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Gori a Renzi: “Si premino i Comuni che accolgono gli immigrati”

"Il Governo premi i Comuni che si fanno carico dell'accoglienze degli immigrati". È quanto sostiene il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, in un'intervista al TgCom nel pomeriggio di lunedì 31 ottobre.

“Il Governo premi i Comuni che si fanno carico dell’accoglienze degli immigrati”. È quanto sostiene il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, in un’intervista al TgCom nel pomeriggio di lunedì 31 ottobre. “Il problema degli immigrati non è solamente italiano, ma tutti quanti in Europa devono farsi carico, come sostiene il Presidente del Consiglio Matteo Renzi – afferma il primo cittadino di Bergamo -. Stiamo parlando di un problema che non si può più definire emergenza perché continua per settimane e mesi. Occorre che mutino le condizioni di partenza di queste persone che lasciano i loro Paesi. Quando poi sono nel nostro Paese bisogna capire come li collochiamo, finora è stato fatto in modo non omogeneo. Quindi abbiamo Comuni che si fanno carico di un numero non gestibile di immigrati, superiore alle loro possibilità. Si pensi che in Italia su 8mila Comuni sono solamente 2.000 quelli che accolgono i migranti. Per questo servono incentivi per i Comuni. Oltre alla una tantum di 500 euro per ogni migrante, sarebbe utile sbloccare il turn over per poter assumere personale nei Comuni”.

Infine Gori chiede un piano nazionale. Che tenga conto di due evidenze:

1) La gran parte dei richiedenti asilo è destinata a vedere respinta la propria istanza. A Bergamo, dall’inizio dell’anno, i “no” della Commissione territoriale sono stati il 93%. Qualcuno verrà riammesso dai Tribunali, ma il 75-80% resterà fuori (la gran parte dei migranti arriva da Paesi in cui non sono riconosciuti conflitti o persecuzioni).

2) Per questi “diniegati” la legge prevede il rimpatrio, ma i rimpatri eseguiti sono un’eccezione. Mancano gli accordi bilaterali con i Paesi d’origine (tutt’altro che facili da fare) e ci sono grossi problemi burocratici ed economici. Per rimpatriare 10.000 migranti servono 116 voli e 20.000 poliziotti. Ogni rimpatrio assistito costa tra i 3.000 e i 5.000 euro. Non è quindi realistico (almeno nel breve) che se ne possano fare molti di più.

La domanda cui dobbiamo rispondere riguarda il destino di queste persone. Quale vogliamo che sia? Oggi la gran parte è destinata alla marginalità e all’illegalità. Io penso che chi tra loro ha voglia di fare, di imparare e di rispettare le nostre leggi – da qualunque Paese arrivi – debba poter fare un percorso di integrazione.

Ciò che serve è un iter strutturato, standardizzato, obbligatorio, che preveda l’apprendimento dell’italiano e di elementi culturali di base, accompagnato da attività lavorative (centrate sulla manutenzione del territorio) e da moduli di formazione professionale.

Oggi questo accade (in parte) solo nelle strutture SPRAR, e riguarda unicamente i (pochi) profughi cui è stato riconosciuto il diritto di protezione. Non basta: lo schema va esteso a tutti i richiedenti e attuato sin dalla fase di seconda accoglienza, ben prima che le commissioni si pronuncino, moltiplicando le strutture SPRAR e i luoghi di accoglienza diffusa. Chi non accetta le regole di ingaggio dev’essere rimpatriato in via prioritaria.

Soprattutto, impegno e livelli di apprendimento dei migranti devono essere misurati e diventare decisivi ai fini della concessione del permesso umanitario. Che non può essere concesso a tutti, ma solo a chi accetta un patto fondato su formazione, lavoro e concreta volontà di integrazione.

Solo così – cambiando radicalmente le regole d’ingaggio – possiamo evitare di dissipare totalmente lo sforzo prodotto durante la fase di prima/seconda accoglienza dei migranti. Solo così possiamo evitare di “diseducarli” lasciandoli per quasi due anni senza far nulla, e insegnare loro che l’accoglienza ricevuta richiede una “restituzione”.

Solo così possiamo ridurre il numero dei rimpatri da eseguire ed evitare di generare una massa crescente di irregolari indirizzati verso attività illegali. Solo così – io credo – possiamo iniziare a collegare accoglienza e percorsi di integrazione, immigrazione spontanea e governo dei fabbisogni demografici.

 

 

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