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Molinari: “Le quote rosa nella Costituzione, ecco il mio Sì”

Margherita Molinari, 36 anni, commercialista, componente nella Consulta esperti della Commissione Finanze della Camera di Deputati e del Comitato Bergamo per il Sì spiega le nuove quote rosa previste nella riforma costituzionale.

*Margherita Molinari, 36 anni, commercialista, componente nella Consulta esperti della Commissione Finanze della Camera di Deputati e del Comitato Bergamo per il Sì spiega le nuove quote rosa previste nella riforma costituzionale. 

L’articolo 55 della Costituzione è sostituito dal seguente: “Art. 55. — Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza. Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione….”.

L’ampliamento dell’articolo 55 sancisce il primo pilastro della Riforma nell’ottica del superamento del bicameralismo perfetto e non solo: perché prima di tutto viene anche introdotto, per la prima volta, costituzionalmente l’obbligo da parte delle leggi elettorali di prevedere un sistema di promozione verso la parità di rappresentanza nelle istituzioni tra uomo e donna.
Simili norme sono previste anche per le leggi elettorali dei Consigli Regionali.

La Costituzione del 1948 garantì l’uguaglianza formale dei due sessi, ma di fatto restavano in vigore ancora molte discriminazioni contenute nel codice civile e nel codice penale.

La Costituzione italiana del 1948 si pone, chiaramente, da un lato l’obiettivo di garantire una effettiva eguaglianza tra i cittadini, dall’altro di favorire l’affermazione dei cittadini di sesso femminile in contesti tradizionalmente caratterizzati da una forte presenza/influenza maschile. Ne sono prova, quanto meno, gli artt. 3, 37, comma 1, e 51, comma 1, Cost.

Come è noto l’art. 3 della Costituzione italiana, nel garantire la pari dignità sociale e giuridica di tutti i cittadini, sancisce il divieto di discriminare in relazione al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche e alle condizioni personali e sociali. In relazione alle attività lavorative svolte dalle donne, gli artt. 37, comma 1, e 51, comma 1, stabiliscono, da un lato, l’assoluta parità tra uomo e donna nel mondo del lavoro (pari diritti e, a parità di lavoro, identica retribuzione), e, dall’altro, il diritto ad accedere agli uffici pubblici e alle cariche pubbliche in condizioni di eguaglianza. Il costituente aveva chiara in mente la situazione sociale in cui si trovava la donna nella prima metà del secolo scorso e, soprattutto, il ruolo che il regime fascista aveva ad essa attribuito: i codici civile e penale, rispettivamente del 1930 e del 1942, riconoscevano una diversa posizione della donna rispetto all’uomo nella famiglia, punendo con la reclusione l’abbandono del tetto coniugale da parte della donna ma non dell’uomo, ovvero l’adulterio, e strutturando la potestà sui figli come potestà paterna e non di entrambi i genitori. Ugualmente le normative sul lavoro nelle imprese private, prevedevano stipendi differenti non solo in base alle ore di lavoro svolte o alle prestazione eseguite, ma anche in relazione al sesso del lavoratore; ovvero le norme che proibivano alle donne di ricoprire la carica di avvocato o di magistrato .

In forza di queste disposizioni costituzionali, la Corte costituzionale dapprima e il Parlamento poi, hanno modificato la legislazione, rendendo effettivo, gradualmente, il principio di eguaglianza ex art. 3 Cost.

A titolo puramente esemplificativo cito la legge del 1963 n. 66 intitolata “ammissione della donna ai pubblici uffici e alle professioni”, che all’art. 1 stabiliva l’accesso delle donne alla magistratura. Altre leggi simbolo sono state quella del 1970 n.898 con cui venne introdotto il divorzio; la legge del 1975 n. 151 di riforma del diritto di famiglia con cui venne introdotta la parità legale fra i coniugi; la legge del 1977 n. 903 sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. Al 1978 risale infine la legge n, 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza.
Se nel nostro Paese gli interventi legislativi in favore delle donne sono stati pochi, un approccio alla tematica ben più convincente si riscontra in altri Paese.
In alcuni Paesi Europei come il Belgio e la Francia le Costituzioni pongono in capo allo Stato il compito di adottare azioni positive volte a garantire una effettiva partecipazione, in condizioni di eguaglianza, di donne e uomini alla vita politica del paese.

Ma il punto, in realtà secondo me, non è solo di civiltà e cultura giuridica, che pure è essenziale.

No: il punto è tutto politico. La presenza femminile nelle istituzioni rappresenta il raggiungimento di una democrazia pienamente compiuta. Le donne non sono una quota da proteggere o una categoria di interessi. Sgombriamo il campo da qualsiasi distorsione terminologica e soprattutto culturale: le donne sono socie fondatrici al 50 per cento del genere umano.
Da tale premessa parte il disegno di legge e a questo dato guarda.

Le donne non sono un soggetto debole, non devono più dimostrare nulla, tutt’altro. Lo testimoniano la nostra quotidiana affermazione di talento, sapere e competenze; l’autorevolezza con cui ricopriamo incarichi di responsabilità politica in Italia, come anche in teatri internazionali, in misura sempre più crescente.
Il punto è che a questa forza non è stata corrisposta, per lunghi decenni, un’adeguata proiezione pubblica.

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