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Bambini e trauma da terremoto: “Servono senso di protezione e di comunità”

Per capire le conseguenze del terremoto sui più piccoli e come elaborare una situazione così tragica abbiamo intervistato la dottoressa Ivana Simonelli, psicologa clinica bergamasca, psicopedagogista e psicoterapeuta esperta dell’adolescenza.

Il terremoto è un trauma. Il sisma e le continue scosse che stanno colpendo il centro Italia lasciano segni sia sugli edifici sia nella vita delle persone: tutti ne risentono, in modo particolare i bambini, la componente più fragile della società. Per capire le conseguenze e come elaborare una situazione così tragica abbiamo intervistato la dottoressa Ivana Simonelli, psicologa clinica bergamasca, psicopedagogista e psicoterapeuta esperta dell’adolescenza.

Quali sono gli effetti del terremoto sui bambini?

Gli effetti sono estremamente provanti. Si tratta di un vero e proprio trauma che investe tutto: mente, cuore e corpi, ambiente, situazioni e relazioni. Esistono risposte psicobiologiche definibili come sindrome post-traumatica da stress. Il termine “sindrome” indica la costellazione di sensazioni che si possono vivere, come paura, specifica e generalizzata, che diventa una delle emozioni predominanti, terrore, incredulità, incomprensione, senso profondo di impotenza e di abbattimento. Viene minata la fiducia: quella che è stata toccata è la terra, la propria terra, con tutte quelle connotazioni di immaginata sicurezza che in un momento vengono totalmente distrutte.

In seguito a eventi come questi, come reagiscono i bambini?

Possono verificarsi situazioni di iperattivazione data dal senso di allarme, battiti cardiaci che aumentano e pianto, oppure strategie di isolamento, come se il dolore dovesse essere contenuto dentro di sé senza riuscire a esprimerlo, rimanendo ammutoliti.

E quale atteggiamento è più dannoso?

In ogni caso il trauma deve essere elaborato il più possibile, anche nell’immediato. È fondamentale poter parlare dei propri sentimenti e delle proprie emozioni, condividerle, riuscire a sentire che sono emozioni e sentimenti collettivi. Al tempo stesso, bisogna adoperare delicatezza e rispettare il tempo di ciascuno: ci sono bambini che necessitano di parlarne subito e in modo ricorsivo, mentre per altri bisogna aspettare segnali che diano il via per affrontare l’argomento. È un’osservazione delicata che chi si occupa di psicologia dell’emergenza conosce.

Cosa può fare, invece, un genitore?

In questi casi anche il genitore è traumatizzato e quindi la sua fatica è decuplicata: vive la stessa situazione traumatica del figlio, caratterizzata da paura, terrore, incredulità e sgomento, che è l’emozione più devastante, e si deve occupare di un cucciolo. E le continue scosse ricordano costantemente il senso di precarietà e instabilità. Il primo passo è accettare di farsi aiutare da tutte quelle persone come la protezione civile e gli psicologi specializzati in psicologia d’emergenza che, da tutte le università, sono arrivati nelle zone colpite dal sisma. Inoltre, cercare di trasmettere al bambino una sensazione di protezione, che contrasta la paura dicendogli, ad esempio: “Tutte le volte che senti paura vieni dalla mamma o dal papà e ci abbracciamo”. Quindi, aggiungere: “Guardiamoci attorno, tutte queste persone sono qui per darci una mano e per far sì che possiamo stare il meglio possibile”. Un altro passo, non semplice, è stimolare la “ripresa normalizzante”, ossia tornare a effettuare le azioni quotidiane, come accompagnare il figlio a incontrare altri bambini, per fare attività di gioco o riprendere la scuola.

I traumi da terremoto sono permanenti?

