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Van Morrison e il suo ultimo disco: un genio che non ha bisogno di reinventarsi foto

Poche sorprese e le solite, granitiche, certezze. "Keep me Singing" è il 36esimo album di una carriera straordinaria, sempre caratterizzata da alti standard qualitativi. Un gran disco che non tradisce le attese

Giudizio:

* era meglio risparmiare i soldi e andare al cinema;
** se non ho proprio altro da ascoltare….
*** in fin dei conti, poteva essere peggio
**** da tempo non sentivo niente del genere
***** aiuto! non mi esce più dalla testa;

ARTISTA: Van Morrison
TITOLO: Keep Me Singing
GIUDIZIO: ****

Tranquilli… Chi mi legge sa che adoro Van Morrison, ragion per cui mi sono imposto ancor prima di iniziare l’ascolto e nello scrivere la recensione di abbassare di mezzo punto la votazione finale per rendere il giudizio più imparziale.

L’attesa è stata lunga: la precedente uscita di inediti risale a circa 4 anni fa (Born to Sing: no Plan B) dopodiché un bel disco di duetti dell’anno scorso (Duets: reworking the catalogue) e quest’anno l’uscita del disco dal vivo (It’s Too Late to Stop Now…) che ha alimentato ancor più in me, se mai ce ne fosse stato bisogno, la necessità vitale di ascoltare ancora il vecchio leone di Belfast con qualcosa di nuovo. Perché Van Morrison quest’anno compie la bellezza di 71 anni, per niente portati bene anche se è la stessa età che dimostrava già quando ne aveva trenta. Quindi, da una certa punto di vista, si conserva ancora bene.

Perché mi piace così tanto Van Morrison? Prima di tutto perché ha una voce straordinaria, di un calore incredibile, poi perché frequenta lidi musicali che mi sono particolarmente graditi, come il soul, il blues, il rock ‘n’ roll (anche se in misura minore), poi ancora perché nella sua musica mai troverete marchingegni elettronici strani, effetti che non si sa da dove vengano: nella sua musica gli strumenti suonano come devono suonare, i suoni sono sempre puliti, sempre genuini, vi è una costante ricerca di purezza del suono. Infine le melodie che riesce a creare rappresentano tutto quello che io cerco nella musica: serenità, pace, ampio respiro. Poi ci sono i momenti in cui preferisco ascoltare i Sex Pistols, le New York Dolls, gli AC/DC ma in genere quando voglio stare bene il mio elisir si chiama Van Morrison.

A generica

Keep me Singing è il 36esimo album di una carriera sempre caratterizzata da alti standard qualitativi ed è un disco scritto e prodotto dallo stesso artista ad eccezione di “Everytime I See a River” scritta da Don Black e di “Share Your Love With Me” un vecchio brano soul dei primi anni ’60 interpretato da Bobby Blend.

Un gran disco che non tradisce le aspettative: gli amanti dell’artista troveranno tutto quello che cercano e, probabilmente, i detrattori tutto quello che rafforzerà la loro opinione negativa. Al centro ci sta la voce di Van Morrison e il suo desiderio di esprimersi cantando, come suggerito da un titolo che conferma quanto già messo in rilievo nel lavoro precedente Born to Sing: no plan B.

L’esordio della raccolta è affidato alla ballata Let It Rhyme, una classica composizione del nostro, lenta, rarefatta, con la voce in primo piano ma dove a colpire più di ogni altra cosa sono i suoni particolari: quello di un’armonica che disegna una melodia struggente, piuttosto che quello di una tastiera che sa tanto di anni 60/70.

