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“Giovani, occupate il sindacato”: l’appello di Bresciani mentre lascia la segreteria Cgil foto video

Tra passato, presente e futuro. Dopo otto anni alla guida del sindacato di via Garibaldi, Luigi Bresciani, giunto a fine mandato, ha lasciato il ruolo di segretario generale della CGIL Bergamo. Lo abbiamo intervistato

Dopo otto anni alla guida del sindacato di via Garibaldi, Luigi Bresciani, giunto a fine mandato, ha lasciato il ruolo di segretario generale della Cgil Bergamo. Al suo posto è stato eletto Gianni Peracchi, precedentemente a capo dei pensionati dello Spi.

Luigi bresciani

Un percorso, quello di Bresciani, cominciato nel lontano 2008 mentre si entrava nella crisi economica e proseguito in una realtà, quella orobica, che in pochi anni è radicalmente cambiata sotto il profilo industriale, artigianale, dei servizi: “Anni complicati, certo, ma sono convinto di lasciare un sindacato autorevole nel territorio, unito, ben organizzato, con i conti a posto e trasparente. Crescita, lotta alla precarietà, buona occupazione, aumento delle competenze e attenzione alle nuove povertà, sono gli obiettivi per il futuro – fa il punto Bresciani -. Per realizzarli abbiamo investito nelle risorse umane e anche nei giovani come garanzie per il futuro”.

Partiamo proprio dai giovani. E da un matrimonio, quello con il sindacato, che non è certo facile da celebrare.

“C’è un evidente problema di rappresentanza dei giovani all’interno del sindacato. Vuoi perché entrano tardi nel mondo del lavoro, vuoi perché spesso lo fanno in situazioni di precarietà. Basta dare un occhio al numero degli iscritti. I giovani sotto i 20 anni rappresentano poco più del 5%, sotto i 30 arriviamo quasi al 10%”.

Quali sono gli ostacoli che non fanno scattare la scintilla tra i giovani e il sindacato?

“In primis vi è una scarsa considerazione del ruolo e dell’importanza del sindacato. I giovani si chiedono: ma a cosa mi serve? La domanda da porsi è un’altra: tu, giovane, cosa puoi fare per tutelarti in un mondo del lavoro così frammentato? La risposta è tiepida perché vi è poca consapevolezza sul come cambiare le cose, e il rischio è quello di rifugiarsi nell’individualismo. E poi, oggi, a mancare è una forte spinta politica. Prima uno era socialista, comunista, democristiano… C’erano delle forti motivazioni e con la fine dell’ideologia queste sono inevitabilmente venute meno”.

Quale consiglio dà alle nuove generazioni?

“Il sindacato cambia se i giovani occupano il sindacato. Devono fare lotta politica. Il sindacato è proprietà di chi c’è, di chi entra e chi crea rappresentanza degli interessi. L’appello che faccio io ai giovani è: occupate il sindacato. Io ho sempre cercato di tenere le porte aperte. Il sindacato ha le porte aperte, ma a spalancarle devono essere loro”.

Ci sono situazioni in cui i giovani entrano più facilmente a contatto con il sindacato?

“Dentro l’azienda sì, quando sono loro a essere proposti dagli stessi colleghi e quindi si sentono più motivati. Laddove vi è concretezza nella rivendicazione non vi è misconoscimento del ruolo. Poi, quando c’è il salto dalle Rsu al sindacato è tutto un altro discorso. Lì fanno molta più fatica”.

Qual è oggi il compito del sindacato?

“Tenere contro degli interessi più generali. Prima del tuo problema personale viene l’interesse generale, della collettività. Occorre una sensibilità particolare nel capire qual è”.

Ci fa un esempio?

“Prendiamo il caso dell’aeroporto di Orio. Stiamo parlando di un servizio importante, strategico e che dà lavoro a centinaia di persone. Il nostro compito è quello di tutelarle, certo, ma dall’altra parte ci sono dei comitati che si rivolgono a noi per le questioni inerenti il traffico aereo e i possibili rischi per la salute. Occorre tenere conto di tutte le parti e fare sintesi per trovare una soluzione. E lo stesso spetta alla politica, che deve tenere conto dell’occupazione, della salute e fare proposta di sintesi confrontandosi con il sindacato e con gli imprenditori per maturare scelte che tutelino gli interessi della collettività”.

A generica

E in tempi di Sharing Economy? In un mercato del lavoro quasi completamente non regolamentato, il ruolo del sindacato non diventa ancora più delicato e difficile? 