Sono traumi molto importanti e la psiche ricorda che quelle vissute sono situazioni di pericolo: rimangono inscritte profondamente per proteggerci da eventi simili che potrebbero verificarsi in futuro. Il problema è che se non vengono elaborati rimane una traccia che rischia di essere permanente rispetto a qualunque tremolio, come quello della metropolitana di Milano oppure ad altre situazioni riguardanti il dolore o la vista del sangue, che fanno ricollegare in una sorta di veloce flashback delle sensazioni provate in precedenza. Per mitigare questi ritorni e per far sì che siano differenziati rispetto a quanto vissuto, il lavoro psicologico di elaborazione individuale o di gruppo è finalizzato a creare nuovi link, nuove associazioni alle quali ci si può aggrappare nel momento in cui si verificano eventi similari ma totalmente diversi.

E le istituzioni come possono aiutare i bambini?

L’obiettivo è la normalizzazione nel più breve tempo possibile. A scuola molti vorranno parlare di quanto accaduto, mentre altri non vorranno affrontare l’argomento: gli insegnanti troveranno una classe smembrata rispetto ai loro bisogni e sarà importante che la figura dell’adulto sia tenera, accogliente e curante, che i toni della voce siano tranquilli e non ci siano stress legati ai voti. È necessario che durante le lezioni gli insegnanti trasmettano senso di protezione e ci sia un senso di comunità. Non è semplice, perché anche loro hanno vissuto la stessa situazione: da un lato devono pensare agli alunni e dall’altro hanno il timore che possa verificarsi ancora. Per rispondere alle domande dei bambini è importante raccogliere le indicazioni degli psicologi.

Ad esempio?

I bambini chiedono “perché è successo il terremoto” e “perché proprio a noi”: il primo è un interrogativo tecnico, che può giungere anche da quelli che non vivono nelle zone terremotate ma ne hanno sentito parlare, mentre il secondo è di profondità emotiva ed espressione del dolore.

Come consiglia di rispondere?

Le risposte cambiano a seconda del grado di maturità. Ai più piccoli (scuola materna e primi anni delle elementari), con un linguaggio a misura di bambino, chiaro ma per loro comprensibile, è fondamentale non indicare la terra come nemica, in quanto dobbiamo viverci e amarla. Si può dire che “la terra ogni tanto ha bisogno di sistemarsi un po’: a volte lo fa con delicatezza mentre altre in modo molto più forte. In questo caso, le strade e le case mostrano la forza con cui ha bisogno di accomodarsi”. Poi deve scattare subito il senso di protezione: “Per fortuna ci sono ingegneri e geologi che studiano per rendere le case più morbide così, anche se la terra si accomoda in modo molto forte, possono sopportare la sua forza”. Un’attenzione particolare va prestata nell’evitare la sovraesposizione dei bambini alle immagini del terremoto, che sono molto forti e creano un immaginario che può accentuare le paure.

E per gli adolescenti?

La risposta per i più grandi può essere più tecnica, sottolineando l’importanza del lavoro di ingegneri e geologi e spiegando che loro stessi possono dedicarsi a questi ambiti nel proprio percorso scolastico. È fondamentale indicare una prospettiva, in quanto il terremoto oltre al presente mina la fiducia nel futuro: bisogna trasmettere un’alternativa alla distruzione, ossia la direzione verso cui l’Italia si sta muovendo adottando nuovi criteri per costruire gli edifici. Per la domanda “perchè a noi”, va bonificato il senso di colpa: bisogna spiegare che non è un castigo e che la terra si muove indipendentemente dalla zona in cui ci si trova.

Per concludere, come si può mantenere l’identità nonostante i crolli di grandi monumenti?

Non si deve smettere di raccontare la storia di quei territori: pensiamo, per esempio, a un adulto che illustra a un bambino le caratteristiche e gli elementi di pregio di un’antica basilica o di un monumento, parlando della loro bellezza e non della loro distruzione. I terremotati che sono stati accolti sulla Costa, a loro volta, porteranno con sè una parte di quei luoghi e diventeranno narrazioni, arricchendo la propria identità con nuove esperienze.

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