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Quel che accade sotto il nostro cielo

Giuseppe Crespolini, già direttore generale di Federfidi Lombardia, consulente d'azienda per vari gruppi, giornalista, editorialista, amante della bella scrittura, avvia oggi una collaborazione con Bergamonews.

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Giuseppe Crespolini, già direttore generale di Federfidi Lombardia, consulente d’azienda per vari gruppi, giornalista, editorialista, amante della bella scrittura, avvia oggi una collaborazione con Bergamonews.

È una giornata noiosa come ne capitano tante ad una certa età. Davanti a me, un vecchio gelso sul quale si è posata una tortora dal collare. Il ramo oscilla nonostante l’inconsistente peso del volatile. Non spira un alito di vento e la respirazione ne risente. L’inquinamento continua a produrre i suoi frutti velenosi e continuerà a darne di più, nonostante le fatue promesse dei politici e delle grandi potenze inquinatrici di iniziare a diminuire l’immissione di sostanze tossiche nell’aria.

Non conta più il benessere della gente. Tutto è parametrato alla ricchezza che poche persone detengono in quantità tale da potersi permettere il lusso di condizionare l’andamento del mondo.

La maggior parte degli esseri umani vivacchia alla meglio, con occhio attento alle spese ed i poveri, aumentati a dismisura, faticano a sopravvivere. Solo una minoranza di indigenti tende la mano per chiedere quell’aiuto che i più non possono dare perché ogni moneta del preciso e magro budget è dedicata a quelle necessità che dovranno essere coperte.

In netto contrasto con la realtà quotidiana, le trasmissioni televisive suggeriscono, per bocca famosi nutrizionisti, di mangiare bene, di consumare frutta, verdura e pesce.

Personalmente, data la situazione descritta, le considero una presa per i fondelli architettata dal sistema, conscio del fatto che la maggior parte della gente non può avvicinarsi a quei prodotti che preservano da malattie importanti. Il sistema ed i governi credono che divulgare queste informazioni esaurisca il loro compito di prendersi cura della popolazione. E il mancato adeguamento da parte delle persone a queste diete cosiddette mediterranee e sane, costituisce motivo di assoluzione per chi ci governa. “Eh si: Con quel che la gente ingurgita, come possono le persone pensare di non incorrere in malattie gravi e letali?” In un’epoca diversa e passata, una certa Maria Antonietta consigliò al popolo privo di pane di mangiare brioches. Poco tempo dopo la ghigliottinarono.

Ciò che distrugge i visceri degli osservatori indipendenti è il fatto che la gente, rilevata questa truffa ideologica, la smaltisce subito, confinando nell’impossibilità rassegnata a cambiare, la rinuncia ad attuare ogni azione che va contro il sistema.

Qualche raro spunto d’orgoglio rivoluzionario spinge le persone, talora, a ribellarsi verbalmente a quei suggerimenti e alle esortazioni del sistema a vivere bene, non solo dal punto di vista dell’alimentazione e a seguire il cambiamento che coloro che reggono le nostre sorti propongono “perché se non si cambia, resteremo un paese con la testa rivolta all’indietro, privo di futuro”. Questo di norma accade quando due o più persone si incontrano per il caffè.

Ma poi, una volta abbandonato il bar, ecco che tutto rientra nella bieca norma della sopportazione della vita. La rivoluzione dura il tempo di un caffè.

Allarghiamo l’osservazione ad orizzonti più ampi.

Eserciti di zombi, morti viventi per aver rinunciato a contraddire gli oppressori, nel qual caso sarebbero eroi, percorrono le vie del mondo borbottando sommessamente che cambiare è impossibile perché quelli, i potenti sono troppo forti e schiaccerebbero qualsiasi tentativo di rivolta anche in embrione.

Non ho mai compreso bene quale sia il confine tra rassegnazione, sottomissione e viltà. Dove si colloca il punto che fa propendere la scelta della rassegnata sottomissione verso la viltà?

L’apatica conduzione della vita tra un borbottio e l’altro, senza scosse d’orgoglio tese a far intendere che si esiste, che non solo si è nel mondo, è il cancro che come epidemia influenzale ha contagiato gran parte del globo.

Ricordo di aver scritto in un articolo di qualche tempo fa, a proposito di flussi migratori, che la fuga delle persone dalle situazioni difficili e dalla miseria non costituisce altro se non un dare più spazio a coloro che creano, per profitti personali, questi scenari. Se non si resta a casa a combattere il dittatore che affama, se si scappa dal paese perché altrove si può avere più ricchezza, allora il conto non torna più.

In quello scritto, portavo l’esempio di quanto la nostra storia ci ha mostrato, allorché si scatenò una guerra civile per abbattere una dittatura sanguinaria che non poteva esimersi dall’obbedire ad un pazzo leader straniero le cui mani grondavano sangue.

