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Murray nuovo numero 1: una lezione straordinaria per il tennis mondiale

Da lunedi 7 novembre Andy Murray è ufficialmente il nuovo numero 1 del tennis mondiale, ma la maggior parte degli appassionati di questo sport non riconoscono al giocatore scozzese questo primato. Pur non essendo io un fan del britannico (né per caratteristiche di gioco, né per simpatia), vorrei spiegarvi perché questo risultato raggiunto può invece essere considerato assolutamente meritato.

Non c’è alcun dubbio sul fatto che Murray sia stato il migliore nell’anno 2016 e questo lo testimoniano i numeri.

Infatti a decidere chi deve essere il numero 1 del ranking mondiale non c’è una mente umana ma un computer, che ragiona in modo asettico ed insindacabile. E se questo aspetto da un lato rende la questione certamente più lineare, dall’altra risulta però anche meno divertente. Questo spiega ad esempio perché giocatori semi sconosciuti, grazie magari a vittorie in tornei minori, occupino posti rilevanti della classifica.

Dicevamo quindi che è una questione di numeri, di somme e di risultati. Pensate che il 6 giugno scorso proprio questi numeri evidenziavano che tra Novak Djokovic e Andy Murray c’erano ben 8035 punti di differenza. Da lunedì 7 novembre 2016 gli stessi numeri dicono che ce ne sono 405. Si, ma stavolta a favore dello scozzese.

Dunque quella macchina infernale che è il computer, dall’alto della sua infallibile verità, dice che dalla finale del Roland Garros in poi Andy ha vinto: Queens, Wimbledon, Olimpiadi, Pechino, Shanghai, Vienna e Parigi Bercy. Al contrario Nole non ha vinto praticamente più nulla (eccezion fatta per Toronto). E proprio per questo motivo ha dovuto abdicare, non riuscendo a difendere un vantaggio abissale che si era creato con una stagione 2015 straordinaria.

Ma proviamo ad andare oltre quello che dice quel noioso e precisino del computer, che però, alla fine, ha avuto ragione questa volta.

Che Andy Murray sia il nuovo numero 1 del mondo lo ha detto non solo il computer ma, ovviamente, anche il campo. A 29 anni è il più anziano tennista a raggiungere questo primato, almeno da quando a fare i conti è stata messa proprio una macchina.

Non ha mai avuto vita facile il britannico, che ha sempre dovuto fare i conti con il destino avverso che gli ha messo contro probabilmente i 3 più forti di sempre (Federer 302 settimane primatista, Nadal 141 settimane, Djokovic 223 settimane).

Ma lui ha avuto la forza di ribellarsi a quello strapotere ed è soprattutto questo il suo primo grande merito. Anche il 2016 non era iniziato nel migliore dei modi: l’ennesima legnata all’Australian Open, il ko di Madrid, la successiva debacle al Roland Garros inframmezzata solo dal successo di Roma. Ecco che a metà anno si è trovato di fronte nuovamente all’impietosa legge di un Nole Djokovic ancora oggi in grado di batterlo 7 volte su 10 sul campo.

E allora uno si chiede: dove trovare la costanza per andare avanti ed accettare che per tutto il mondo Nole è più forte di te?

Ma Murray non ha certamente mollato e la sua scalata sulla vetta più alta è un contenitore pieno di sacrificio, pazienza, umiltà e testardaggine. Lui ha quasi sempre perso dai tre fenomeni, lo ha sempre accettato ma nonostante ciò ha mantenuto quella lucidità e quella umiltà di restare lì a combattere, punto su punto, partita dopo partita cercando di prendersi qualsiasi chance gli si presentasse. E oggi, dopo una seconda parte di stagione da percorso netto, si può finalmente godere i frutti del proprio duro lavoro.

Vogliamo proseguire? A qualcuno verrà facile dire che non vi è più stata occasione di vederlo contro Djokovic. Ma non è certo colpa dello scozzese se Nole dopo Parigi ha staccato la spina, se ha avuto anche qualche guaio fisico. L’assenza o il calo degli avversari non può ridimensionare colui che raggiunge un risultato. Nel passato è successo altre volte e non si può certo colpevolizzare giocatori come Thomas Muster, Juan Carlos Ferrero o Andy Roddick se si sono fatti trovare al posto giusto nel momento giusto.

Ecco allora che viene spontanea una domanda: l’ascesa di Andy prelude alla fine dell’epoca degli automi del tennis? Già, perché lui si può forse definire un tennista umano, uno di quelli che possono anche perdere e che se capita si arrabbiano pure.

Dopo la perfezione assoluta di Federer, dopo la forza disumana di Nadal, dopo lo strapotere fisico di Djokovic, tutto questo potrebbe significare il primo passo verso il ritorno del tennis ad una categoria meno robotica, fatta di tennisti in carne ed ossa e non di alieni.

Ecco quindi forse quello che può essere il maggior merito di Andy, ossia l’aver ridato a tutti i tennisti un po’ di speranza. Quella di quei tanti ragazzi che, avvicinandosi a questa stupenda disciplina sportiva, capiscono che forse una discreta base di talento c’è e allora possono continuare pensando e sperando che, magari, grazie alla fatica ed all’impegno, un giorno si può diventare numeri 1.

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