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Grande Guerra, Pillola 96: sul fronte romeno, un’Italia in miniatura

Per l'Austria il 27 agosto del 1916 si aprì un nuovo fronte, quello romeno, che per tanti versi pareva la fotocopia di quello italiano: tante le analogie, dall'iniziale neutralità alla dichiarazione di guerra, fino all'occupazione di una vasta porzione del proprio territorio.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, la Romania era governata da un sovrano della casa di Hoenzollern, la stessa che regnava sulla Germania: anche per questo, Carlo I di Romania, nel 1883, aveva aderito alla Triplice, adottandone le clausole, strettamente difensive. Nel 1914, però, esattamente come l’Italia, la Romania si mantenne neutrale, adducendo gli stessi motivi per cui anche il regno d’Italia non era sceso in campo al fianco dei propri alleati: l’Austria era l’aggressore e non l’aggredito e, quindi, il casus foederis non poteva dirsi verificato.

Nella realtà esattamente come per l’Italia, la decisione romena derivava dall’ostilità della popolazione nei confronti dell’impero austroungarico e, soprattutto, dagli interessi territoriali della Romania, nei confronti della Transilvania. Insomma, possiamo dire che, quando, lo stesso giorno in cui l’Italia dichiarò guerra alla Germania, il 27 agosto del 1916, l’erede di Carlo di Hoenzollern, Ferdinando I dichiarò guerra all’AustriaUngheria e le sue truppe invasero la Transilvania austriaca, il comportamento romeno parve un’autentica fotocopia di quello italiano.

Si apriva, così, un nuovo fronte per l’Austria, già duramente impegnata contro la Russia e contro l’Italia: per fortuna degli imperiali, nell’ottobre del 1915, un attacco congiunto delle truppe austro-tedesche, guidate da Von Mackensen, da nord e di quelle bulgare, comandate dai generali Zhekov e Žostov, da est, aveva messo in ginocchio l’esercito serbo del generale Putnik, in pratica annientandolo ed occupando il territorio serbo. Una parte dell’armata serba venne salvata via mare dalla marina militare italiana, che la trasportò attraverso l’Adriatico, in pieno inverno, tra il novembre 1915 ed il febbraio 1916.

La Serbia, in ogni caso, aveva cessato di esistere militarmente, e questo permise agli austroungarici di fronteggiare la minaccia romena con meno pressione. Quanto alla Bulgaria, entrata in guerra nel settembre 1915, lo zar Ferdinando I (da non confondere col suo omonimo re di Romania) era mosso, a sua volta, da interessi territoriali, oltre che da un forte revanscismo nei confronti della Serbia, che l’aveva duramente sconfitto nel 1913, durante la seconda guerra balcanica. Insomma, in questa fase diplomaticamente concitata del conflitto, i Balcani vennero coinvolti nella guerra per tutta una serie di appetiti contrapposti, che portarono all’apertura di un nuovo fronte e all’allargamento del conflitto. Il 27 agosto, tre armate romene entrarono dunque in Transilvania, respingendo abbastanza facilmente la 1a armata austroungarica verso la frontiera ungherese.

Dopo una prima fase vittoriosa, in cui le truppe di Bucarest avanzarono tra popolazioni complessivamente amiche (la Transilvania era in parte abitata da romeni) occupando vaste porzioni di territorio, cominciarono ad affluire al fronte truppe tedesche ed imperiali, che arginarono l’offensiva, intorno alla metà di settembre del 1916. Nel frattempo, il solito Mackensen, liberatosi dell’esercito serbo, stava preparando un’offensiva dalla Bulgaria, per portare la guerra dentro i confini romeni: l’1 settembre, questo contingente, formato da truppe tedesche, bulgare ed ottomane, attaccò dalla Dobrugia, lungo il Danubio, e penetrò in territorio nemico, conquistando il 6 settembre l’importante fortezza di Tutracan (in romeno: Turtucaia) e minacciando Costanza.

A questo punto, il 15 settembre, i comandi romeni abbandonarono l’offensiva in Transilvania, decisi a sconfiggere Mackensen, che li minacciava alle spalle e diressero le proprie forze verso le truppe nemiche, che, nel frattempo, continuavano ad avanzare. Il piano, noto come “Operazione Flămânda”, dal nome della località scelta per attraversare il Danubio, mirava a colpire le retrovie di Mackensen e, contemporaneamente, prevedeva un attacco russo da nord verso sud, in modo da stritolare l’armata nemica in una tenaglia. L’operazione, l’1 ottobre, parve cominciare nel migliore dei modi, con la creazione di una testa di ponte larga 14 chilometri e profonda 4, oltre il grande fiume, superato grazie a ponti di barche, mentre russi e romeni attaccavano la Dobrugia da nord: tuttavia, questo attacco risultò un mezzo fallimento e il principale ponte di barche sul Danubio venne danneggiato dal maltempo, tanto da convincere il comandante romeno, Averescu, a sospendere l’operazione.

Il grosso della battaglia avvenne tra le truppe di Mackensen e quelle russe del generale Zajončkovskij, che si scontrarono molto duramente nei pressi della fondamentale ferrovia tra Costanza e Bucarest, fino al 23 settembre. Nel frattempo, c’era stato un importante avvicendamento al vertice dell’armata germanica: ne prese il comando Von Falkenhayn, silurato da capo di stato maggiore, dopo l’insuccesso di Verdun, e desideroso di rivincita. Falkenhayn, già il 18 settembre passò alla controffensiva, fermando la 1a armata romena nei pressi di Hateg e, di fatto paralizzando l’intera offensiva avversaria. La 2a armata romena tentò un attacco a Brasov, il 4 ottobre, ma venne respinta e costretta a ritirarsi con notevoli perdite. Il 25 ottobre, tutti i reparti romeni erano rientrati nei confini della Romania: l’iniziativa, adesso, sarebbe passata agli imperi centrali. Il 20 ottobre, Mackensen aveva attaccato dalla costa, penetrando nel dispositivo avversario e conquistando Costanza il 22.

Poco a poco, i romeni abbandonarono la Dobrugia, mentre i russi resistevano fiaccamente, sempre più logorati e privi di adeguati rifornimenti. Mentre, nella seconda metà di novembre, Falkenhayn attaccava sulle montagne con il poderoso DAK (Deutsche Alpenkorps), cercando un varco verso la pianura romena e costringeva i romeni a ritirarsi dal baluardo montano, calando a valle, Mackensen sferrò la propria offensiva verso Bucarest: i suoi soldati attraversarono a sorpresa il Danubio il 23 novembre, avanzando con relativa facilità verso la capitale nemica. Nonostante un disperato contrattacco romeno, lanciato con tutte le riserve disponibili il 1 dicembre, e che intendeva tagliare le linee di rifornimento di Mackensen, ma che fallì, il 6 dicembre, le forze di Falkenhayn, calate in pianura senza più incontrare una resistenza organizzata, entrarono a Bucarest, già evacuata da re e governo.

Nonostante la perdita di più di 250.000 uomini, di cui 150.000 prigionieri, una parte dell’esercito romeno riuscì a ritirarsi e, grazie anche ai rinforzi russi, la situazione intorno alla metà di gennaio 1917 si stabilizzò, con una vasta porzione della Romania occupata stabilmente dal nemico: anche questa è una notevole analogia con quanto sarebbe accaduto dieci mesi dopo sul fronte italiano.

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