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Giulio Terzi: il fenomeno Trump e la certezza Hillary, in gioco democrazia e Stato di Diritto

Giulio Terzi di Sant'Agata, già ambasciatore negli Usa ed ex Ministro degli Esteri Italiano traccia un'analisi sui due candidati che si sfidano per la corsa alla Casa Bianca: "Non vi è probabilmente diversità più grande per formazione, esperienza, visione politica e carattere che il destino potesse porre a confronto in un’elezione presidenziale americana, di quella esistente tra Hillary Clinton e Donald Trump".

*Giulio Terzi di Sant’Agata, già ambasciatore negli Usa ed ex Ministro degli Esteri Italiano traccia un’analisi sui due candidati che si sfidano per la corsa alla Casa Bianca: “Non vi è probabilmente diversità più grande per formazione, esperienza, visione politica e carattere che il destino potesse porre a confronto in un’elezione presidenziale americana, di quella esistente tra Hillary Clinton e Donald Trump“.

IL FENOMENO TRUMP

Il voto per Trump, ha scritto l’Economist, è essenzialmente un voto di “legittima difesa”. Probabilmente i suoi critici e oppositori, in particolare Hillary Clinton in queste ultime settimane, hanno perso tempo nello sfidare Trump sui dati di fatto, le esagerazioni, il complottismo smisurato, persino le totali e palesi falsità da lui poste al centro di una battaglia intesa a “ fare l’America grande ancora una volta”.

C’è da chiedersi il perché. Perché, evitando di porsi troppe domande , ha scelto Trump quasi un quarto della popolazione adulta della più grande , libera, potente democrazia al mondo? Sono decine di milioni gli elettori repubblicani pro Trump: di ogni estrazione sociale, dalle “middle class” della Rust Belt deindustrializzate a sud dei Grandi Laghi, agli universitari, giornalisti, imprenditori conservatori, molti dei quali esponenti convinti di quel “compassionate conservatism” radicato nella tradizione del GOP.

Perché tutti questi elettori repubblicani che fondano sull’“american exceptionalism” la loro fiducia nell’America sostengono Trump, che la nega? Quanti credono nell’“ american exceptionalism” vedono forse un suo equivalente nella promessa di Trump di “fare ancora grande l’America” e restano indifferenti alle contraddizioni del loro candidato. Ma nel 2012 il Partito Repubblicano era così imbevuto dall’amore per l’ “American exceptionalism” da inserirlo di peso nella piattaforma politica repubblicana.

La piattaforma del Great Old Party recitava:“ l’ eccezionalismo americano è il convincimento che il nostro paese occupa un posto unico nella storia umana.“ Trump l’ha cancellato , dice di non crederci affatto. Contesta che l’America sia “eccezionale” o “ più ammirevole” di altri Paesi, come Russia, Giappone o Germania. Ironizza su chi usa questa definizione, ripresa invece da Hillary Clinton nei suoi discorsi. Trump rilancia l’idea di una “grandezza americana” senza porsi troppi problemi sulle sue implicazioni nel mondo. Proclamare la “grandezza” negando l’“eccezionalismo” nei rapporti internazionali , significa forse rinunciare a uno status di superpotenza sancito dall’essere uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la più grande economia del mondo , il paese più avanzato per sapere, tecnologia, scienza , capacità militari? Paesi che pure dispongono di alcune , ma non tutte, di queste prerogative non vanno tanto per il sottile nel rivendicare la loro “eccezionalità” . Lo fanno in Russia gli assertori della “superiorità” di valori e di sistemi di governo eurasiatici rispetto alle democrazie liberali dell’Occidente; lo propongono in Asia Minore gli adepti del neo-ottomanesimo turco; lo affermano in Asia i teorizzatori dei diritti storici e della proiezione globale cinesi .

LA “GRANDEZZA DELL’AMERICA”
I sostenitori di Trump non si chiedono se possa essere davvero lui a poter legittimamente affermare la “grandezza”delle virtù americane. E’ proprio Trump ad essere un Leader credibile – per spessore etico e intellettuale – nel “fare ancora grande l’America“? Sono decine di milioni di americani che vivono nella quotidianità della famiglia, nel rispetto del vicino di casa, che sono parte di valori condivisi di umanità e di solidarietà . Decine di milioni di cittadini pacifici , mossi da sentimenti positivi, da principi laici e religiosi sentiti e praticati, propri alla Costituzione e alla formazione della società americana.