I brani hanno in genere un andamento rilassato, a mo’ di ballata. Non tutti hanno la stessa resa ma il livello è sempre generalmente alto: se ascoltate Every Time I See a River vi immergerete senza difese nell’atmosfera suggerita dal titolo e il brano potrebbe risultare anche leggermente noioso, se non fosse per quel pizzico di cori, per quelle fughe strumentali che hanno il sapore del soul, per quel solo di chitarra posto in mezzo al brano che giunge inaspettato, a cui ne segue un altro di organo e che colpiscono inevitabilmente il cuore; mentre se vi lascerete andare alla melodia della canzone che dà il titolo all’intero lavoro non potrete che trarne giovamento, perché scorre fluida, senza alcuna forzatura, né sbavatura tanto che il comporre potrebbe sembrare la cosa più facile al mondo. Bello anche il “solo” di armonica, evidentemente uno strumento rivalutato dal “nostro” grazie al quale l’atmosfera si riscalda ulteriormente, e bellissimo il finale in crescendo con il coro in sottofondo appena accennato. Se non vi siete ancora sciolti, lo farete certamente con Out in The Cold Again, un brano che ricorda per intensità e struttura il capolavoro Have I Told You Lately rispetto al quale però la melodia, quella che fa la differenza, risulta più sfuggente e quindi meno indovinata. Ad ogni modo ascoltatevi le trame del piano, il trasporto dell’interpretazione e tutto sommato anche il tappeto di violini in sottofondo che non disturba e non rende il brano troppo zuccheroso, anche perché poi ci pensa l’ennesimo “solo” questa volta di chitarra (acustica) a risollevarvi dal torpore in cui , forse, potreste essere caduti.

Memory Lane, una riflessione sul passato, è forse uno dei brani più deboli della raccolta perché a volte la sola atmosfera non basta, ci vuole qualcosa in più e qui è assente una melodia che resti, un intervento strumentale che faccia sobbalzare. Brano lento, forse troppo, un po’ noioso.

Uno degli amori di Van the Man è il blues, quello puro e The Pen is Mightier Than the Sword ha le movenze della musica nera di Chicago ed ha un bell’impatto seppur resti in una certa ordinarietà di resa. Meglio, nel genere, Going Down the Bangor, un blues serrato con armonica posta all’inizio del brano in grado di smuovere anche l’animo più freddo, e lavoro di chitarra ipnotico e perfettamente riuscito. La differenza la fa poi la sua sensibilità interpretativa, veramente unica.

A generica

Il tratto della delicatezza è quello che caratterizza Holy Guardian Angel, appena mossa da un coro gospel che contrappunta il canto dell’artista, sino ad arrivare ad un intervento pianistico che meriterebbe solo il costo dell’intero album come quello del chitarrista John Platania, ugualmente memorabile. Un brano che accosta Van Morrison ad un altro grande del passato, che da sempre occupa un pezzetto del mio cuore (musicale) ossia Willie De Ville.

Scrivevo sopra di Share Your Love With Me che trattasi di un vecchio brano soul portato al successo da Bobby Blend, probabilmente una di quelle canzoni del passato a cui Van è legato. In realtà la canzone è molto bella, interpretata benissimo ma un po’ distante da tutto il resto.

Uno dei pezzi più belli di tutto il lavoro è certo Tiburon , il modo dell’artista di rendere il giusto tributo alla Bay Area di San Francisco e il pretesto per richiamare alla memoria alcuni autori tra i preferiti come Kerouac, Ginsberg, Corso e rendere onore a Chet Baker, uno dei suoi musicisti preferiti . Un brano meraviglioso.

Atmosfere da vecchia sala da ballo è quella di Look Behind the Hill, brano che mette in evidenza tutto l’amore dell’artista per certa musica dei primi anni del ‘900, non male, direi piacevole anche se non tra le cose migliori del lavoro.

Prima di arrivare al termine dell’intero lavoro vi è ancora posto per una grande canzone come Too Late, scelta come singolo (ma ci sono ancora?), dotata di un irresistibile ritornello, movimentata a livello giusto, Un pezzo tutto sommato leggerino ma del tutto riuscito.

Chiude il tutto Caledonia Swing che è un altro tuffo nel passato, un brano strumentale che chiude un lavoro di una bellezza assoluta.

Mantengo la mia promessa fatta all’inizio. Sarebbero 4 stelle e mezzo, ma facciamo 4 così evitiamo il rischio “pre-giudizio”.

