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La rivolta della Terra che uccide

Ogni disastro ha alle spalle la sua corruzione, il suo appalto non ben definito, la sua triste storia che è diventata parte della storia della nostra Italia.

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È troppo tardi per imparare la lezione. L’oggetto dell’’insegnamento è fatto di cumuli di macerie e la polvere, leggera, riempie gli occhi e vola nel vento con i lamenti di chi ha lasciato la vita insieme a tutto quanto aveva. I fatti si ripetono senza che si ponga rimedio alle debolezze dei territori fino a quando centinaia di corpi strappati alla vita non impongono di pensare ad una soluzione. La prevenzione è in qualche cassetto ministeriale o regionale o comunale, inchiodata da procedure medievali, abbandonata in attesa che eventi catastrofici non costringano le cosiddette autorità a riportarla sui tavoli di attuazione.

Ma ancora fiumi di parole, di promesse, di verbi coniugati al futuro vengono spesi nel tentativo di far credere che sì, il governo, lo stato, la regione, il comune, tutti sono lì a partecipare al dolore di coloro che hanno come tomba la casa crollata e di coloro che come unica chance hanno la disperazione dei vinti. L’evento ha sorpreso tutti, impreparati come sempre a far fronte a fenomeni distruttivi come il terremoto appena passato, due mesi dopo il sisma che ha cancellato trecento vite ed azzerato paesi interi accovacciati sulla pancia di una terra nemica che ha partorito la morte.

Ci si muove, ci si abbraccia, si stringono mani nella convinzione di strappare un po’ di dolore dal cuore di coloro con i quali si viene in contatto. Non è così. Le istituzioni pronte a condividere il pianto dovrebbero prevenire il dolore di coloro che ora hanno perso padri, madri e figli. Le case e le cose? Sì, anche quelle, sepolte sotto il cumulo di dolore che strappa il cuore dal petto a coloro che lo subiscono e ai quali non va altro che il nostro cordoglio e qualche aiuto che, per quanto grande, è sempre sproporzionato alla devastazione prodotta dalla terra nemica, tenuta così, come se fosse un animale feroce chiuso in un recinto di indifferenza, nella vaga speranza che non superi mai le barriere fatiscenti costruite per imprigionarlo. Ma com’era prevedibile, essendo molte terre d’Italia zone a rischio sismico, la bestia è uscita dal fragile recinto ed ha divorato persone e cose.

“Dove vivremo? Cosa faremo ora che non abbiamo più nulla?”. La domanda è dipinta sul viso disperato di quella gente che non sente più nemmeno le risposte tanta è l’assenza della mente originata dal panico, dal rantolo della terra che ha inghiottito il futuro sudato e progettato per le giovani generazioni residenti su quel Golgota.

È facile ora chiedersi, al di là delle ragioni scientifiche che hanno determinato il disastro, se fosse prevenibile e prevedibile.

Ma l’amarezza, distillata come veleno tossico, è tutta in quel bicchiere colmo di imprevidenza che ha fatto sì che nemmeno i pochi soldi stanziati per la messa in sicurezza di quei territori venissero spesi. Vedremo poi che i soldi non sono per nulla pochi.

E tornano le fosche ombre della corruzione, degli appalti assegnati in qualche modo e in qualche modo non conformemente eseguiti. Inizia la solita ridda di versioni, di scarichi di responsabilità che non resuscitano i morti e non rimettono in piedi le strutture.

Si aprono le indagini, si studiano le carte, si cercano i colpevoli e si vogliono smascherare corrotti e corruttori. È giusto e sacrosanto che chi per avidità o per altri subdoli e inqualificabili scopi ha speculato su queste messe in sicurezza qui e altrove, venga individuato e punito. Ma è un ritornello che accompagna ogni evento quello che un signor qualcuno non ha fatto o ha pagato per non fare o per fare male il compito assegnato. Tutti i possibili rei si scapicollano con dichiarazioni preventive di serenità d’animo, anzi auspicano “che la magistratura faccia chiarezza”. Chi accusiamo di omicidio di quasi trecento persone? Anche il campanile questa volta ha emesso un sordo e letale rintocco precipitando sulle abitazioni vicine nelle quali ha seppellito vite, desideri, fede e progetti.

