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Grande Guerra, Pillola 98: Battisti e gli altri, i due volti dell’irredentismo foto

Tra il maggio e l'agosto 1916 sul fronte italiano si susseguirono le esecuzioni degli irredentisti: Damiano Chiesa, Cesare Battisti, Fabio Filzi e Nazario Sauro, quasi tutti i idee mazziniane che accettavano l'idea del martirio come testimonianza volontaria.

Il 1916, oltre ad essere stato l’anno delle grandi offensive, fu, sul fronte italiano, l’anno delle esecuzioni di irredentisti: i trentini Damiano Chiesa, Cesare Battisti e Fabio Filzi, e l’istriano Nazario Sauro, furono giustiziati tra il maggio e l’agosto del 1916, entrando a far parte del pantheon eroico nazionale.

Tuttavia, aldilà delle vulgate patriottiche o delle polemiche più recenti, alimentate, da separatismi o revanscismi d’interesse, crediamo sia opportuno dedicare un paragrafo di questa nostra succinta storia della prima guerra mondiale a questo fenomeno, tanto noto quanto poco approfondito dalla storiografia italiana. Cominciamo con il chiarire cosa sia stato, storicamente, l’irredentismo: possiamo dire, in senso generale, che l’irredentismo sia una particolare forma di nazionalismo, che si sviluppa in presenza di una comunità nazionale coesa cui non corrisponda uno stato nazionale. Va da sé che, in epoca moderna, gli irredentismi si siano sviluppati soprattutto all’interno di imperi multietnici, multireligiosi e multiculturali, in cui vi fossero etnie in qualche modo subordinate ad altre: tra questi l’impero austroungarico fu, insieme a quello russo, la più nota e la più evidente “prigione di popoli”, per dirla col Mazzini.

Bisogna, però, specificare che gli irredentisti italiani non furono i soli né i più numerosi sostenitori di autonomie o indipendenza nazionali, all’interno dell’impero austroungarico: anzi, da un punto di vista numerico, anche tenendo conto dell’esigua quantità di sudditi imperiali di nazionalità italiana, essi furono un’assoluta minoranza, rispetto alla parte lealista di cittadini italiani dell’impero.

La prima e più importante componente irredentista, all’interno dello stato asburgico, fu quella magiara: tuttavia, ottenuto il sospirato Ausgleich (l’atto di parificazione), nel 1867, i sudditi ungheresi di Franz Josef abbandonarono l’atteggiamento irredentista, godendo di amplissima autonomia rispetto a Vienna. Non così avvenne per la componente slava, la più numerosa tra le popolazioni dell’impero, che, non ottenendo alcuna autonomia, vide crescere al suo interno un movimento irredentista piuttosto significativo, che faceva di solito riferimento all’associazione “Sokol” e che vide numerosi episodi di diserzione, tradimento e passaggio al nemico, nel corso della prima guerra mondiale: si pensi alla legione Ceca o al cosiddetto “reparto verde”, che combatterono al fianco degli italiani, vestendo una divisa grigioverde senza stellette. Ovviamente, questi cittadini dell’impero, che combattevano sotto le bandiere del nemico, erano considerati traditori dalle autorità austroungariche, tanto civili quanto militari e, come tali, passibili di condanna a morte.

Lo stesso dicasi per gli irredentisti italiani, che combattevano nel regio esercito dopo essere espatriati, legalmente o clandestinamente, e che erano, giuridicamente, ed anch’essi passibili di condanna capitale in caso di cattura: anche per questo, i soldati della legione trentina e di quella giuliana, vale a dire gli irredenti che militavano nelle file italiane, di frequente assumevano un falso nome e, spesso, celavano la propria origine perfino ai propri commilitoni. I trentini arruolati nella legione furono circa 750, mentre quelli giuliani furono poco meno di un migliaio: per fare capire i numeri in campo, basti pensare che i caduti trentini nell’esercito austroungarico durante la guerra 1914-18 furono più di 11.000 su 55.000 arruolati.

Naturalmente, nonostante l’esiguità del fenomeno, la propaganda italiana battè molto sulla componente irredentista di Trento e Trieste, ma, oggi, senza nulla voler togliere all’indubbio eroismo degli irredenti, dobbiamo constatare che questa rappresentava un’assoluta minoranza, o, se si preferisce, un’élite. Queste considerazioni, però, nel 1916 erano di là da venire: la cattura e l’esecuzione, per molti versi inevitabile, dei quattro martiri irredenti fu un formidabile strumento nelle mani della stampa italiana, a favore della vecchia teoria risorgimentale dell’imperatore assetato di sangue ed impiccatore, che era stato uno dei motivi principali della propaganda antiaustriaca.