Perché sostengono una figura come quella di Trump, e non sembrano affatto interessati a mettere in discussione le sue asserzioni? Perchè per loro un ritorno alla grandezza essi sono convinti che l’America abbia bisogno di Trump? E come può rinascere la fiducia in una “America Great again” tipica dell’antico sogno dell’ “ american exceptionalism” , ma contraddetta dagli slogan del candidato Repubblicano e dagli attacchi continui contro una classe politica e imprenditoriale di uomini e donne corrotti, falsi, e persino criminali?

IL POPOLO DELLA “LEGITTIMA DIFESA”
Circa un quarto degli americani nati dopo il 1980 , crede che la democrazia sia una cattiva forma di governo. Un percentuale assai più alta di quella che si registrava vent’anni fa. Se le elezioni presidenziali 2016 sono servite a qualcosa, non è stato certo nel recuperare la fiducia dei giovani .Le presidenziali hanno fornito un’immagine di attacchi personali, volgarità, colpi di scena ,fuoriuscita spesso unidirezionale di rivelazioni , inchieste giudizarie aperte e richiuse ripetutamente. Non c’è quindi da stupirsi se una parte considerevole dell’elettorato stia concentrandosi – più che su grandi visioni di un cambiamento dell’America e del suo ruolo nel mondo che avevano caratterizzato la sfida tra Obama e McCain, o tra G.W.Bush e Gore, o tra Bill Clinton e G.H.Bush – su aspetti molto concreti, e su inquietudini alimentate anche artificiosamente. Prima fra tutte la grande questione della sicurezza propria e quella del Paese .Per ogni americano essa occupa da sempre, e ancor più in questa campagna , un rilievo centrale. I simpatizzanti di Trump , hanno scritto alcuni commentatori, appaiono come “un popolo della legittima difesa” che ” reagisce con la stessa stizza con la quale reagirebbe nel sentirsi inquisito o indagato, quando magari uccide chi entra di notte nella sua casa, e pensa di poterlo farlo senza troppe domande della polizia “.

Per questi americani sono verità assolute quelle di Trump sul tasso di criminalità che avrebbe toccato livelli mai raggiunti nella storia americana, quando si tratta invece di indici tra i più bassi dell’ultimo mezzo secolo. E lo sono, per questa fetta della società americana, anche altre “verità” del candidato repubblicano , nonostante esse siano palesemente contraddette da misurazioni e dati scientifici: ad esempio i cambiamenti climatici, le quantità di CO2 riversate nell’atmosfera, l’innalzamento dei mari , lo scioglimento dei ghiacciai, le particelle sottili – PM 10 e PM 2,5 – che superano anche di dieci volte i limiti massimi per la salute. Si tratta di una realtà oggetto di misurazioni precise, al centro di politiche e misure varate dal Governo americano e in tutto il mondo, dalla Russia, alla Cina, all’Europa . Ma Trump nega accanitamente validità ai dati sui cambiamenti climatici, sull’inquinamento , sul degrado dell’ambiente.
Non crea neppure difficoltà tra i suoi elettori l’affermazione ripetuta con enfasi da Donald Trump che nella prima settimana dall’insediamento di un’eventuale Presidenza Clinton 650 milioni di immigrati illegali – il triplo dell’intera popolazione messicana, il doppio di quella di tutti i Paesi arabi messi insieme – si riverserebbero istantaneamente negli Stati Uniti.

SPACCATURE PROFONDE TRA I DUE MAGGIORI PARTITI
La profonda contrapposizione tra le forze in campo è certamente una spiegazione plausibile di quello che è spesso apparso un litigio più che un dibattito. Il settarismo è da tempo diventato anche nella democrazia americana sempre meno compatibile con l’ordinato svolgimento della vita politica , così come ben descritto Francis Fukuyama nel suo lavoro “Political Order and Political Decay”.

La frattura viene da lontano. Si è acuita alla fine della Presidenza Bush e durante il primo mandato di Obama . Si è accentuata ancor più nella scia dei Tea Parties, nello schieramento conservatore, e di gruppi come Occupy Wall Street , mentre il baricentro democratico si è spostato verso le tendenze “socialiste” espresse da Bernie Sanders e, in certa misura, da Elizabeth Warren.

