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Brexit, la fuga delle multinazionali da Londra: un Eldorado per la Bergamasca

Brexit mette in allarme molte multinazionali che nel Regno Unito hanno siti produttivi. La Bergamasca - secondo l'analisi dell'avvocato Emanuele Cortesi dello studio Caffi Maroncelli Associati - è un terreno fertile per accogliere le grandi multinazionali che fuggono dalla Gran Bretagna.

L’uscita dalla Gran Bretagna dall’Unione Europea, decisa con il referendum del 23 giugno scorso, mette in allarme molte multinazionali che nel Regno Unito hanno siti produttivi.

emanuele cortesi

In particolare temono l’introduzione di dazi doganali che potrebbero pesare sui prodotti fabbricati in Gran Bretagna.

Un esempio su tutti? Le auto. Il Regno Unito è solo il secondo mercato automobilistico europeo dopo la Germania, è un polo produttivo strategico con 1,6 milioni di unità realizzate nel 2015 con numerosi costruttori locali che continuano a lavorare nonostante la proprietà straniera (Mini, Rolls-Royce, Jaguar, Land Rover) e dove molti stranieri, soprattutto giapponesi (Nissan, Toyota, Honda), si sono insediati negli anni.

L’industria dell’auto nel Regno Unito dà lavoro a 800 mila persone e contribuisce con 15,5 milioni di sterline all’economia nazionale, questo secondo SMMT, l’associazione dei costruttori di auto inglesi. Un’industria che si basa sull’export circa l’80% dei veicoli prodotti sono venduti fuori dal Regno Unito, di questi il 57,5% nel resto dell’Unione Europea.

Partiamo da questi dati per tracciare un’analisi e lo facciamo con l’avvocato Emanuele Cortesi, socio dello studio Caffi Maroncelli e Associati, che da anni segue molte acquisizioni di imprese lombarde da parte di fondi e multinazionali e assiste la media impresa nei processi di internazionalizzazione anche mediante acquisizioni all’estero.

Che conseguenze può avere Brexit sull’Italia?
“È difficile oggi fare previsioni su quello che saranno le conseguenze della Brexit in Italia. La situazione è ancora molto complessa e si sta ogni giorno sviluppando, per questo motivo esprimere un giudizio certo è arduo e direi impossibile. Per esempio i primi dati macroeconomici usciti recentemente sull’economia inglese sembrano smentire le previsioni catastrofiche annunciate dopo l’esito del referendum del 23 giugno scorso. Per avere qualche elemento di giudizio in più bisognerà attendere la prossima primavera quando, a detta del primo ministro inglese, inizieranno i negoziati di uscita dall’unione che probabilmente dureranno per un biennio e allora forse avremo dei dati certi su cui ragionare”.

Se è difficile elaborare un giudizio quali saranno gli elementi più critici di questo divorzio?
“Si può immaginare che gli snodi cruciali della negoziazione verteranno sulla gestione delle libertà fondamentali dell’Unione, ovverosia le libertà di circolazione di merci, di capitali e di persone e l’unione doganale. Autorevoli osservatori prevedono che ci sarà una sorta di trade off tra la restrizione alla libera circolazione delle persone e quelle sulle merci e sui capitali, nel senso che attraverso il meccanismo degli accordi bilaterali si cercherà di salvaguardare la libertà di circolazione per es dei lavoratori di provenienza UE a fronte di restrizione sui capitali e sulle merci. Molto dipenderà dal tipo di approccio negoziale che avrà il governo inglese se morbido o rigido, la cosiddetta opzione tra hard brexit o soft brexit”.

Se ci focalizziamo sulla media impresa, che cosa potrebbe cambiare?
“Per la media impresa inglese le previsioni sono tutt’altro che rosee: si troverebbe fuori dal mercato unico, dovrebbe scontare i costi dei dazi a fronte di un un maggior costo delle esportazioni. Anche le nostre medie imprese italiane saranno meno competitive sul quel mercato. Lo vediamo in questi giorni con la svalutazione della sterlina rispetto all’euro. Per le medie imprese quindi sarà più dura, mentre per le multinazionali si aprono delle buone possibilità”.

Quali e perché?
“La multinazionale delocalizza con più facilità, ha più strumenti, risorse e capacità rispetto alla media impresa”.