Il primo tra loro ad essere catturato fu il roveretano Damiano Chiesa (Mario Angelotti): classe 1894, sottotenente nel 9° reggimento artiglieria, fu preso prigioniero durante la prima fase dell’offensiva di primavera, il 16 maggio 1916, a Costa Violina, nella zona del Coni Zugna, proprio sopra la cittadina in cui era nato, e venne riconosciuto da diversi suoi concittadini. Tradotto al castello del Buonconsiglio di Trento, il 19 maggio venne processato sbrigativamente con rito statario e condannato a morte per impiccagione, poi commutata in fucilazione dal generale austriaco Dankl: la sentenza venne eseguita la sera stessa. Nella seconda fase della medesima operazione, durante cioè la controffensiva italiana, il 10 luglio 1916, vennero catturati al Corno di Vallarsa il tenente Cesare Battisti ed il sottotenente Fabio Filzi, entrambi del 6° reggimento alpini, battaglione Vicenza. Battisti, classe 1875, che non aveva neppure adottato un nome fittizio, fu immediatamente riconosciuto da un ufficiale dei Kaiserjȁger, tale Franceschini: d’altronde, egli era un personaggio pubblico notissimo in tutto Trentino, deputato, giornalista, campione del socialismo risorgimentale ed irredentista formidabile.

Prima dell’entrata in guerra dell’Italia, Battisti aveva tenuto un gran numero di comizi per l’intervento italiano, in tutta la Penisola e, a guerra scoppiata, era stato un preziosissimo informatore per l’ufficio informazioni della 1a armata, comandato da Tullio Marchetti, anche lui di origini trentine. Insieme a lui fu preso Fabio Filzi, nato nel 1884 a Pisino, in Istria, da famiglia di origine roveretana, disertore dell’esercito austroungarico: per entrambi, era inevitabile il capestro. Dopo un processo breve e condotto senza alcuna possibilità di difesa, entrambi vennero condannati a morte ed impiccati, la sera del 12 luglio, nel castello del Buonconsiglio.

Ultimo a morire sul patibolo fu Nazario Sauro (Niccolò Sambo), classe 1880, di Capodistria: capitano di lungo corso nella marina civile austriaca, Sauro, da sempre animato da un fortissimo spirito irredentista, allo scoppio della guerra, giunse in Italia e si arruolò nella marina militare italiana, con il grado di tenente di vascello di complemento. Come la perfetta conoscenza della geografia trentina aveva reso Battisti un prezioso consulente per i comandi italiani, così la grande esperienza di Sauro sulle coste istriane e dalmate lo rese un pilota straordinario per le unità italiane, oltre che un eccezionale ideatore di azioni ardite e perfino di armi: fu proprio mentre guidava un sommergibile italiano, il “Pullino”, sottocosta, che Sauro venne catturato, il 30 luglio 1916, mentre cercava di allontanarsi dal battello che si era incagliato allo scoglio della Galiola. Portato a Pola, riconosciuto da numerosi istriani e processato, venne condannato a morte per tradimento, ed impiccato nel carcere di Pola, il 10 agosto 1916.

Si concludeva così la terribile stagione delle esecuzioni degli irredentisti in armi: prima della fine della guerra vi furono altri episodi tragici che videro protagonisti i trentini o i giuliani irredenti, ma nessuna esecuzione capitale. L’eco di queste esecuzioni, in Italia e nel mondo fu enorme e diede un impulso notevolissimo alla combattività delle forze armate italiane, tanto che sorge nello storico il sospetto che i martiri, in fondo, immaginassero il proprio destino e lo avessero accettato come un sacrificio utile alla causa.

Quasi tutti erano di idee mazziniane ed accettavano l’idea del martirio come testimonianza (martyr significa appunto “testimone”) volontaria: un modo particolarmente tragico ma enormemente utile di morire per la Patria.

Oggi, pur senza indulgere alla retorica patriottarda, non possiamo non ammirare il coraggio e la fede di questi quattro soldati. Al tempo stesso, non ci sentiamo di censurare o condannare chi li condannò a morte per tradimento o diserzione, giacchè, a ruoli invertiti, le cose non sarebbero state diverse.

La storia serve anche a questo: ad affratellare i caduti di entrambe le parti e a conoscere e comprendere le ragioni di tutti, pur mantenendo ciascuno la propria storia nazionale. Non una storia condivisa, che è pura utopia, quanto, piuttosto, una storia reciprocamente rispettata.

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