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Gigi Riva e L’ultimo rigore di Faruk: “Mi disse: con quel tiro ho distrutto la Jugoslavia”

Gigi Riva presenterà "L'ultimo rigore di Faruk" a Nembro e a Bergamo: "Sapevo dei legami tra calcio e politica ma è stato sorprendente trovarne tanti altri scrivendo il libro".

“Era il 1994 e mi trovavo in Francia per la presentazione di un altro mio libro sulla guerra nei Balcani quando, all’improvviso, un signore si avvicinò a me chiedendomi di fargli una dedica: quel signore si presentò come Faruk Hadzibegic e quando gli confessai di non conoscerlo mi rispose che era ‘colui che con un calcio di rigore aveva distrutto la Jugoslavia‘”: la storia della genesi di “L’ultimo rigore di Faruk”, ultimo lavoro letterario del giornalista bergamasco Gigi Riva, caporedattore centrale del settimanale L’Espresso, potrebbe tranquillamente essere l’inizio di un altro libro.

Un incontro casuale dal quale, vent’anni dopo, è nato il libro che in Francia è arrivato nella cinquina dei finalisti del Prix Jules Rimet e che mercoledì 12 ottobre alle 20.45 verrà presentato alla Biblioteca Centro Cultura di Nembro e il giorno seguente, alle 18, replicherà al Centro Congressi di Bergamo.

Riva, detto di come è nato il libro: dopo 20 anni cosa l’ha convinta a trasformare una breve chiacchierata in un libro? 

L’occasione per ritornare sull’argomento me l’ha offerta un editore francese che, durante una conversazione, mi disse di come dovessi assolutamente raccontare quella storia. Decisi allora di ricontattare Faruk e una quindicina di suoi compagni: da lì è nato “L’ultimo rigore di Faruk”, uno di quei libri che fa parte della letteratura del vero.

 

Non la sorprese che un ex calciatore venne alla presentazione di un suo libro e si presentò chiedendo un autografo? 

La presentazione era a Strasburgo e lui in quel periodo stava chiudendo la carriera al Sochaux: venne perché voleva sentir parlare della sua terra e insieme a lui tantissimi bosniaci in diaspora. Si presentò in modo dismesso e umile, non ho mai pensato che mi avesse cercato appositamente per far sì che scrivessi la sua storia. Quando l’ho rintracciato dopo 20 anni, infatti, ho notato un po’ di ritrosia: poi si è convinto quando gli ho spiegato il mio progetto.

Per chiarire: nulla all’interno del libro è stato romanzato? 

Assolutamente no, ho avuto lunghissime conversazioni con lui che poi ha letto il libro: tutto è vero e verificabile. Ho sfruttato al massimo tutto quello che mi ha raccontato: non ci sono aneddoti che sono rimasti fuori.

C’è mai stata l’occasione di presentare il libro insieme a Faruk? 

Quando il libro è uscito in Francia a giugno siamo stati insieme a una trasmissione radiofonica, durante i Mondiali: è stato molto emozionante e sarebbe dovuto esserci anche recentemente a Mantova ma i suoi impegni da allenatore (del Valenciennes, Ligue 2 ndr) non glielo hanno permesso. Però mi ringrazia sempre perché grazie al libro sta vivendo una seconda giovinezza, è tornato protagonista e sotto i riflettori.

Leggendo il libro è davvero incredibile come calcio e politica si siano intrecciati in modo così stretto in quel particolare contesto. 

Ovviamente non è stato il calcio di rigore a distruggere la Jugoslavia, ma Faruk l’ha pensato a lungo e nei Balcani questa è diventata una leggenda. La guerra nasce dalla volontà di secessione e dalle differenze economiche dei vari Paesi ma si attribuisce al calcio un potere così enorme da poter determinare il destino di una guerra. Faruk è l’archetipo del capro espiatorio, la leggenda del suo calcio di rigore nasce come tutte le leggende popolari, come quella di Elena di Troia: l’uomo ha bisogno di attribuire a episodi semplici la facoltà di causare eventi catastrofici e di semplificare la storia.

Però il dubbio che effettivamente quel calcio di rigore possa aver cambiato le sorti della Jugoslavia può venire..

Appena successo nessuno poteva immaginare che quello fosse l’ultimo rigore prima della guerra: io l’ho conosciuto nel pieno degli eventi e in pieno rammarico per aver fallito il tiro dagli undici metri. Poi dopo 20 anni si era convinto che non fosse colpa sua, il problema è che ora ne sono convinti tutti i Balcani. La gente gli carica sulle spalle il peso di tutti quei morti, proprio a lui: sarajevese e jugoslavista, capitano e specialista dei calci di rigore, il primo a volere una squadra unita tra le varie fazioni.

“Occupati di politica internazionale, il calcio è una cosa troppo seria”: una frase che conferma i legami di cui parlavamo?

Avendo seguito la guerra dei Balcani dal ’91 al ’96 sapevo dei legami tra calcio e politica: è stato sorprendente nello scrivere il libro ritrovarne tanti altri. Poi quando si cerca l’esergo di un libro solitamente si cita qualche autore famoso: ce ne sono tante anche sul calcio ma io ho scelto questa di Diego Armando Maradona, inedita perché detta al sottoscritto su un volo Milano-New York. Mi sembrava la più pertinente e veniva da un protagonista del calcio.

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