La crisi finanziaria del 2008 ha fatto il resto. Superata ampiamente da statistiche che mostrano tassi di crescita del GDP tre/quattro volte superiori a quelli europei, disoccupazione al 4,9%, la creazione di quasi 8 milioni di nuovi posti di lavoro durante il secondo mandato di Obama, una crescita dei redditi per la “middle class”, la crisi del 2008 ha lasciato tracce profonde. Le inarrestabili follie di Wall Street e le continue dimostrazioni di irresponsabilità da parte di un intero mondo di banchieri – pesantemente sanzionati dalla Treasury e dai tribunali per molte centinaia di miliardi di dollari, peraltro pagati più dagli azionisti che dai vertici delle istituzioni finanziarie coinvolte – ha contribuito a far sanguinare le ferite. Non certo a rimarginarle.

Esiste tuttavia anche un’altra spiegazione. Molti americani si considerano buoni cittadini di un Paese grande in tutti i sensi. Pensano di dover garantire la sicurezza delle persone che sono loro care, ed i propri valori. Alcuni osservatori che hanno seguito tutta la campagna di Trump sono rimasti colpiti dall’influenza che ha lo“Stand Your Ground Mouvement”, una corrente d’opinione molto presente sul web che insiste per un netto rafforzamento della discrezionalità di ogni cittadino americano nell’usare le armi per legittima difesa. Su pressione del Movimento in questione una dozzina di Stati ha introdotto nuove norme che legittimano un uso nettamente più discrezionale delle armi in autodifesa. La questione della sicurezza personale e l’enfasi datale da Trump potrebbe influire in Stati cruciali per i repubblicani, ad esempio la Carolina del Nord.

L’attrattiva di un “voto per la legittima difesa” assume connotazioni più ampie di quelle dell’uso delle armi da parte dei cittadini. Trump la interpreta quando alimenta le paure di un’America sotto attacco: denunciando lo ‘stupro’ all’economia americana per le manipolazioni della moneta cinese; l’infiltrazione dei terroristi islamici tra i rifugiati; le elezioni truccate da funzionari corrotti che faranno votare gli immigrati illegali , e che tengono aperti i seggi oltre l’orario nei distretti a prevalenza democratica.

LE TRASFORMAZIONI DEL MONDO REPUBBLICANO
Un anno fa il candidato repubblicano si era impegnato alla “chiusura totale e completa “per tutti i Musulmani che volessero entrare negli Usa. Salvo poi attenuare proponendo un divieto all’immigrazione dai paesi “sensibili”. Non tutti quelli che voteranno per lui condividono in toto le sue posizioni. Ma il suo messaggio sui posti di lavoro , sulla sicurezza dei cittadini, sui valori sotto attacco tende a compattare i conservatori. L’establishment del GOP si trova ora spiazzato da un candidato che non è dei loro ma che utilizza meglio di loro gli argomenti che da anni stanno scagliando contro una Washington corrotta e un’Amministrazione democratica che minaccia il futuro del paese.

Come ha sintetizzato Paul Krugman sul NYT “Paul Ryan – lo speaker della House of Commons e il leader di quanto resta dell’establishment Repubblicano – non è un razzista o un autoritario. Ma sta facendo tutto il possibile per fare di un razzista autoritario l’uomo più potente del mondo. Perché? Perché potrà così privatizzare Medicare-smontando la riforma sanitaria di Obama che ha esteso la copertura assicurativa a più di venti milioni di americani – e ridurre ulteriormente le tasse agli americani più ricchi. In breve, questo spiega cosa è accaduto in questi anni al Partito Repubblicano e all’America”.

I questa elezione quasi ogni settimana si sono spezzate regole consolidate da tempo nella vita politica statunitense. Ciò è accaduto quando un candidato rifiuta di fornire le dichiarazioni fiscali nonostante i grossi interrogativi sulla legalità dei suoi affari e si limita a dichiarare che è tutto falso. Le uscite di Trump su donne, musulmani, ispanici, criminalità avrebbero squalificato dalla competizione qualsiasi altro contendente. Ma i leader Repubblicani restano indifferenti. Celebrano invece il Direttore dell’FBI, James Comey, che ha preso un’iniziativa senza precedenti, quando una regola consolidata imporrebbe all’FBI di non divulgare mai indagini sui candidati nei sessanta giorni che le precedono. Lo criticano violentemente in queste ultimissime ora per aver fatto un’altra giravolta, sostenendo che ciò è avvenuto per pressioni democratiche, ma tacciono sulla lunga apprtenenza di Comey al GOP e il suo ruolo in diverse indagini senza esito contro i Clinton. E preannunciano una procedura di impeachmente se Hillary vincesse.

