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Tra Marvin Gaye, Stevie Wonder e Pink Floyd: l’album senza frontiere di Michael Kiwanuka foto

'Love and Hate' rappresenta un’autentica sorpresa, distaccandosi dai lidi tradizionali del soul per approdare alla produzione di una musica totale che mischia in modo mirabile il suono dell’anima al progressive, la black music ai Pink Floyd

Giudizio:

A generica

* era meglio risparmiare i soldi ed andare al cinema;
** se non ho proprio altro da ascoltare….
*** in fin dei conti , poteva essere peggio
**** da tempo non sentivo niente del genere
***** aiuto! non mi esce più dalla testa;

ARTISTA: Michael Kiwanuka
TITOLO: Love and Hate
GIUDIZIO: ****
GENERE : PROGRESSIVE/SOUL

Michael Kiwanuka è un artista inglese giunto al secondo album. Il primo intitolato ‘Home Again’, ha avuto numerosi premi e riconoscimenti ed un certo successo commerciale grazie ad una manciata di singoli di indubbio impatto, tutti gravitanti nell’habitat del soul, quello più soffice che ha come padri putativi gente del calibro di Al Green, Smokey Robinson, Bill Withers.

Le attesa per questo secondo lavoro erano certo notevoli e sono state ripagate dall’esito finale di ‘Love and Hate’ che rappresenta un’autentica sorpresa in tema di contenuti, distaccandosi dai lidi tradizionali del soul per approdare alla produzione di una musica totale che mischia in modo mirabile il suono dell’anima al progressive (si, non sono matto), la black music ai Pink Floyd, grazie anche ad una produzione strepitosa affidata a Danger Mouse (Black Keys, Beck tra tutti), riconoscibilissima per l’uso delle ritmiche e delle partiture orchestrali.

‘Love and Hate’ è un concept album, come se ne facevano negli anni ’70 che, per come costruito, richiama alla memoria alcuni capolavori del passato come ‘What’s Goin’ On’ di Marvin Gaye, come ‘Songs in the Key of Life’ di Stevie Wonder, lavori in cui le barriere stilistiche si frantumano in nome di una sintesi che abbraccia ogni genere approdando ad un risultato del tutto originale.

‘Love and Hate’ nasce da una situazione conflittuale, di disagio sociale anche conseguenza dei numerosi scontri razziali di cui la cronaca degli ultimi anni è stata densa. Per certi versi è un lavoro di protesta. Ma è anche un album che tratta di sentimenti, fortemente spirituale, profondo. Un lavoro che richiede un ascolto attento, partecipe, ma che alla fine ripaga appieno dell’impegno.

In ‘Love and Hate’ la musica non conosce frontiere: è il caso in particolare del brano d’apertura, ‘Cold Little Heart’, una sorta di mini suite della durata di quasi dieci minuti, caratterizzata da numerosi cambi di atmosfera. L’inizio è affidato a un coro femminile che si sviluppa su una base orchestrale sontuosa, dalla quale emerge, improvviso, il suono di una chitarra che ricorda quello propri dello strumento di David Gilmour. La voce arriva solo dopo cinque minuti circa e con essa una melodia nuova che accompagna il brano sino alla fine. Un’esperienza musicale unica, profonda, emozionante, liberatoria come da tempo non ne vivevo. Per un attimo ho avuto la sensazione di ritornare agli anni ’70 quando l’ascolto di una nuova uscita discografica mi suscitava spesso e volentieri un senso di stupore.

I brani successivi non sono all’altezza di quello appena citato, altrimenti il disco entrerebbe a pieno merito tra quei cinque/dieci capolavori senza tempo, che invece non è, anche se il livello generale dell’opera è veramente alto. Quello che soprattutto colpisce è la capacità dell’artista di cavalcare generi diversi, tutti però elaborati personalmente con risultati tali da non far sembrare il lavoro frammentario.

E così dal primo brano che ha una struttura complessa si passa al secondo ‘Black Man in a White World’, che rappresenta esattamente l’opposto, ossia una sorta di danza tribale tutta basata sul ritmo scandito dal battito delle mani e da fraseggi vocali comuni ai canti di protesta della popolazione di colore. Lo sbalzo è evidente ma per nulla fastidioso e la canzone è certamente riuscita, tra echi di Isaac Hayes e Curtis Mayfield.

