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Pedofilia on line, sgominata banda internazionale: il capo è di Valbrembo

Il 50enne M.V., secondo quanto ricostruito, era a capo di un'organizzazione internazionale specializzata nella produzione e nella diffusione di materiale pedopornografico

A Valbrembo tutti lo conoscono come un normale padre di famiglia. In realtà il 50enne M.V., secondo quanto ricostruito dalla polizia postale di Roma, era a capo di un’organizzazione internazionale specializzata nella produzione e nella diffusione di materiale pedopornografico. Per questo “Frankie”, questo il suo nome in codice sul web, è stato rinchiuso nel carcere di via Gleno a Bergamo.

Con lui sono finite in manette anche un impiegato 40enne, anche lui diventato produttore attraverso il sistematico adescamento on line di minori; un grafico di 44 anni; un imprenditore di 52 anni; un disoccupato di 28 anni; un altro impiegato di 43 anni; un militare Usa di 40 anni, tutti affiliati a pieno titolo al gruppo, da lungo tempo. Tutti sette gli arresti sono stati effettuati in forma di custodia cautelare.

Gli specialisti della Polizia postale hanno infatti scoperto che, per far parte della comunità, gli aderenti dovevano seguire regole rigide e dettagliate, sottostare a procedure di affiliazione e fornire ogni mese sempre nuovo materiale, altrimenti si incorreva in sanzioni che prevedevano anche l’espulsione per i trasgressori.

Alle indagini hanno partecipato anche l’FBI statunitense e la Polizia australiana del Queensland che nel 2014 avevano arrestato un noto pedofilo australiano e i suoi vice capi di nazionalità olandese e danese; al pedofilo australiano faceva direttamente riferimento il gruppo italiano.

L’inchiesta, condotta per oltre tre anni dal Cnpco, il Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia online, è stata coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura di Roma e supportate dallo European cybercrime center di Europol. Le indagini della polizia postale inoltre hanno fornito all’Europol diverse tracce per identificare decine di minori vittime di adescamenti e abusi.

Dagli inquirenti emerge come l’anonimato fosse la condizione indispensabile per la “diffusione di pratiche di pedofilia e la condivisione di notizie utili all’adescamento di minori e allo scambio detenzione e diffusione di materiale pedo-pornografico ed i consigli utili per porre in essere le attività illecite menzionate e nella piena consapevolezza dei fini illeciti dell’organizzazione e allo scopo di commettere più atti di pedofilia”. È la prima volta che il reato associativo viene contestato in caso di pedopornografia.

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