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Pizzolato, in campo per il No: “Addio partecipazione, si va verso la democrazia per delega, utile alle elite” video

Filippo Pizzolato, docente di diritto pubblico all'Università di Milano ed esperto costituzionalista spiega le ragioni del no alla proposta di riforma costituzionale che siamo chiamati a votare domenica 4 dicembre.

Dall’estate scorsa Filippo Pizzolato, docente di diritto pubblico all’Università di Milano, viene invitato ovunque per affermare le proprie ragioni contro la riforma costituzionale che i cittadini italiani saranno chiamati ad esprimersi il prossimo 4 dicembre. “Anche tre incontri a settimana” ammette. “Con alcuni relatori del Sì abbiamo fatto anche coppia fissa, è nata amicizia e stima. Ma resto convinto delle mie ragioni”.

Pizzolato, lei non è un politico, è un professore. Perché si impegna così a fondo affinché questa riforma non passi?
“Ci sono due ragioni. La prima è di natura metodologica. Perché questa riforma ripropone il rischio che la Costituzione sia il bottino della maggioranza di turno. Oltretutto questa maggioranza è l’esito di una rigonfiamento abusivo operato dai trucchetti del Porcellum, una legge dichiarata incostituzionale. Questa riforma è frutto poi di un’alleanza dei partiti di cui non mi fido. È mancata totalmente la partecipazione dei cittadini, dell’ascolto di associazioni, sindacati, enti, Confindustria. La democrazia vive di una sua consistenza che è il popolo, mentre qui ci troviamo con una classe politica che non interagisce con il popolo, ma con qualcosa di informe che si nei sondaggi. Ecco di fronte a questo metodo credo serva una difesa civica. Sarebbe un valore positivo se vincesse il No, perché significherebbe che c’è una cittadinanza a cui la Costituzione sta a cuore sopra ogni appartenenza partitica e ha desiderio di partecipare”.

La Costituzione non si può modificare?
“Sì può modificare, ma per farlo serve un consenso ampio, che non includa maggioranze occasionali e non solo forze politiche. Quando si tocca l’assetto bicamerale c’è da chiedersi: che cos’è il popolo? E come lo vogliamo esprimere? Occorre interrogarsi sul senso di ciò che si vuole andare ad alterare. Credo che questa riforma persegua alcune parole d’ordine che io trovo congiunturali e mi pare una grande operazione di potere con il respiro corto e non all’altezza di questo Paese”.

Che cosa non le piace di questa riforma?
“L’idea di democrazia che questa riforma veicola”.

Con la fine del bicameralismo teme la deriva in una dittatura?
“No. Non ci porterà alla dittatura, ma si introduce una diversa idea di democrazia. Mentre la democrazia si fonda sulla partecipazione, che non è solo politica ma è anche partecipazione sociale ed economica, valorizza tutti i luoghi in cui il lavoro e la vita dei cittadini si esprime, questa riforma va verso una democrazia governante. Delle élite, per intenderci. Il popolo avrà questa veste di corpo elettorale chiamata al voto solo per investire di potere una élite che deve essere unica. Non si capisce perché si debba perdere la pluralità delle voci che compongono questo Paese”.

C’è il rischio di andare verso una oligarchia?
“No. Il rischio è portare la delega dentro la costituzione, e questa una deformazione della nostra carta. L’idea è quella di eleggere dei capi a cui affidare le sorti della convivenza. I cittadini non vengono più abituati a partecipare, a giudicare, e così facendo rischiano di farlo quando eleggono, delegando ad altre élite. Si rischia di governare attraverso i numeri e non gli orizzonti politici”.

Secondo lei mancherà il confronto politico?
“Il confronto politico è ormai tramontato da molto. Anche se in questi mesi, nelle serate dei confronti con altri esponenti del Sì, noto assemblee partecipate ed attente. Segno che i cittadini hanno ancora il desiderio di essere protagonisti della vita politica”.

La riforma chiede l’abolizione dello Cnel. Che ne pensa?
“Il Cnel non funziona, è evidente, ma invece di capire perché non va, lo si abolisce. Dovrebbe essere un ente che è un luogo di confronto, di raccolta delle istanze e degli interessi sociali ed economici. Si è abolito il confronto per lasciare spazio ai partiti. Partiti che anziché essere luoghi di pluralismo sono stati occupati da élite. È la stessa sorte che tocca alle Regioni che vengono svilite, svuotate dei loro poteri con questa Costituzione. Ciononostante nessuna regione si è opposta a questa riforma”.

Perché nessuno si è opposto?
“Perché c’è una classe politica che è succube delle segreterie nazionali. I consiglieri regionali sanno che la loro carriera politica dipende da una forza centripeta dei partiti. È un difetto che va contrastato e corretto”.

Chi sostiene questa riforma costituzionale afferma che la nuova carta renderà il Paese più efficiente. Come commenta questa affermazione?
“È un’immagine illusoria quella dell’efficienza. È come la grandissima illusione di semplificare la complessità che è di fatto un Paese. Anzi, questo semplificare è un rischio che provoca una selezione avversa. Un sistema così destrutturato attira gli avventurieri, nel senso meno nobile del termine. Avventurieri che non avranno contrappesi istituzionali”.

Eppure spesso si sono invocate le riforme proprio per rendere più agile l’attività di governo.
“L’agilità è una cosa, l’indebolire un sistema democratico è altro. L’idea di riformare lo Stato è stata evocata dal presidente Napolitano, ma l’Italia non ha bisogno di questo tipo di riforma che contraddice le modifiche apportate in passato. E poi è stata portata avanti da una classe politica che non ha un passato. Ha preso il potere invocando la rottamazione e spinta dal riformismo di cui non abbiamo bisogno. Va bene il ricambio generazionale, ma occorre non buttare ciò che eravamo ieri”.

In Europa i Paesi hanno governi più stabili, in Italia ci sono stati 63 esecutivi in settant’anni.

“La contestazione della governabilità va osservata da vicino, le crisi di governo sono dovute all’instabilità politica all’interno dei singoli partiti: come non ricordare il passaggio da Letta a Renzi? Una crisi tutta interna al Pd. Non si gioca con la Costituzione. Io ho l’impressione fortissima che così si stia svilendo la nostra Carta. E circa l’Europa… finché si punta a un’Europa dei governi, i governi forti che ovviamente rispondono al proprio elettorato interno e non alle necessità dell’Ue, difficilmente sarà un’unione capace di prendere decisioni condivise degne di un continente che sa guardare con saggezza ai grandi cambiamenti globali”.

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