A generica

Le sorprese tuttavia non finiscono qui perché ‘Falling’ è una ballata che ha ancora gli echi del progressive inglese, ma è soul al 100% anche se è con la title track che Kiwanuka sferra un colpo da K.O., perché ‘Love and Hate’ vive di una tensione evidente grazie al suono degli archi, al modo di cantare che ricorda quello più sofferto di Bill Withers, ad un coro ipnotico e a un solo di chitarra che anticipa un finale liberatorio. Quasi sette minuti di pura magia.

‘Place I belong’, mischia il soul con il blues: le atmosfere richiamano da vicino ancora Bill Withers, e sono tutte un altalenarsi di stati emotivi in un avvicendarsi che ha il pregio di non concedere all’ascoltatore alcuna rilassatezza. La base di violini ricorda a tratti le partiture orchestrali di Isaac Hayes ed i cori femminili, per nulla rassicuranti, caratterizzano tutto lo svolgersi del brano.

Stessa tensione che crea la successiva ‘One more Night’, dove il richiamo a certo ‘r’n’b del passato è più evidente e dove a fare la differenza è l’interpretazione molto prossima ai grandi del passato.

Il tema della solitudine è quello di ‘I’ll Never Love’, una soffice ballata che ha una dignità ben superiore a quella della musica di consumo che si ascolta tutti i giorni e che obbliga ad una attenzione assoluta: tastiere, basso e una chitarra che scansiona le battute creano una cornice ideale alla voce dell’artista .

‘Rule the World’ ha ancora il suono degli anni ’70 e tratta temi esistenziali che hanno la loro origine nell’incapacità a comprendere le leggi che regolano la convivenza umana. Nuovamente un brano dai forti accenti di protesta.

Il finale è affidato a due ballate che parlano di rapporti umani, famigliari. Le tensioni si stemperano e i suoni diventano più rilassati. Così ‘Father’s Child’ è un brano dai profumi pop che richiama certa musica vicina al british pop mentre ‘The Final Frame’ possiede i tratti intimi vicini a certo cantautorato inglese dell’ultima parte dello scorso secolo. Nel caso una splendida melodia che dona un tocco di leggerezza conducendo l’ascoltatore al termine del lavoro.

‘Love and Hate’ è il disco che ho ascoltato con maggiore frequenza negli ultimi due /tre mesi; è un’ opera totale che si apprezza ancor di più con il passare del tempo. Non è un disco facile ma il suo ascolto, alla fine, soddisfa pienamente. Consigliatissimo e certamente una delle migliori e più sorprendenti uscite del 2016.
Se non si vuole ascoltare tutto il disco: ‘Cold Little Heart’.

Se non ti basta ascolta anche:
Marvin Gaye – What’s Goin’ on
Curtis Mayfield – Superfly
Bill Withers – Live at Carnegie Hall

In breve:
Eric Clapton and Guests – Crossroads Revisited ***1/2
Ogni circa tre anni e sino al 2014 Eric Clapton ha organizzato un festival riservato principalmente a chitarristi. A partecipare sono stati di volta in volta vecchi leoni del blues come B.B. King, Buddy Guy, Booker T, oppure adepti della seconda ora, meno puri ma più inclini a contaminare la musica del Mississippi con sonorità bianche tipiche del rock come Jeff Beck o ancora giovani di grandi promesse (oramai mantenute) come Gary Clark jr e Dereck Trucks.
Di ogni occasione ne è stato tratto un disco live. Questo raccoglie un po’ il meglio di tutte le uscite precedenti ed ha un contenuto di altissima godibilità: in particolare vi segnalo Don’t Owe You a Thang di Gary Clarck jr, Everyday a I have a blues di Robert Cray, e la ultra celebrata Sweet Home Chicago che vede sul palco riuniti Eric Clapton, Robert Cray e Buddy Guy.

A generica

Norah Jones – Day Breaks ***1/2
Parlare male di Norah Jones non sarebbe di principio neppure così difficile. La signora ha tutto per attirarsi cattive recensioni. Giunta al successo velocemente sin dal primo disco ha poi inanellato prove meno luminose e caratterizzate da una certa routine. Insomma sempre la stessa musica. Questo Day Breaks sorprende e mette in mostra la volontà di cambiamento dell’artista che è manifesta in brani complessi come quello d’apertura Burn, o in quelli dotati di maggior trasporto ritmico come Flipside. Un buon, anzi ottimo disco, inaspettato.