Per tutta la durata dell’Amministrazione Obama i Repubblicani hanno fatto di tutto per delegittimare i Democratici, mentre la perdita della maggioranza alla House e successivamente al Senato ha obbligato i democratici a compromessi con la parte avversa, sul Bilancio, sulle nomine alle alte cariche, sui negoziati commerciali, sulla riduzione delle armi nucleari che solo parzialmente hanno conseguito risultati apprezzabili.

POLARIZZAZIONE DELLA RICCHEZZA E RIFLESSI SULLA POLITICA
Il deterioramento della vita politica risale peraltro a prima, durante la presidenza di Bill Clinton. Ma l’erosione più profonda, sostengono diversi commentatori americani, è abbastanza recente. Coincide con l’enorme concentrazione della ricchezza , senza precedenti neppure all’epoca del crash del 1929 nell’1% della popolazione e all’influenza che essa esercita sul Congresso. Per questo motivo è stato così travagliato il cammino di una legge , la Dodd-Frank Act, ritenuta vitale per ridare un minimo di regole a una finanza corsara; una legge costantemente sotto la pressione del mondo repubblicano e annacquata a ogni possibile occasione, in attesa che una eventuale Amministrazione Repubblicana le commini il colpo di grazia.

In materia fiscale il divario tra Democratici e Repubblicani è totale. La Clinton da Senatore si era battuta nel 2002 per eliminare le ambiguità normative che avevano permesso a Trump – sia pure con notevole rischio di commettere un crimine fiscale- di compensare un miliardo di dollari di perdite subiti dalle sue società con l’azzeramento di tutti i suoi redditi imponibili per il fisco federale per ben quindici anni. Nel programma della Clinton risalta una profonda revisione delle regole e la chiusura di diversi “loopholes” che consentono ai contribuenti ricchi l’elusione della pressione fiscale. Hillary ha inoltre annunciato l’aumento delle imposte per la fascia più ricca, in particolare per l’1% che ha cumulato profitti finanziari crescenti anche nei peggiori momenti di crisi degli ultimi anni.

I Repubblicani anticipano una riforma del codice fiscale imperniata su criteri opposti: un’imposta sui redditi più elevati ridotta dal 39% al 33%; il 25 % sui redditi medi;12% sui più bassi. Le tasse sui capital gains , interessi e dividendi vengono ridotte alla metà di quelle gravanti sulle diverse fasce di reddito, in omaggio alle sollecitazioni dei poteri finanziari . Si eliminerebbero inoltre altre imposizioni gravanti sui redditi medio alti. L’imposta sulle società scenderebbe dal 35% al 20% , mentre una “flat tax” del 25% anziché del 39,6% verrebbe applicata alle piccole imprese e alle società a responsabilità limitata.

Il progetto fiscale repubblicano allontana gli Stati Uniti da un sistema imperniato sulla tassazione dei redditi in rapporto alle capacità contributive, verso un modello focalizzato sulla tassazione indiretta , con la giustificazione che il cambiamento beneficerebbe risparmio e investimento. Un’impostazione molto discutibile, questa, data la crescente tendenza della speculazione finanziaria a restare tale, senza automaticamente trasferirsi a investimenti produttivi.

Il centro di ricerca indipendente, di orientamento centrista, Urban-Brookings Tax Policy Center stima che i tre quarti dei tagli fiscali nel piano repubblicano beneficerebbe direttamente l’1% dei contribuenti, mentre la fascia ancor piu’ ristretta pari allo 0,1% dei contribuenti più facoltosi otterrebbe un taglio di tasse equivalente a circa 1,3$ milioni di dollari l’anno per ogni contribuente. Infine, verrebbero soppresse le imposte gravanti sulla proprietà immobiliare, che toccano quasi esclusivamente i contribuenti agiati.

La marcata diversità di impostazione tra le riforma fiscale proposta da Hillary Clinton e quella propria al progetto Repubblicano determinerà un percorso irto di ostacoli in Congresso nell’ipotesi ritenuta probabile, nel caso di una vittoria della Clinton, di un Congresso a maggioranza Repubblicana. In ogni caso questa situazione non sarebbe troppo diversa da quella determinatasi dopo il primo biennio della Presidenza Obama, quando i democratici persero la maggioranza alla House. Anche in quell’epoca l’Amministrazione riuscì comunque a far approvare misure di Bilancio essenziali al corretto funzionamento dell’amministrazione, la riforma della legge bancaria, l’aumento del tetto di indebitamento pubblico. Se una presidenza Clinton dovrà dimostrare di essere capace di introdurre una maggior equità fiscale nel sistema, ottenendo che le fasce più ricche della popolazione “paghino una quota equa” del gettito tributario, non è affatto da escludere che esistano le condizioni per un punto di incontro : con un possibile consenso repubblicano a ritocchi verso l’alto delle aliquote sui redditi più elevati, in cambio di una fiscalità meno onerosa per le imprese mirata alla crescita.