Partiamo da qui allora. Le grandi case automobilistiche (Honda, Nissan e Toyota) che producono in Gran Bretagna dopo Brexit temono una tempesta di dazi da parte dell’Unione Europea. Non crede che la Bergamasca essendo vicino a Milano, con un aeroporto come Orio al Serio, un’autostrada che è il corridoio 5 d’Europa, industrie come Brembo, Radici e Persico – solo per citarne alcune – possa essere una zona ad alta attrattiva industriale per queste multinazionali? E quindi delocalizzare da noi?
“La Bergamasca ha forti potenzialità attrattive, lo ha dimostrato un recente studio della Fondazione Edison che pone le province di Bergamo e Brescia in testa tra le otto provincie più industrializzate d’Europa. Da sempre la Bergamasca è una terra di conquista per le multinazionali che comprano l’eccellenza orobica delle medie imprese, intendento per tali coloro che producono fatturati per 60/100milioni di euro. Lo abbiamo visto negli ultimi anni. Allargherei il quadro della sua domanda: la bergamasca è vicino a Milano, una piazza che potrebbe offre molto per i servizi e per la finanza, inoltre non dimentichiamo che l’Italia è uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea. Quest’ultimo un dato che spesso si trascura, ma la multinazionale che si dovesse trovare ora a cercare un nuovo Paese europeo dove delocalizzare guarderebbe probabilmente con molta sicurezza l’Italia o la Germania, meno la Francia, per il proprio tessuto industriale”.

La bergamasca quindi sarebbe un terra di conquista per le multinazionali delle automobili?
“Non mi focalizzerei solamente su un settore. La Bergamasca vanta molti distretti ad alto valore aggiunto, dalla meccanica alla gomma, dalla chimica al farmaceutico l’automotive, certo è molto appetibile per le sue alte competenze a livello industriale. Alcune multinazionali che hanno base a Londra e che magari già operano in Bergamasca potrebbero rafforzare la loro presenza e spostare alcune divisioni o servizi industriali”.

Come si può fare per promuovere questo invito alle multinazionali che hanno base a Londra?
“Dobbiamo sempre ricordare che le misure di attuazione di Brexit non sono ancora state decise e bisognerà attendere che cosa chiedono entrambe le controparti, ovvero la Gran Bretagna e l’Unione Europea. Certo l’uscita infelice del ministro dell’Interno inglese Amber Rudd di invitare le aziende a redigere le liste dei lavoratori stranieri non promette bene. Le prime a muoversi saranno proprio le multinazionali che staranno già osservando possibili scenari di delocalizzazione sia per i servizi sia per la finanza e l’industria. Se per i servizi e per la finanza sono in gioco piazze come Parigi, Milano e Francoforte, per il settore produttivo industriale credo che i candidati favoriti non possano essere che l’Italia e la Germania”.

Preso atto di tutto questo, come può la Bergamasca offrirsi a queste multinazionali?
“Devono muoversi in prima battuta le istituzioni avviando magari delle missioni focalizzate per le multinazionali in Gran Bretagna e poi in un secondo momento magari delle visite in terra bergamasca. Ma penso che sarà anche un processo naturale visto la ricchezza del ns tessuto industriale ”.

Secondo la sua vasta esperienza ci sono possibilità?
“Per esperienza sono sempre molto cauto, ma posso dire che la Bergamasca è un terreno molto fertile e sarebbe un’ottima candidata per la sua vicinanza a Milano, per l’aeroporto di Orio al Serio, per le industrie con le loro eccellenze, i consolidati rapporti internazionali e l’ottimo prodotto che è ben conosciuto dalle multinazionali globali. Non si deve poi dimenticare che con Brexit si aprirà una questione delicatissima anche se più strettamente legale”.

Quale?
“Il probabile venir meno di porzioni di diritto armonizzato che in questi decenni è avvenuto con le direttive UE che erano riuscite nella difficile impresa di creare regole uniformi su settori quali ad esempio l’agenzia commerciale dove marcate erano le differenze tra i sistemi di civil law e di common law. Oppure il venir meno di protezioni fondamentali per la ricerca cone il brevetto comunitario o il marchio comunitario che a rigori non dovrebbe più valere in UK. Ad oggi non si sa ancora che fine faranno questi sistemi armonizzati ma posso pensare che sia le multinazionali che le medie imprese chiederanno garanzie. Sarà interessante seguire questo confronto”.

Commenti

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  1. Scritto da il polemico

    si temono dazi imposti dalla ue…quando si parlavadi metterli alla cina che invadeva la ue con prodotti a basso-costo che mettevano in ginocchio l’ecobnomia europea,nessuno ha mai fatto nulla,ora che una nazione ha voluto staccarsi,forse la si vuole punire con i dazi….cosa sarebbe?’un monito contro possibili altre uscite?della serie:si entra ma non si può più uscire.