Kings of Leon – Walls **1/2
Nuovo album per la band dei fratelli Followill a tre anni di distanza del precedente Mechanical Bull. I Kings of Leon non mi hanno mai convinto del tutto. Dei loro dichi precedenti, a parte il primo, ad un primo ascolto speranzoso quasi mai ne è seguito un altro: musica nella maggior parte dei casi scontata, un rock che ammicca molto agli U2, qualche eco dei grandi War on Drugs (probabilmente casuale, visto che questi sono giunti sul mercato da pochissimi anni) . Questo lavoro è stato accolto generalmente male dalla critica musicale: “Classic Rock” lo classifica tra i “bocciati”, imputandogli risultati troppo di routine. Francamente, e un po’ a sorpresa, a me invece pare che il risultato non sia così deludente: i Kings of Leon fanno una musica tutto sommato piacevole, in alcuni casi decisamente buona anche se, a volte, fin troppo derivativa. Mi sono in particolare piaciuti il singolo Waste a Moment e Conversation Piece,ma anche il resto, in genere, si fa ascoltare piacevolmente.

A generica

La (Ri) proposta
Flotation Toy Warning – Bluffer’s Guide to the Flight Deck ***1/2
L’amico Brixxon55 mi ha segnalato questo disco qualche settimana fa e, visto l’autorevolezza della fonte, me lo sono andato ad ascoltare subito, perché non ne avevo mai sentito parlare e per questa ragione, ero particolarmente curioso. Due parole sulla Band che è composta dal cantante e frontman Paul Carter, dal bassista Ben Clay, dal chitarrista Nainesh Shah, dal batterista Steve Swindon, e dal tastierista Vicky West, tutti provenienti da Londra. I FTW fanno una musica strana che, superficialmente potrebbe essere definita progressive, ma che in realtà, accoglie generi diversi accomunati da una costante propensione allo sperimentalismo. Il tutto però suona tremendamente bene ed il risultato finale è stupefacente tanto da farmi sembrare del tutto anormale il fatto di non averne mai sentito parlare. Il disco è un susseguirsi di accostamenti di accenti barocchi a sperimentalismi elettronici, con intermezzi acustici malinconici; la varietà e la sorpresa rappresentano il tratto comune a tutto il lavoro. Se proprio devo citare un accostamento oserei richiamare l’ultimo lavoro di Panda Bear che i FTW ricordano per quel misto di ingenuità e stupore che è la cifra che unisce i due lavori. Disponibile su ITunes e da scaricare subito.

Tom Waits – Glitter and Doom ****1/2
Glitter end Doom è un lavoro sottovalutato, anche da me, rispetto a molti altri della discografia del grande Tom e francamente è difficile comprendere il perché. Vero che al tempo usci un po’ in sordina ed altrettanto vero che trattasi di un live fatto di registrazioni provenienti da differenti concerti tenutisi comunque tutti nel corso del 2008. La verità è che in queste canzoni ci trovate tutto quello che i fans di Tom apprezzano: blues scalcagnati, folk sbilenchi, storie di eterni perdenti, di mostri surreali, di personaggi tutti al limite.
In una sintesi estrema qui vi è l’intera poetica, anche musicale di Tom Waits. Le interpretazioni sono superbe ed è la voce ad essere protagonista: quella voce roca, profonda, per certi versi luciferina che rende le storie credibili, che fa cadere l’ascoltatore nel profondo degli incubi della mente. Memorabili le versioni dell’introduttiva Lucinda, della dolcissima (per quanto così possa essere definita) di Fannin Street, della abrasiva Falling Down. Un’esperienza totale e un disco da andare immediatamente a (ri) ascoltare e da amare, incondizionatamente.

A generica

Commenti

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  1. Scritto da brixxon53

    Ciao BG, grazie per la citazione e per… avermi ringiovanito di due anni eh eh. Ovviamente mi fa molto piacere che la mia segnalazione ti sia piaciuta e ti abbia fatto lo stesso effetto che ha fatto a me. Da un po’ di tempo dedico più attenzione del solito alla musica cosiddetta “sperimentale” e si fanno degli incontri veramente interessanti.
    Grazie anche per questo album Love & Hate, lo sto ascoltando da ieri ed è veramente bello, la voce di Kiwanuka mi piace molto e si fonde perfettamente con la musica di alto livello dell’album.
    Buona musica a tutti.