“Ormai le nuove generazioni utilizzano gli strumenti elettronici per fare tantissime cose. Prendiamo ad esempio Amazon: lo utilizzo pure io e mi trovo benissimo. Non acquisto più un libro o un cd in libreria, perché so che con un clic il giorno dopo me lo portano a casa. Il problema effettivamente si pone, poiché c’è tutto un settore da affrontare. Ma c’è anche un altro problema…”

Quale?

“Che siamo un’organizzazione sindacale ancora abituata a ragionare sul tempo differito. Ormai il tempo è reale, non più differito. E poi guardiamo anche alle banche: oggi non sono più né bergamasche, né bresciane, né di Cuneo. Sono proprietarie dei fondi. Quel che mi chiedo è: conta ancora il territorio?”.

Parlando di territorio, qual è stato il segno più tangibile della crisi?

“Credo il depauperamento dell’industria dalle valli. Io sono stato eletto nel 2008, all’alba della crisi. Veder chiudere alcune aziende è stato pesante, specialmente quelle del tessile, ma anche dell’edilizia, che in otto anni ha perso il 50% della forza lavoro. La crisi da una parte e il cinismo di un pezzo della classe imprenditoriale dall’altro non hanno giocato a favore, proprio come le banche che non sempre hanno supplito. Il fallimento del cotonificio Honegger di Albino, ad esempio, è stata una sconfitta forte. Poi c’è la vicenda tra banche e Italcementi che è stata difficile da digerire . E’ stata portata avanti un’operazione che ha azzerato la presenza di un player importante, senza che il governo sia intervenuto. Quel che rimprovero alla famiglia  Pesenti non è avere venduto Italcementi, ma averla venduto in quel modo. Poteva farsela pagare di meno e ottenere maggiori garanzie per i lavoratori. Per i dipendenti è stata una grande delusione”.

Solo eventi negativi in questi ultimi anni?

“No, no. Ci sono stati conferme e rilanci davvero importanti. Abbiamo aziende eccellenti come Brembo e Persico. Anche Dalmine Tenaris ha retto bene. E’ una realtà alla quale riserviamo particolari attenzioni. Credo comunque sia doveroso ringraziare tutti quegli imprenditori che, nonostante le criticità, sono rimasti qui”.

A tal proposito, c’è qualche imprenditore nel panorama bergamasco che l’ha particolarmente sorpresa?

“Sul nostro territorio ci sono tanti bravi imprenditori e ottime realtà. Come la Gewiss di Cenate, la Persico di Nembro. A queste aggiungerei la Framar di Francesco Maffeis, che si occupa di pulizie, ma anche il cotonificio Albini, Radici Group. Sono tutte realtà che hanno dato tanto al territorio”.

C’è qualcuno che ha portato qualcosa di nuovo in questi tempi di grande cambiamento?

“Mi viene in mente l’ICTeam, fondata da Gregorio Lerma. Un’azienda nata alla fine degli anni novanta che si occupa di progetti informatici, reti e telecomunicazioni. Creata dal nulla e cresciuta grazie all’impegno di tanti giovani informatici. Credo sia un esempio del coraggio imprenditoriale che serve nell’intraprendere nuove strade”.

Parliamo di lei adesso. Ha progetti in cantiere?

“Attualmente faccio parte del direttivo nazionale del sindacato, ma ho chiesto qualche mese di stop. I compagni di Bergamo pensavano di utilizzarmi ancora qui, ma sarei stato un po’ ingombrante. E poi ora devo occuparmi di mia figlia, che tra un mese avrà un altro bimbo. Dopo penserò a me stesso: andrò un paio di mesi a Malta e altri due mesi a Londra per imparare le lingue. Credo che mi tornerà utile”.

C’è un episodio in questi otto anni di Cgil che le è rimasto dentro più di altri?

“Certo, quando mi lanciarono addosso un uovo, nel febbraio 2014. Un muratore mi colpì dandomi del traditore. La cosa che più mi colpì, però, non fu l’uovo, ma la grande solidarietà che ricevetti all’interno della Cgil. Una cosa importante, tutt’altro che scontata e che, non posso nasconderlo, mi rincuorò molto. Poi ci sono tanti altri episodi, per la maggior parte legati a soluzioni di trattative, ma anche all’avere sempre tenuto all’unità sindacale con Cisl e Uil. Oggi non ha più alcun senso la presenza di tre sindacati, visto che diciamo tutti le stesse cose e che tutti e tre dobbiamo parlare. Non ci sono più ragioni politiche, e se non si fa crollare il sindacato è solo per tenere in piedi i gruppi dirigenti. Da questo punto di vista, servono personalità anche a livello nazionale che diano una sterzata forte e decisa”.

A generica

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