I nostri partigiani non fuggirono all’estero. Organizzarono la resistenza per far sì che l’Italia tornasse un paese libero e ci si potesse riprendere dalla catastrofe in cui si era piombati. Gli emigranti andavano sì all’estero a cercar lavoro mentre la nazione si riprendeva ma non si spopolò il paese e, non appena fu possibile, tornarono a casa dove avevano lasciato la famiglia. Ed i loro salari e stipendi tornavano qui alle famiglie che intanto, con fatica e con sacrifici ricostruivano passo dopo passo quell’Italia che oggi ancora sopravvive con le sue case, i suoi campi, le sue attività ed il suo modo di impostare la vita.

Quando un Italiano arrivava in un paese straniero non era accolto con festa e nessuno gli dava la diaria per sopravvivere. La catena di solidarietà creata tra chi si era sistemato e chi era ancora in cerca di un lavoro era il vincolo che cementava i rapporti della comunità in terra straniera.

E, a parte un cesto di mele marce, presente in ogni popolo, gli Italiani sono riusciti a creare intorno a loro un alone di stima che ancora oggi persiste nei paesi dove si son recati.

I flussi migratori attuali hanno un’identità diversa. Le masse fuggono dalle guerre e dalla povertà in un momento storico molto critico per tutti. La crisi, voluta e determinata dalle grandi potenze economiche che da situazioni di questo genere traggono ancora maggiori profitti, ha toccato anche i paesi nei quali il benessere si stava diffondendo. I flussi migratori hanno contribuito, loro malgrado, a determinare un arretramento delle condizioni di vita dei cittadini autoctoni sovrapponendosi alle difficoltà di cui la nazione è carica. Una parte dei fondi destinati a migliorare la vita dei residenti, a creare occupazione e benessere sono stati dedicati al soccorso e al tamponamento di queste migrazioni di massa. La politica, dal canto suo, ha invertito un po’ l’attribuzione del diritto più a favore dei migranti che dei residenti.

I profughi ed i migranti hanno aiuti e sovvenzioni. In certi campi dove questa massa di gente sosta da anni, una sparuta minoranza lavora mentre la maggior parte ozia. Sappiamo bene che l’ozio è padre del vizio. I nostri usi e costumi stanno ambiando per un eccesso di rispetto di quelli altrui.

Voglio dire: se le masse che invadono l’Europa non attendono nemmeno l’uscita dalla miseria per fare figli, anzi, questa sembra essere un incentivo a procreare, allora noi cambieremo velocemente colore e civiltà, sopraffatti numericamente da coloro che ospitiamo e verso i quali le istituzioni hanno un occhio più riguardoso che verso i cittadini detentori dalla nascita del diritto al benessere prodotto dalla nazione.

E se ragiono in termini Europei, i parametri non cambiano. Se non abbiamo sufficienti risorse per dare un tetto e dignità a chi in questa parte del mondo è nato, logica vuole che si chiudano le porte di questo grande edificio stracolmo di problemi, per evitare tutti gli inconvenienti del sovraffollamento e per far sì che le risorse vengano distribuite agli inquilini residenti prima che a coloro che spingono per entrare.

Se non possono essere salvati tutti, compito che teoricamente è deputato alla Provvidenza e non a Renzi o alla Merkel, d’istinto bisogna cercare di dar sollievo a coloro che ci sono più vicini per parentela o per nazionalità. E non credo che questo sia imputabile ad egoismo, a mancanza di umanità o a razzismo.

Di questi tempi, la Provvidenza è latitante ed il suo esimio rappresentate, quella cara persona di Papa Francesco, vorrebbe che noi la sostituissimo. A Francé, nun ce la famo. No, non ce la facciamo.

Ne discende che, in attesa del riaffacciarsi della Provvidenza su questo mondo, noi dobbiamo dosare le risorse, non infinite, che a fatica siamo riusciti a costituire. Vietato dissipare. Non mi sembra corretto, al di là della presa d’atto delle problematiche che affliggono altre case, che si debba uscire dalla propria abitazione per lasciar posto a chi ha bussato e che, una volta entrato, vuol cambiare la disposizione dei mobili, stacca i quadri dalle pareti e non vuole i simboli che hanno caratterizzato il nostro modo di essere.

E non servono dottrine, filosofie o trattatiti di etica per capire che se una casa è piena o a corto di risorse, è necessario razionalizzare quello che c’è per il bene di tutti.

Di altri tipi di rischi parlerò in altre pagine che seguiranno questa. Ovviamente, il mio pensiero può anche non essere condiviso. Io professo una sorta di anarchia democratica. Rispetto il pensiero altrui ma non mi esimo dal criticare una tesi se non la condivido.

Provate a pensare ad un fatto: se un continente lentamente si svuota, a che cosa potrà servire se non ad essere occupato da nuovi “coloni” che riproporranno, nell’assoluto rispetto dei corsi e ricorsi della storia, un nuovo latifondismo sorretto da modernissime tecnologie, destinato ad affamare ancora di più quei pochi coraggiosi che sono rimasti sul posto?

E noi, sempre più stretti, poveri e circondati da culture che non conosciamo e che non vogliono integrarsi, arriveremo al punto di non sopportare più i pericoli connessi a queste invasioni.

E allora, che succederà? Provate a pensarci.

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