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Luca Doninelli e “quei punti in comune tra arte e scienza”

L'autore de "Le cose semplici", finalista al Campiello, e relatore a BergamoScienza non è per niente stupito del Nobel a Bob Dylan: andava assegnato 20 anni fa".

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“Chiacchieriamo camminando verso il Teatro Donizetti.” È così, per strada e in modo inaspettato, che si è sviluppata la mia intervista allo scrittore e giornalista Luca Doninelli, in visita a Bergamo per la sua conferenza “I racconti dell’errore – le cose semplici: la scienza esatta del narrare illustrata da un romanziere”, prevista nell’ultimo weekend della XIV edizione di BergamoScienza.

Non capita spesso di trovarsi faccia a faccia con uno scrittore affermato – il suo ultimo romanzo “Le cose semplici”, è arrivato finalista al Premio Campiello 2016 – e una domanda sul recente premio Nobel per la Letteratura, attribuito a Bob Dylan, è d’obbligo: “Giudico il premio semplicemente tardivo – dichiara Doninelli – andava dato vent’anni fa. Tuttavia non lo trovo arrischiato, non ci trovo niente di strano averlo dato ad un cantante. Dopotutto è un fatto emblema dei tempi che corrono: la scrittura ormai è tante cose e uno scrittore si alimenta di una così grande molteplicità di linguaggi e di fonti ispiratrici che non è possibile attribuire il premio Nobel solo alla categoria ‘scrittore di romanzi o di poesie’. Però, forse avrei attribuito a Dylan il premio Nobel alla carriera, come era stato per Ernest Hemingway”.

Così, come i generi e le diverse fonti letterarie non possono essere scisse le une dalle altre – siano essi romanzi, poesie, testi di scenografie teatrali e cinematografiche o canzoni – gli ambiti del sapere non possono venire considerati galassie tra loro distinte e lontane, nonostante il loro essere così apparentemente opposti e diversi, come le scienze e le arti. Ne è convinto Doninelli: “Noi veniamo da una tradizione di almeno due secoli in cui sulla diversità si è molto insistito, per esempio sul fatto che la scienza sia un sistema chiuso, così almeno si diceva ai tempi del Positivismo, che si alimenta anche terminologicamente delle proprie procedure. La scienza si occupa della prevedibilità degli eventi ed è chiaro che uno scrittore, un poeta o un pittore non se ne possa occupare, però tante cose sono cambiate. Prima di tutto perché non è vero che la scienza si occupa solo della ripetitività, ne è un esempio il Big Bang: l’attimo fuggente e irripetibile per eccellenza. E ancora, tutti gli scrittori, i poeti e gli artisti lavorano in un ambito di sistema, di complessità, che si avvicina molto al metodo di lavoro degli scienziati”.

Doninelli spiega che ci sono molti altri punti in comune tra scienza e arte, contribuendo ancora di più ad abbattere i muri divisori tra le diverse branche del sapere: “Un esempio è l’intuizione: quel momento in cui non stai ancora facendo scienza, né letteratura, ma entri come in un campo gravitazionale e sei attratto da un momento che squarcia il velo che hai sugli occhi. È un istante comune sia alla scienza sia alla letteratura e che avvicina l’attimo in cui Newton ha visto cadere la mela, arrivando da lì a teorizzare la gravità, a quello in cui io, ossessionato da un immagine che ancora oggi non so dire se fosse reale o onirica, ho creato un mio romanzo. Non era ancora una teoria scientifica e ancora non era letteratura, semplicemente da quel momento tutto è stato diverso”.

Un altro elemento in comune ad entrambe le ‘galassie del sapere’ è l’errore: “A un certo punto, che tu sia scrittore o scienziato, capisci di aver sbagliato qualcosa e ti chiedi: ‘dove?’. Allora devi tornare indietro e assumere un altro atteggiamento che non è più quello della ricerca o dell’ispirazione, ma un atteggiamento critico. Questi sono problemi che uno scienziato e un artista secondo me affrontano e a cui si trovano davanti nello stesso modo”.

Siamo arrivati all’ingresso del teatro, la nostra passeggiata insieme è terminata: peccato, è stato uno di quei momenti che avresti voluto durasse di più.

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