Ogni disastro ha alle spalle la sua corruzione, il suo appalto non ben definito, la sua triste storia che è diventata parte della storia della nostra Italia. Ha più nomi questa realtà mostruosa che, incurante del rischio altrui, accaparra denaro a più non posso quasi fosse tanto alto il prezzo da pagare per il biglietto che porterà negli inferi, nudi e senza una lira tutti gli attori di questo miserabile scenario.

Chi non controlla e non verifica che la prevenzione sia effettivamente attuata ha le stesse responsabilità di chi truffa. Sono di scarso interesse nomi e dati matematici in questa fase. Quello che importa è la abituale e desolante scoperta che, nonostante dal 1970 ad oggi ci abbiano fatto versare 170 miliardi (261 miliardi se attualizzati) con le accise sui carburanti per le ricostruzioni post-terremoto, solo meno della metà di questa enorme somma è stata impiegata per gli scopi ai quali era stata destinata.

Ogni volta che si rende necessario riempire il serbatoio dell’auto, ognuno di noi paga allo stato 11 centesimi di euro per ogni litro di carburante da dedicare alla ricostruzione delle zone terremotate, per un ammontare di 4 miliardi ogni anno. Statisticamente, eventi catastrofici di livello importante colpiscono i territori ad elevato rischio sismico ogni 5 anni. Nei fortunati intervalli che la natura concede, non vi sembra sia utile mettere in sicurezza gli edifici delle zone a rischio? Si tratta di ben 4 miliardi disponibili ogni anno, senza creare capitoli di spesa ad hoc.

Certamente una domanda nasce spontanea dal più profondo del settore del cervello dedicato alle curiosità: che fine han fatto i 75 miliardi di euro non spesi per le finalità di ricostruzione e messa in sicurezza dei territori? Su quali capitoli di spesa sono stati depistati?

Un pensiero tristissimo va anche alle notizie di scandali delle quali si è diffusa la notizia in queste ore e agli arresti ad essi funzionali, riguardanti le grandi opere.

L’amara constatazione è che non è solo Roma la ladrona, così la chiamavano i leghisti prima che il virus attaccasse anche le loro file. Che cosa ci riserverà il futuro a causa di cementi impoveriti utilizzati in costruzioni importanti? Quanti morti dovremo piangere per il cedimento di strutture non realizzate a norma?

Il contagio si è diffuso in tutto lo stivale e coinvolge, oltre ai soliti noti, anche alcuni che fino ad oggi erano ignoti e praticamente insospettabili.

E’ proprio di queste ore la notizia del risveglio del rantolo omicida della belva che fa tremare la terra. Vorremmo tanto che non fosse l’ennesimo stonato preludio alle solite ruberie che ci rendono tristemente famosi un po’ dovunque. Fama a parte, dal lontano 1968, anno in cui si iniziò con il governo Moro a lavorare sulle accise dei carburanti, la questua per la ricostruzione non è mai cessata. Le notizie sulle destinazioni dei fondi raccolti, ancora oggi, restano un mistero, così come i costi reali dele opere, al netto delle revisioni e dei rincari che puntualmente fanno lievitare i costi di percentuali impressionanti.

Ricordo che quand’ero piccolo, durante i periodi nei quali la siccità rischiava di compromettere i raccolti, si celebravano le rogazioni, invocazioni rivolte a Dio “ad petendam pluviam”, per far piovere. Oggi, dato che di acqua ne abbiamo tanta, grazie allo scioglimento dei ghiacciai provocato dall’inquinamento, bisognerebbe ripristinare queste invocazioni alla divinità cambiando l’oggetto della richiesta: “Liberaci dai ladroni che sono parte del male che tu dovresti combattere!”

Speriamo che ci senta e che, soprattutto, ci ascolti.

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