Clinton Terzi

GEOPOLITICA E PERSONALITÀ
Non vi è probabilmente diversità più grande per formazione, esperienza, visione politica e carattere che il destino potesse porre a confronto in un’elezione presidenziale americana, di quella esistente tra Hillary Clinton e Donald Trump.

La prima, influenzata sin da ragazza dalla campagna anticomunista di Barry Goldwater e dalla retorica delle presidenziali del 1964 , subito dopo la morte di JFK Kennedy e la crisi di Cuba, ha sempre visto nell’America “ una forza per il bene” , e non esita a evocare l’”American exceptionalism”.

Da Senatore prima e Segretario di Stato ha dimostrato prudenza e realismo. Al tempo stesso , come non ha avuto difficoltà a esprimere con chiarezza in diverse interviste e nelle sue memorie – Hard Choices- pubblicate quando il sostegno di Obama non appariva ancora cruciale per la sua corsa alla Casa Bianca, alcune differenze sostanziali rispetto alla linea poi decisa dal Presidente. In Siria ,Iraq, Libia , il Segretario di Stato Clinton è parsa preferire una “prevenzione attiva” delle crisi che stavano per aprirsi, attraverso una diplomazia consapevole della necessità di ricorrere – nel quadro della legittimità internazionle sancita dal Consiglio di Sicurezza- all’impiego della forza.

Nei rapporti con Russia e Cina Hillary Clinton è stata indubbiamente l’artefice del “reset” con la Russia, nonostante il rapporto bilaterale dopo la crisi dell’Ossezia meridionale fosse in via di deterioramento; un “reset” durato poco e tuttavia fondamentale nel conseguire quella che si può a buon titolo giudicare l’unico vero successo della Presidenza Obama nei negoziati di riduzione e controllo degli arsenali strategici, il “Nuovo Start” firmato a Praga nell’aprile 2010. Il suo “commitment” all’Alleanza atlantica quale pilastro essenziale della sicurezza e dei valori del mondo occidentale la colloca in una linea diametralmente opposta a quella del contendente repubblicano. Certamente, un’inversione di ruoli per chi ambisce a rappresentare alla Casa Bianca il GOP di Reagan e dei due Bush. Molte posizioni espresse dalla Clinton durante i dibattiti elettorali fanno prevedere una volontà di dialogo e di cooperazione con la Russia , ma in un quadro di fermezza circa il rispetto dei Trattati sulla sicurezza europea, sul controllo degli armamenti convenzionali e strategici. Niente di paragonabile alle espressioni di ammirazione di Trump sul “brillante amico Putin”, la sua indicazione che una volta alla Casa Bianca potrebbe riconoscere l’annessione della Crimea – dopo un referendum dichiarato illegale dalle Nazioni Unite-, la smentita del suo Vice, Mike Pence , reo di aver criticato i bombardamenti indiscriminati russi contro la popolazione civile e gli ospedali di Aleppo, per non parlare dell’invito – poi giustificato come “ironia”- di Trump a Putin per reperire e svelare le famose e-mail della Clinton, e gli oscuri collegamenti con il Cremlino anche tramite il capo della campagna presidenziale, Paul Manafort.

Per quanto riguarda l’interesse americano a trovare una condizione di equilibrio strategico con la Cina , oltre alla definizione di regole del gioco equilibrate sul piano economico e finanziario, si deve in buona misura al Segretario di Stato Clinton la visione del ”Pivot to China” nel tentativo di porre anche le fondamenta di una progressiva integrazione economica nel Pacifico. Al tempo della sua guida della diplomazia americana Hillary Clinton era stata sicuramente un elemento di forte impulso all’interno dell’amministrazione per fare della crescita economica un elemento portante della visione americana .

