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“Mal di sushi”, allarme a Milano; a Bergamo pochi casi grazie alla prevenzione

Il nome scientifico dirà poco o nulla ai più: sindrome sgombroide; quello diventato quasi un ritornello tra gli infermieri milanesi (e rimbalzato mercoledì 5 ottobre sui giornali di tutta Italia) mette invece i brividi: “mal di sushi”.

Il concetto resta quello: nausea, mal di testa, rossore della pelle su viso e collo, nei casi più gravi anche edema della glottide con rischio di soffocamento. Ne può soffrire chi mangia tonno o altro pesce azzurro mal conservato. I casi a Milano sono in fortissimo aumento, al punto che si moltiplicano le denunce presentate alla magistratura dal Nucleo anti sofisticazioni dei carabinieri.

Nel 2015, anno record (fino ad ora), i casi di persone intossicate da sindrome sgombroide nel capoluogo lombardo sono stati 47. Fra il 1 gennaio e il 31 agosto di quest’anno, quindi in otto mesi, i pazienti colpiti da “mal di sushi” sono stati 38. E a settembre se ne sono aggiunti almeno altre sette.

L’intossicazione rischia quindi di diventare psicosi.

Ma a Bergamo come siamo messi? “A Bergamo i casi di sindrome sgombroide sono sempre pochissimi – ci spiega Camillo Gandolfi, direttore del servizio igiene degli alimenti di origine animale di Ats -, se ne verificano in media 3-4 all’anno. Siamo lontanissimi dai dati allarmanti che stanno venendo alla luce a Milano. Questo perché negli ultimi anni la nostra azienda ha avviato una sorta di rete di prevenzione per fare in modo che il pesce venga tenuto sotto controllo con particolare attenzione”.

“Il prodotto ittico è molto, molto delicato – continua il dottor Gandolfi -, basta un tempo relativamente basso di conservazione sbagliata per alterarlo e per causare un’intossicazione a chi lo mangia. La maggior parte delle volte il protagonista di questa alterazione è il tonno, e capita molto spesso nei bar, quando viene messo nelle classiche insalatone e poi esposto in vetrina”.

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