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Attenti al gorilla: il pianeta e la sua biodiversità sono in pericolo

Diversamente dalla celebre canzone di Fabrizio De Andrè, è il Gorilla che deve aver paura dell’uomo, che sta distruggendo il suo habitat naturale e anzi prosegue imperterrito a dare la caccia al primate, nonostante i divieti.

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Il pianeta e la sua biodiversità restano in pericolo, intendiamoci, ma il Panda Gigante, simbolo degli animali in via d’estinzione, è fuori pericolo e, anche se l’attenzione ora passa al Gorilla, possiamo con soddisfazione tirare un bel respiro di sollievo.

Dalla natura all’agricoltura il passo è breve, ma la filiera resta sempre troppo lunga: la Bayer compra la Monsanto e le prospettive monopolistiche nel settore agrochimico mondiale sono un cattivo presagio per la biodiversità delle produzioni agricole, la cui varietà da decenni è pesantemente minacciata dalle sementi geneticamente modificate, che tendono a standardizzare e rendere uguali tutte le coltivazioni, come peraltro già successo negli Stati Uniti. Sempre più chimica, sempre meno natura anche in agricoltura. Sempre meno tradizioni, diversità, sapori, comunità locali, sempre più omologazione e retorica del villaggio globale, che sa ben poco di villaggio e molto di oligopolio.

Eppure anche in questo specifico settore non mancano le buone notizie e le inversioni di tendenza: le coltivazioni ogm in Europa sono scese del 18% e la tendenza a un loro ridimensionamento sarebbe globale, provocando persino un ripensamento tra gli agricoltori statunitensi. La vecchia madre natura, che fortunatamente non è così facile da bypassare, starebbe reagendo adattandosi a resistere agli agenti chimici, rendendo più impegnative e costose anche le stesse coltivazioni ogm. Ma non è solo questo. In tutto il mondo si assiste a una riscoperta del valore della conservazione di un patrimonio immenso, quale quello dei meravigliosi paesaggi naturali presenti sulla sfera terreste, insieme alla loro ricchissima varietà di clima, habitat, risorse, territori. In tutto il mondo e soprattutto nei paesi più avanzati, Italia compresa, sta crescendo l’attenzione e l’interesse verso due filoni che insieme possono determinare la via della sostenibilità planetaria.

Da un lato un’economia e un’agricoltura green, che vede in deciso aumento le performance delle imprese e delle professioni ad esse collegate, con dati di gran lunga superiori ai comparti economici “tradizionali”, come esemplificato dal successo legato ad esempio al fortunato trend dei prodotti biologici. Dall’altro lato è aumentata l’attenzione alla filiera locale delle produzioni, alla ricerca della tipicità del cibo e delle ricette regionali nella sua accezione di esperienza legata a un territorio, a una comunità di persone e di saperi tradizionali. Vero è che questa tendenza è più marcatamente “turistica” e meno ispirata a una profonda consapevolezza ambientale, guidata piuttosto dalla piacevole curiosità di scoprire sempre nuovi luoghi e sapori; ma anche un appagante desiderio di conoscenza può diventare un valido alleato per sensibilizzare e diffondere una positiva coscienza critica. Senza contare il prezioso contributo che il turismo e la gastronomia possono dare per rivitalizzare economicamente le piccole aziende agricole, detentrici dei grandi saperi tradizionali, che costituiscono una ricchezza vera e irripetibile, perfettamente confacente anche al vasto patrimonio italiano di biodiversità paesaggistica e alimentare, così peraltro universalmente rinomato.

Emergono in ogni regione e città sempre più numerose e frequenti proposte di fiere, mercati dei produttori e di specialità tipiche, al fine di favorire la crescita di un’economia alternativa a quella omologante attuale, con aziende che impieghino tutte gli stessi metodi di produzione e coltivazione e con i consumatori in tutto il mondo con le stesse identiche preferenze e gusti. Esser riusciti dopo anni di informazione e sensibilizzazione a raggiungere alcuni progressi e traguardi, limitati ma effettivi, dimostra che cambiare la rotta è possibile e deve fungere da ulteriore motivazione per tante persone da tempo impegnate: non tutto è perduto, ma occorre riunire in modo intelligente gli sforzi di ciascuno, in modo che anche le prospettive più ambiziose possano diventare plausibili.

Diversamente dalla celebre canzone di Fabrizio De Andrè, è il Gorilla che deve aver paura dell’uomo, che sta distruggendo il suo habitat naturale e anzi prosegue imperterrito a dare la caccia al primate, nonostante i divieti. Ma – sempre parafrasando il grande cantautore genovese – se anziché “fuggire in ogni direzione, dimostrando la differenza fra idea e azione” riuscissimo a far convergere le strade in un unico grande movimento di pensiero e di agire consapevole, verso il valore superiore della biodiversità, della salute nostra e del pianeta, allora questi piccoli segnali incoraggianti possono diventare indicazioni di un percorso chiaro e ben preciso nella testa delle persone, finalmente coscienti del breve passo che intercorre tra le nostre scelte quotidiane e il destino del Panda o del Gorilla.

Diego Moratti

Per approfondire:

Panda fuori pericolo. Grandi scimmie a rischio estinzione

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