È stato sin dai primi mesi del suo incarico al Dipartimento di Stato che hanno preso forma i negoziati sulla Transatlantic Trade and Investment Partnership -TTIP- e sulla Trans Pacific Partnership,TPP. Al dilà delle polemiche che soprattutto il primo negoziato ha sollevato in Europa, in buona misura dovute sul versante europeo ad una mancanza di trasparenza e di strategia comunicativa che la Commissione avrebbe potuto e dovuto gestire diversamente, i due Trattati avrebbero dovuto facilitare gli scambi generando una crescita significativa, definire norme efficaci per la tutela dei diritti dei lavoratori, garantire gli investimenti, facilitare la soluzione rapida delle controversie, rafforzare le misure di protezione dell’ambiente e di contrasto ai cambiamenti climatici. Non vi è dubbio che la vergognosa realtà emersa dalla crisi finanziaria del 2007/8 abbia motivato le più grandi perplessità sulla natura degli effetti che i due grandi Trattati di integrazione economica macroregionale avrebbero potuto produrre. Il sempre più radicato scetticismo del pubblico sull’influenza nefasta dei poteri finanziari ha costituito una barriera a nuove forme di integrazione, non diversamente da quanto avviene all’interno dell’Unione Europea . Molti sono stati sorpresi dal repentino cambiamento della Clinton sul TPP. Non è detto che si sia trattato soltanto di un espediente pre-elettorale.


(Nel video della “Campagna Trump ” c’è anche un frame con Giulio Terzi di Sant’Agata, allora ambasciatore negli Usa, sull’anno della Cultura Italiana negli Stati Uniti, che è stata un grande successo sia dal punto di vista italiano che statunitense).

HILLARY, UN PRESIDENTE “INCREMENTALIST”
Hillary Clinton dice di essere “ incrementalist”, – e ciò si applica perfettamente alla sua visione e strategia geo politica-, di credere nel potere dei piccoli cambiamenti perseguiti con determinazione nel tempo per produrre trasformazioni di ampia portata. Ed è proprio questo convincimento, prova di un carattere dimostrato in tutta la sua storia personale e politica , ad essere stato un punto di forza nella sua corsa alla Casa Bianca, e al tempo stesso un limite nella capacità di Hillary Clinton di farsi portatrice di visioni rivoluzionarie , di ispirazioni collettive , di retoriche appassionanti e , in ultima analisi, di trasmettere una più netta carica di simpatia al pubblico americano.
Se si insedierà all’Oval Office, il mondo le apparirà ancor più complicato e pericoloso di quando aveva lasciato “Foggy Bottom”. Sono riemersi i rischi, ma non la stabilità della Guerra Fredda.

Occorrono riferimenti precisi per convivere in sicurezza con la crescita della potenza cinese, la destabilizzazione prodotta ai confini dell’Unione Europea dalle iniziative unilaterali russe , per proseguire la lotta al terrorismo e alla radicalizzazione. Un primo riferimento è quello della continuità nell’affrontare le “sfide globali” , affermando lo Stato di Diritto nelle relazioni internazionali e nella gestione delle crisi. Le Nazioni Unite sono ulteriormente indebolite dalla deludente prova data in Siria , in Libia e in altri teatri africani. Tuttavia da una eventuale Presidenza Clinton vi è da attendersi un rinnovato sforzo su tutti i possibili tavoli multilaterali. Certamente, entreranno nella sua agenda i cambiamenti climatici, le pandemie, la proliferazione nucleare, i diritti umani e le libertà fondamentali.

Rispetto al binomio Obama–Kerry, e sarà indicativa la scelta del Segretario di Stato e del “Security team” del nuovo Presidente, una nuova amministrazione democratica darebbe probabilmente un’intonazione più attiva , sensibile alla realtà “geopolitica”, consapevole del grande spazio politico e psicologico che gli Stati Uniti devono recuperare rapidamente, in modo coeso e concertato con l’Europa e con le democrazie liberali dell’Occidente. L’esperienza straordinaria maturata dalla Clinton sul piano internazionale, a tutto campo e in particolare con i Paesi Europei, darebbe alla sua presidenza l’occasione per un significativo rilancio dell’Occidente, con realismo, flessibilità, ma anche con determinazione e leadership.

Ritengo sbagliato che personalità di governi stranieri manifestino ufficialmente preferenze o ancor peggio sostegni a candidati in elezioni importanti come questa, perché mi sembra scorretto interferire nella libertà di scelta che ogni Paese democratico deve avere nella nomina dei propri rappresentanti. Non ricoprendo alcuna carica governativa, mi sento perfettamente legittimato a constatare come il programma, la personalità, le motivazioni di Hillary Clinton corrispondano alle aspettative nutrite da molti per un serio rilancio dell’Occidente e siano coerenti con una visione per riaffermare le democrazie liberali e lo Stato di Diritto nel mondo.

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