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“Lo specchio concavo”, il mondo visto dagli scatti di 40 donne

All'interno dell’antico Palazzo della Misericordia di via Arena 9, nel cuore di Città Alta, e nello Spazio ALT di Alzano Lombardo fino al 27 novembre è aperta al pubblico Lo Specchio Concavo, una mostra collettiva costituita dalla ricerca di quaranta artiste internazionali, che hanno scritto la storia del contemporaneo privilegiando l’uso di fotografi a e videoarte.

All’interno dell’antico Palazzo della Misericordia di via Arena 9, nel cuore di Città Alta, e nello Spazio ALT di Alzano Lombardo fino al 27 novembre è aperta al pubblico Lo Specchio Concavo, una mostra collettiva – a cura di Mauro Zanchi e Sara Benaglia – costituita dalla ricerca di quaranta artiste internazionali, che hanno scritto la storia del contemporaneo privilegiando l’uso di fotografi a e videoarte.

La mostra accoglierà i lavori di Marina Abramovic; Yael Bartana; Letizia Battaglia; Vanessa Beecroft; Elisabetta Benassi; Vanessa Billy; Barbara Bloom; Fatma Bucak; Angela Bulloch; Sophie Calle; Shannon Ebner; Tracey Emin; Haris Epaminonda; Stefania Galegati; Nan Goldin; Barbara Hammer; Dana Hoey; Emily Jacir; Joan Jonas; Kimsooja; Barbara Kruger; Ketty La Rocca; Zoe Leonard; Sarah Lucas; Anna Maria Maiolino; Joanna Malinowska; Eva Marisaldi; Zanele Muholi; Shirin Neshat; Rä di Martino; Catherine Opie; Marinella Pirelli; Cindy Sherman; Kiki Smith; Alessandra Spranzi; Georgina Starr; Jemima Stehli; Rosemarie Trockel; Bettina von Zwehl e Francesca Woodman.

Se in ambito esoterico si tramanda che lo specchio concavo sia un mezzo per esercitare la capacità di osservazione più sottile della realtà e per focalizzare l’attenzione sul mondo astrale, studi di genere si concentrano sulle norme sociali stabilite che hanno fatto della donna lo specchio eterno dell’uomo.

Pur desiderando rompere con un certo modo di specularizzazione decidono di non rinunciare a qualsiasi specchio. È Luce Irigary la prima a proporre di speculare convogliando la forza e il calore del sole nella concavità dello specchio, arma ustoria nell’antichità e mezzo per focalizzare l’attenzione sul mondo astrale e per esercitare la capacità di osservazione più sottile. Sibille, profetesse, streghe, vaticinanti e sciamani hanno utilizzato questo medium per migliorare le loro doti di chiaroveggenza. Fissavano nel cavo dello specchio attendendo immagini rivelatrici. Agivano telepaticamente, pensando per immagini.

Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento il femminismo conduce numerose artiste ad attaccare le gerarchie patriarcali, il linguaggio, il sistema educativo e la psicanalisi, che tendono ad associare le donne non solo alla passività ma anche alla mancanza.

A partire dalle ricerche performative affermatosi in quegli anni, il medium fotografi co diviene strumento di documentazione e testimonianza di una sperimentazione sul corpo femminile, che porta la dimensione privata dell’artista su un piano politico e sociale. La critica alle strutture di potere trasferisce negli anni Ottanta l’attenzione anche alla cultura di massa, sfidando la credibilità della fotografi a come supporto veritiero di informazione autentica e facendo avanzare la nozione di postmodernismo critico in arte. Nonostante le battute d’arresto subite dal femminismo, in risposta al back-lash conservatore degli anni Ottanta, le ricerche radicali vengono continuate con declinazioni geografi che differenti e raccontano il modo in cui una intenzione politica di genere sia divenuta con il passare del tempo responsabilità personale.

È frutto delle somme del lavoro fatto dal pensiero della differenza la fine del bisogno di presentare una mostra fotografica come di sole donne.

Da Rivolta Femminile, alla sfida alle dicotomie, alla decostruzione della ambiguità eterosessuale, all’appoggio di posizioni marxiste rigenerate fino all’ingresso del queer in biologia e fisica, il femminile è una metafora scordata scaturita da innumerevoli contraddizioni che accadono negli inciampi del tempo e della storia.

Nel catalogo e nella mostra le immagini sono consegnate direttamente ai fruitori, alla loro capacità di creare connessioni o altro.
Nella sequenza sono disseminate zone di mistero, ombre luminose che accompagnano i corpi, punctum barthesiani, fatalità che pungono e afferrano l’attenzione, particolari che inducono e muovono pensieri, ricordi, sensazioni. In alcuni casi, le immagini contenute negli scatti proiettano qualcosa degli spettatori oltre ciò che le fotografi e di primo acchito danno a vedere. Alcune enunciano l’interiorità dei soggetti senza concedere l’intimità del privato. Altre evocano l’inaccessibile, la profondità di ogni possibile interpretazione, la superficie immobile dell’esteriore su cui si può posare lo sguardo. Altre ancora rimandano a un tempo non definito, all’azione pura e semplice. Le più riuscite si possono vedere senza guardarle una seconda volta, perché sono entrate nell’immaginazione e nella memoria sensibile, muovendo altre vite e altre esperienze.

Promossa dalla Fondazione MIA – Congregazione della Misericordia Maggiore, l’esposizione è organizzata da BACO, acronimo di Base Arte Contemporanea Odierna, un gruppo aperto di lavoro la cui finalità è il dialogo e il coinvolgimento di operatori della cultura locale, nazionale e internazionale attraverso la promozione dei più significativi linguaggi e sperimentazioni della cultura artistica contemporanea.

La mostra è patrocinata dal Comune di Bergamo, realizzata in collaborazione con ALT – Arte Lavoro Territorio e GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, con il sostegno di UBI – Banca Popolare di Bergamo.

Giovedì 27 ottobre, alle 18,30, verrà presentato nel Museo Alt il catalogo edito da Lubrina Editore.

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