomeni di fraternizzazione col nemico: gli ufficiali ebbero ordini stringenti di vigilare con la massima severità e, nei giorni delle festività natalizie, furono stabilite apposite offensive di artiglieria, per mantenere vivo nei combattenti il senso della guerra continua.

Dio era morto, nei campi delle Fiandre e sulle basse colline della Mosa: i bengala, come stelle comete caduche, scendevano, in una luminescenza spettrale, appesi a piccoli paracadute, ed illuminavano la distesa lunare della No man’s land.

Non c’era più Dio, nel Natale del 1916, ma soltanto la morte, la desolazione, la disperazione. La guerra aveva già ucciso milioni di uomini: tra i soldati riuniti intorno alle stufe di trincea per consumare il pasto di Natale, le facce non erano quasi mai le stesse del 1914 o del 1915. Solo qualche reduce, quasi un miracolato, apparteneva a quegli eserciti che si erano affrontati con baldanza ottocentesca nell’agosto e nel settembre di due anni prima: gli altri erano intorno a loro, disseminati ovunque.

I più fortunati, riposavano sotto una croce di legno, con scritto sopra il nome, il grado, una data: la grande maggioranza era nel terreno, sminuzzata, polverizzata dalle esplosioni, che seppellivano e riesumavano i cadaveri infinite volte, fino ad impastarne le cellule con il fango. Non soldati ignoti: semplicemente soldati svaniti, scomparsi fisicamente. E, anche senza ordini superiori, probabilmente, sarebbe bastata la presenza di quei milioni di spettri senza corpo a rendere impossibile una tregua di Natale, a smorzare i canti, a trasformare i dolci arrivati da casa in un boccone amaro.

La prima guerra mondiale produsse una metamorfosi negli uomini: un poco alla volta, nei combattenti si diffuse una specie di rassegnazione, un fatalismo stanco, che impediva di immaginare la possibilità di una pace. Incredibilmente, la guerra stava trasformandosi in qualcosa di nuovo: nell’idea che la pace fosse un fenomeno transitorio e che la guerra, invece, fosse la condizione normale dell’umanità.

Non si può spiegare la crisi del 1917, se non si comprendono questi sentimenti che si stavano impadronendo dei soldati. Dunque, nessuno scambio di doni a Ypres, sulla Somme, davanti a Verdun: solo la ‘spaventosa fame dei cannoni’, per dirla con Wilfred Owen, uno dei più straordinari poeti di guerra.

Certo, vi furono cartoline natalizie in abbondanza: dalla Gran Bretagna arrivarono i Plum Pudding e dalla Germania Oblaten e Speculatius per i valorosi combattenti. Ma non ci fu gioia: lo spirito del Natale non parlò a tutti gli uomini di buona volontà, ma solo a quelli che vestivano la stessa divisa.

Solo la neve era quella di sempre, e ricopriva, indifferente all’odio e alle ragioni della guerra, le croci bianche e le croci nere, in un’unica pietà.

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