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Manzù, grandi ideali e passione civile di un artista

La biografia dello scultore bergamasco, narrata da Alberto Scanzi, nel segno dell'arte e dell'impegno politico.

Posto che è il comportamento a giustificare un’appartenenza, più di qualsiasi confessione di principio, il Manzù che esce dalle pagine del nuovo saggio “Manzù. L’arte, la passione, l’impegno politico”, è una personalità complessa e non riducibile a semplificazioni di parte.

Uno spirito dichiaratamente laico e a-religioso capace di frequentare ininterrottamente nell’arco dell’esistenza l’iconografia della tradizione cristiana. Un uomo sollecitato nel ’68 da Renzo Trivelli (segretario della Federazione Romana del PCI) a essere capolista per il PCI alle elezioni della Camera nella circoscrizione romana (invito declinato da Manzù: “sono uno scultore, non so fare il politico”), uno scultore artefice nel ’77 del manifesto del IX congresso nazionale della Cgil a Rimini (il dettaglio dell’affiché con la scritta “il nostro domani si chiama lavoro” è sulla copertina del libro), nell’81 della medaglia del PCI per il 60° della fondazione del partito.
E molto altro ancora.

Ma anche un estimatore, ricambiato con amicizia, di monsignor Loris Capovilla che nel ’69 celebrò a Bergamo le esequie del figlio Pio, di Papa Giovanni XXIII, il papa suo conterraneo che seppe trasgredire i dettami rigidi e impositivi del sistema ecclesiale, un artista universalmente noto per i suoi “cardinali” realizzati in più di trecento versioni, per le sue straordinarie, inquietanti crocifissioni, per le committenze d’eccellenza come le porte delle cattedrali, su tutte la “Porta della morte” di San Pietro in Vaticano e la “Porta dell’amore” del duomo di Salisburgo.

Il volume, redatto con dovizia informativa e non senza tensione narrativa dallo storico Alberto Scanzi, attraversa l’intera biografia dello scultore bergamasco nel segno della partecipazione civile e ideale ai grandi temi della cultura e della storia del secolo breve. Ne esce uno spaccato di sicuro interesse, per certi versi inedito, di un’epoca e di una vicenda bioartistica che l’autore ha conosciuto in parte de visu: non mancano i ricordi personali e i fatti di cronaca (esemplare l’episodio della contestata inaugurazione, il 25.4.1977, del Monumento al Partigiano in Piazza Matteotti a Bergamo), le riletture critiche di fonti giornalistiche e documentali, un carteggio mai prima pubblicato tra Giacomo Manzù e Salvatore Quasimodo, con contributi del figlio del poeta, Alessandro, e di Maria Cristina Rodeschini, direttrice della Gamec di Bergamo.

Attraverso una diffusa ricognizione di monumenti, sottoscrizioni a manifesti di impegno sociale, disegni e grafiche come la serie dedicata nel 1975 ai patrioti di Spagna, Alberto Scanzi sottolinea a più riprese come le opere del maestro “virarono spesso con naturalezza verso la corda civile”, “contro il fascismo e la guerra, contro la Spagna franchista, contro il terrorismo, per la pace e a ricordo di Gramsci”. Intersecando così la poetica e l’analisi critica di intellettuali come Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Salvatore Quasimodo, Ernesto Treccani.

L’accento, in chiave artistica – coté tutt’altro che trascurato da Alberto Scanzi, ma non primario nel volume – cade sull’intenzione del fare di Manzù: è la maestà della forma a interessare lo scultore, non la maestà della Chiesa, è la vis drammatica, non la sacralità del soggetto, è l’universalità del messaggio di pace e pietà, non l’esternazione di un’identità spirituale. E’ un uomo dichiaratamente “non religioso” a frequentare temi di tradizione religiosa, come risalta con ogni evidenza dalla penna del presidente del Circolo Gramsci di Bergamo. Questo è, di fondo, il piano di lettura di un libro che non esita a prendere posizione, documenti alla mano, sottraendo senza indugio all’immaginario collettivo lo stereotipo dell’artista di umile, devota, famiglia bergamasca figlio di un sagrista.

Considerato che la parabola crescente dell’artista Giacomo Manzù è coincisa con un non facile momento di passaggio storico per l’Italia, quando avere un’appartenenza aveva un suo peso, il libro – pubblicato in occasione del 25° della scomparsa dello scultore – rilancia il confronto e il dibattito su una delle figure più affermate e contese nel moderno panorama lombardo e nazionale delle arti visive.

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