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“La mia odissea di trentenne laureata in cerca di lavoro: non è una tragedia, ma voi media raccontateci”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che una 30enne bergamasca, Monica Bernini, ha inviato alla nostra redazione. Una lettera che racconta il disagio di una ragazza laureata, ma attualmente senza lavoro


Riceviamo e pubblichiamo la lettera che una 30enne bergamasca, Monica Bernini, ha inviato alla nostra redazione. Una lettera che racconta il disagio di una ragazza che ha portato a termine il proprio percorso di studi con successo, ma che attualmente si trova senza lavoro. Ecco la sua odissea tra tirocini non retribuiti e stage da pochi euro al mese, nell’attesa di una chiamata e di una svolta professionale che non arriva. Poi, rivolge un appello alla categoria dei media.

Gentile Direttore,
Le scrivo su incessante richiesta di mia madre che ha visto spegnersi a poco a poco l’unica figlia che ha. E’ molto dolce la mia mamma, e a volte mi chiedo se non si stancherà mai di me. Ma se non fosse per la sua presenza silenziosa e costante, io forse oggi non sarei qui a scriverle.
Non ho nessuna storia tragica da raccontare, alcun dramma tale da catalizzare l’attenzione voyeuristica dei media. Ed è per questo che l’attenzione a quelli come me non è data. Siamo un popolo silenzioso, spesso sorridiamo e riusciamo a ridere della nostra condizione. Ci concediamo poco vittimismo perché in questa società di vincenti, o presunti tali, la condizione di disoccupato non può esistere. Al nord ancora meno. Io vengo da una realtà fatta di piccoli imprenditori ed artigiani che lavorano sempre e comunque, dove fare gli straordinari è cosa normale e se il padrone ti chiede l’ora in più non si dice mai di no. Dove se dici che la tua specializzazione e il tuo master è in Human Rights, ti guardano non capendo di cosa tu stia parlando. Che ti ammirano perché parli le ‘lingue’ e sei stato anche a vivere all’estero. E però sono gli stessi che quando vai al colloquio ti chiedono se sei sposata e se vuoi avere figli.
Sono una trentenne che ha sempre studiato perché mi è sempre piaciuto. Ricordo quando da adolescente i miei genitori mi spiegavano l’importanza dello studio, della cultura e del viaggiare, loro che queste opportunità non le hanno avute. Mi hanno cresciuto con profondo senso del dovere e della responsabilità, e quando all’università ho potuto scegliere di lavorare anziché frequentare, l’ho fatto. Mi rendeva orgogliosa l’idea di lavorare e studiare insieme. Mi piaceva pensare che la sera, a differenza di molti coetanei anziché uscire, studiavo perché gli esami erano imminenti e tanti.
Poi qualcosa ha iniziato ad andare storto. Ho accettato il primo tirocinio non retribuito, ma che soddisfazioni! Ero ancora nella fase di fiducia e ottimismo in cui credi che tutto può accadere, ma solo in positivo. Poi la laurea, le lacrime dei miei genitori quando mi hanno dato la lode. Poi uno stage da pochi euro al mese e la decisione di fare domanda per un master che sembrava portarti direttamente sulla luna. Poi chiusi i libri, inizi a cercare una posizione nel tuo ambito e leggi gli annunci: almeno 5 anni di esperienza, almeno 5 lingue,…. Capisci quasi subito che così non va e ampli la ricerca a tutti i tipi di lavoro possibili pur di renderti indipendente dalla famiglia. Gli annunci però chiedono questa o quella caratteristica. E’ tutto un ‘almeno’ qualcosa che tu non hai e che ti porta a non vedere più ciò che hai, ciò che sei, ciò che vali. Cresce la rabbia, la frustrazione e il senso di tradimento nei confronti di una società che non premia il merito e non permette chance a chi potrebbe dare molto. E passa il tempo… Riesco ad andare in Danimarca con un progetto europeo di nove mesi e mi godo l’avventura, anche se il cuore è sempre qua.
A giugno torno e cerco di godermi il presente. Amore, famiglia e amici. Ma il tarlo di essere disoccupata è sempre lì, nella tua mente e non ti lascia un secondo. T’iscrivi a tutte le possibili agenzie e pagine per il lavoro online, spargi la voce e lasci curriculum ovunque. Incroci le dita e ti forzi di pensare che alla fine dovrà pure andare bene. Stringi i denti, cerchi di avere una routine e usi l’energia che hai per fare finta che vada tutto bene, che sia tutto sotto controllo.
Ogni giorno saluto i miei genitori che vanno al lavoro, vedo le persone che si recano sul luogo di lavoro. Io non le vedo come persone ma come ‘lavoratori’, soggetti che hanno di che guadagnarsi da vivere ed è lì che ti scatta la depressione, in quel microscopico secondo in cui metti a confronto la tua condizione sociale con quella altrui.
Ciò che ti distrugge dell’essere disoccupato è proprio il non avere nessun ruolo sociale, io non ho nessun compito da svolgere in questa società, io che potrei dare molto in termini di energia, di personalità e di idee. E allora piango in silenzio, che non puoi mica darlo a vedere che sei sull’orlo dell’abisso e hai pensato pure di farla finita, no? Hai delle responsabilità come figlia unica, come nipote, come fidanzata e pure come amica. E poi, suvvia, te lo dicono tutti in continuazione: stai tranquilla che ‘prima o poi’ qualcosa arriva. Peccato che sia passato così tanto tempo, che nella realtà non ci credi più, non ti aspetti più niente ed è passata pure la rabbia. Non ci sono più sentimenti negativi perché ormai l’unica cosa rimasta è l’apatia.

La domanda che rivolgo a voi giornalisti, direttori, personalità pubbliche è la seguente: perché non ci lasciate spazio? Perché questo tema non ha più importanza umana? Siamo solo ed esclusivamente un numero, una statistica da rendere pubblica una volta al mese. Non abbiamo la possibilità di esistere.
Noi saremmo quelli che dovrebbero lavorare per pagare le pensioni in futuro, saremmo quelli che devono avere figli, ma non possono permetterselo. Noi dovremmo essere quelli che sognano e fanno crescere il paese ma al momento l’unica cosa che posso leggere sui giornali è di ragazzi che se ne vanno dall’Italia, che hanno mollato tutto per andare chissà dove o magari hanno avuto un’idea brillante per cui ora sono imprenditori. Lunga vita a loro! Nessuna rabbia, anzi ben venga. Il punto però è un altro: perché veicolate solo l’immagine dei vincenti o presunti tali? Perché le persone come me che vorrebbero semplicemente vivere una vita normale non hanno alcuno spazio nei vostri giornali? Quante persone nella mia stessa condizione di disoccupazione hanno iniziato ad abusare di farmaci o altre sostanze? Quante persone hanno tentato il suicidio? Quante sono depresse o esaurite a causa della mancanza di lavoro? Perché non parlate di noi? Io esisto. E come me, migliaia di giovani e meno giovani in tutta Italia. Dateci spazio non più come numeri, ma come persone umane con storie, sentimenti ed emozioni. Posate la vostra attenzione su di noi che magari anche la politica si accorge della nostra esistenza.

Cordialmente,
Monica Bernini

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