Se non si vuole ascoltare tutto il disco: Let It Rhyme

Se non ti basta ascolta anche :
William Bell – This Is Where I Live
Jimmy Barnes – Soul Serchin’
Ruthie Foster – Let It Burn

Dopodiché, se Van Morrison non vi piace, ecco qui di seguito alcune proposte che potrebbero riempire le vostre giornate musicali:

Eric Clapton – Live in San Diego (with Special Guest JJ Cale – ***

Vero che di Live di Eric Clapton non se può forse più, però questo rappresenta un qualcosa si speciale dovuto principalmente alla presenza in molti brani di JJ Cale . AD ogni modo il concerto è certamente di alto livello, con un repertorio che non concede molte sorprese ma nel quale risultano memorabili le versioni di Little Queen of Spades (oltre 14 minuti di mirabilie) e di Little Wing di Jimy Hendrix di poco solo inferiore all’originale .

Okkervil River – Away ***1/2

Un disco decisamente ben fatto. Il leader di questa band Will Sheff per produrre il lavoro pare si sia rifugiato per qualche mese in un luogo remoto in assoluta solitudine per ritrovare l’ispirazione perduta. Il risultato finale suona assolutamente ben sopra la media, composto da canzoni nella forma di ballata fatte del suono di pochi strumenti che colpiscono dritto il cuore perché suonano spontanee, genuine. È un album del quale non serve parlare o scrivere molto ma che è solo da ascoltare. A fare la differenza è il songwriting che è estremamente efficace e che ci regala una serie di chicche come Okkervil River R.I.P. brano meraviglioso che, almeno dal titolo, lascia qualche dubbio sul futuro di questa creatura musicale che meriterebbe molto più successo di quello che ha.

Fabrizio Poggi and the Amazing Blues Voices – Texas Blues Voices ****

Ho sempre apprezzato il lavoro di Fabrizio Poggi, apprezzato armonicista di Voghera, che con i suoi lavori si è sempre dato un taglio internazionale, risultando sempre estremamente credibile. Questo album ne è la controprova grazie alla presenza di una band di tutto rispetto e ad una serie di ospiti di grande livello tra i quali mi piace ricordare la grandissima Ruthie Foster, oltre a Mike Cross, W.C. Clarck e altri ancora,
I brani sono tutti standard del blues e quindi vi troverete alcuni grandi autori del passato: Blind Willie Johnson, Sonny Terry & Brownie McGhee, Muddy Waters; la presenza poi di alcuni “contemporanei” forse non a tutti noti ma ugualmente grandi come Lavelle White , Bobby Mack, Mike Cross, fa il resto: il disco, suonato benissimo, è godibilissimo e consigliatissimo non solo per gli amanti del genere.

La (Ri) proposta
Miles Davis – Bitches brew ****** (no, non ho sbagliato)

Mettiamola così. La musica che ci piace ha secondo me tre elementi d’origine: il blues , I Beatles e Bitches Brew, perché dal capolavoro di Miles Davis è nato il jazz rock e probabilmente ogni singolo frammento della musica black degli ultimi 20/25 anni, quindi il rap, l’hip hop e, in più, anche buona parte della musica Bianca, tutta quella almeno che con il blues ha in qualche modo a che fare. Quando lo misi sul piatto la prima volta pensai: ”questa genere non mi piace ma questo disco è di una bellezza assoluta”, bellezza che il tempo non ha per nulla sbiadito. L’ho riscoperto quest’estate ai bordi di una piscina di un albergo in Sicilia. Dai diffusori mandavano Armando Soler (che pure trovo simpatico) o qualcosa del genere. Sono corso subito ai ripari. Non vi dirò di questo o quel pezzo ma vi suggerisco solo, se non l’avete già di comprarvelo (meglio) o al limite di scaricarlo da ITunes. Miles vi ringrazierà e con lui James Brown, Prince, gli EW&F, I Commodores, i Maze, Stevie Wonder, Joni Mitchell, i Talking Heads e……anche Van Morrison che con lui ha sempre desiderato fare un disco.

A generica

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