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Grande Guerra, Pillola 97: verso il Monte Pasubio, la terribile epopea degli altipiani fotogallery

Assalti e contrassalti caratterizzarono le battaglie tra italiani e austroungarici sul Pasubio fino al sopraggiungere di un inverno rigidissimo che trasformò il fronte in un immenso cantiere, in cui si scavava e si costruiva, si spalava e si moriva di morte bianca.

Il monte Pasubio è, in realtà, un vasto e complesso sistema montuoso, che chiude l’angolo sudorientale dell’altopiano dei Sette Comuni: il suo punto più elevato è cima Palon (2.236 mt), ma tutto quel settore è caratterizzato da cime e piccoli acrocori di pietra, cenge e precipizi, che creano un paesaggio lunare ed estremamente brullo. In pratica, il massiccio del Pasubio inizia poco sopra Rovereto, nella valle delle Pozze, ingloba monte Spil, il Colsanto e, salendo, diviene sempre più roccioso: i prati dello Spil lasciano il posto ad un deserto pietrificato, delimitato dalle tre valli, Vallarsa, Terragnolo e Posina, che, alla fine, precipita verso Schio e la pianura vicentina.

Da quell’altipiano lunare emergono delle modeste elevazioni: i Forni Alti, il Cogolo, il Novegno, il Corno, il Cosmagnon e i due Denti, l’italiano e l’austriaco, che furono l’epicentro di quel lungo e drammatico scontro che prende il nome di ‘battaglia del Pasubio’, ma che altro non fu che un tassello della guerra sugli altipiani.

Fino alla primavera del 1916, il settore del Pasubio non fu direttamente interessato dal conflitto: si trattava di un punto critico del fronte, perché rappresentava l’angolo di maggior penetrazione in territorio italiano del cosiddetto “saliente trentino”, ma era presidiato in maniera poco incisiva e non era stato oggetto di attenzioni particolari da parte di entrambi i contendenti: c’erano sporadici scontri di pattuglie, azioni di cecchinaggio, tiri di artiglierie, ma, di fatto, la situazione si poteva dire abbastanza tranquilla sul monte, che era tutto in mano italiana. L’unico vero problema era rappresentato dalla sopravvivenza a quelle quote durante la stagione invernale, che, tra il 1915 ed il 1916 fu tra le più rigide del secolo: i soldati dovettero cominciare a scavare gallerie e ricoveri e a costruire strade e teleferiche, per garantirsi un contatto con il fondovalle.

La situazione mutò improvvisamente il 15 maggio 1916, quando due armate austroungariche scatenarono in tutto il settore degli altipiani la poderosa offensiva di primavera, di cui ci siamo già occupati in precedenza. Il Pasubio venne attaccato dall’ottima 59a divisione austroungarica, che ebbe gioco facile contro i 2 battaglioni di territoriali che presidiavano il Colsanto: i soldati imperiali avanzarono rapidamente, con l’obbiettivo di occupare l’intero massiccio e di lì calare nella pianura vicentina. A sbarrare loro la strada intervennero, provvidenzialmente, i fanti della brigata Volturno e gli alpini del btg. Monte Suello, accorsi in fretta e furia sul Pasubio a tamponare la pericolosissima falla.

Fra il 19 ed il 24 maggio, sulle groppe del massiccio si svolsero combattimenti violentissimi: poi, inevitabilmente, lo slancio degli austroungarici diminuì, e la situazione venne parzialmente ristabilita, superando la fase più critica per il regio esercito.

Il 2 luglio, le truppe imperiali tentarono nuovamente di scacciare gli italiani dal monte, attaccando a fondo e respingendo i difensori fino alle Porte del Pasubio, sul margine estremo del massiccio: andarono in linea perfino cuochi e scritturali per arginare l’offensiva austroungarica, fino all’arrivo di rinforzi, fatti salire di corsa da Xomo e da Pian delle Fugazze.

Fu durante la controffensiva italiana, iniziata subito dopo, che, il 10 luglio 1916 furono catturati sul Corno di Vallarsa (da non confondersi col monte Corno) Cesare Battisti e Fabio Filzi, ufficiali irredenti del battaglione Vicenza: i due sarebbero stati impiccati come traditori due giorni dopo, nel Castello del Buonconsiglio a Trento.

Intanto, sul Pasubio vero e proprio, lo schieramento dei due eserciti aveva assunto le caratteristiche che lo avrebbero contraddistinto per il resto del conflitto: gli italiani abbarbicati sul dente italiano, percorso da un reticolo di trincee, camminamenti e gallerie e gli austroungarici arroccati allo stesso modo sul contiguo dente austriaco, a pochi metri di distanza. Tra le due linee, c’era soltanto una piccola selletta con un avamposto austroungarico detto dei “sacchi a terra”: verso nord, in direzione del monte Corno, una landa desolata di pietra, traforata dai crateri delle esplosioni, in cui le due trincee si fronteggiavano, verso sud gli strapiombi di sfasciumi che scendevano verso la Vallarsa.

A partire dal settembre 1916, gli italiani tentarono a più riprese di riconquistare il terreno perduto, attaccando il dente austriaco, divenuto il perno della difesa imperiale in tutto il settore, ma sempre senza successo: intanto, gli austroungarici avevano fortificato abilmente l’acrocoro sommitale del dente, costruendovi trincee e centri di fuoco in cemento armato e creando una valida rete logistica alle spalle della prima linea.

Un primo attacco, portato in profondità da alpini e bersaglieri l’8 ottobre 1916, sembrò riuscire: gli italiani occuparono buona parte del dente, ma vennero respinti sulle linee di partenza da un violento contrattacco nemico. Di nuovo il 19 dello stesso mese, i valorosi fanti della brigata Liguria, guidati dall’eroico generale Papa (caduto sulla Bainsizza nel 1917, MOVM) e coadiuvati dal battaglione alpino Aosta, conquistarono il dente, e di nuovo le riserve avversarie, uscite dalle capaci caverne che traforavano tutta la montagna, li ricacciarono indietro, dopo una giornata di feroci corpo a corpo.

La neve, che cominciò a cadere abbondante, paralizzò subito dopo le attività belliche: entrambi gli schieramenti dovettero provvedere alla sopravvivenza di grandi reparti ad alta quota. Il Pasubio divenne un immenso cantiere, in cui si scavava e si costruiva, si spalava e si moriva di morte bianca, la “fioca traditora”. Al disgelo, quella battaglia di assalti e contrassalti avrebbe lasciato il posto ad un nuovo capitolo della tragedia del Pasubio, se possibile ancora più drammatico: la guerra di mine.

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