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Confindustria, il presidente Galizzi: “Evolvere il rapporto associativo in una logica di partner delle imprese”

Il testo integrale della relazione del presidente di Confindustria Bergamo, Ercole Galizzi, all'assemblea degli industriali che si è svolta lunedì 3 ottobre al Teatro Donizetti di Bergamo.

Pubblichiamo il testo integrale della relazione del presidente di Confindustria Bergamo, Ercole Galizzi, all’assemblea degli industriali che si è svolta lunedì 3 ottobre al Teatro Donizetti di Bergamo. 

Caro Presidente, Caro Ministro, Autorità,
Signore e Signori, Cari Colleghi,
il nostro territorio non si è mai tirato indietro di fronte alla solidarietà; le nostre aziende con i nostri collaboratori non hanno mai rinunciato a gesti piccoli e grandi verso chi soffre e verso chi è meno fortunato di noi.
La nostra storia passata e recente è piena di questi gesti e di questi segni.
Non posso, perciò, non aprire la nostra Assemblea Pubblica non rivolgendo, a nome di tutte le imprese di Confindustria Bergamo, un pensiero a quanti sono stati colpiti dal recente, drammatico terremoto e confermare che siamo stati vicini a loro nel momento dell’emergenza e saremo con loro nei momenti della ricostruzione.
Grazie anche al nostro Presidente Vincenzo Boccia che con questo spirito e con questa spinta sta sensibilizzando tutta Confindustria per un concreto sostegno a chi soffre.
E vorrei partire da qui per sottolineare come sia oggi ancora più vero quanto l’impresa sia non solamente un soggetto economico, ma soprattutto un soggetto sociale, in dialogo con le Istituzioni, una vera componente della società civile, una parte di essa, per noi rilevante ed essenziale, perché è parte della nostra stessa vita.
È stato lungo e sofferto il cammino di questa terribile crisi.
È stato un percorso che ai suoi inizi ci ha sbigottito e sorpreso, che ha messo in grave difficoltà tanti di noi, che ha preteso cambiamenti profondi non solamente nel governo dell’impresa, non solamente nei suoi elementi fondanti quali i prodotti, i processi e l’organizzazione, ma soprattutto ha cambiato il nostro modo di pensare e il nostro modo di agire.
Il percorso non ha avuto scorciatoie. Il cambiamento è stato reale e sofferto, vero e veloce, complesso e rischioso in molti casi si è realizzato e, in altri, sta iniziando a dare i suoi frutti.
Sono orgoglioso oggi di poter affermare che tutta questa fatica mostra i primi risultati.
Non sono sognatore e nemmeno di parte. Sono saldamente ancorato ai fatti, come si conviene ad uno di noi, che bene conosce il valore della verità, anche quando è scomoda; il peso dei numeri, e “quello che dice, sa di poterlo dire” perché sostenuto dai dati e dalla conoscenza della realtà.
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L’industria, a Bergamo, è ritornata a produrre al di sopra del massimo storico del 2008. I bilanci del 2015 delle aziende associate a Confindustria Bergamo segnalano un recupero di tutti gli indicatori. Il valore della produzione ha raggiunto i 27 miliardi di euro, il valore aggiunto i 7,5 miliardi, circa 100 mila € per ogni dipendente. Un quarto del Prodotto Interno Lordo provinciale è stato generato da queste imprese.
Gli incrementi sull’anno precedente alla crisi sono ancora modesti, intorno al 10%. Ricordo che nel 2009 la produzione delle industrie bergamasche era caduta di oltre il 20%. Si registra una positiva discontinuità col recente – e deprimente – passato: la produttività è tornata effettivamente ad aumentare, senza essere influenzata dalla riduzione degli occupati, pur in presenza di un incremento delle retribuzioni del 14% nello stesso periodo.
Il recupero è stato selettivo. La differenza non l’hanno fatta i settori bensì le singole imprese. L’internazionalizzazione e le esportazioni sono stati i fattori trainanti. Nel 2015 meno del 10% degli associati ha presentato un bilancio negativo.
La dimensione aziendale ha giocato un ruolo importante. Il primo 25% delle industrie ha realizzato l’80% del fatturato e del valore aggiunto.
Tuttavia i risultati complessivi sono positivi anche per le industrie più piccole. In una fase di drammatico cedimento del mercato, in un periodo di concorrenza sfrenata, in anni in cui l’economia europea è stata aggredita da new entry che si avvantaggiavano per costi di produzione di almeno due terzi inferiori, anche le piccole imprese sono riuscite a crescere e a chiudere i bilanci col segno positivo.
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I dati dei primi sei mesi del 2016 sembrano confermare un andamento al rialzo. La produzione è cresciuta del 2%, quanto le esportazioni. Gli ordini dall’estero confermano carnet positivi. I prezzi dei prodotti finiti mostrano una tendenza a un modesto incremento che, in un periodo caratterizzato da deflazione globale, confermano la competitività crescente delle imprese bergamasche, fondata sull’innovazione, sull’internazionalizzazione e sulla capacità di fare.
Gli occupati nel primo semestre del 2016 sono ancora aumentati di circa 2.000 persone. Il tono positivo del mercato del lavoro è confermato da una riduzione delle casse integrazioni di quasi il 40% rispetto alla media della crisi e del 15% sullo scorso anno.
Ma durante l’estate sono arrivate parecchie nubi che hanno generato una caduta sensibile del clima di fiducia degli imprenditori. Non è difficile trovare le ragioni. Le minacce vengono dalle tensioni internazionali: la permanente indecisione europea che impedisce alla UE di fare politica economica, il referendum che ha visto prevalere
Brexit, i continui attentati che coinvolgono tutto il pianeta e, forse più di ogni altro, le guerre nel Medio Oriente. Ringrazio il Vice Presidente e Direttore dell’Ispi Paolo Magri di aver accettato di partecipare alla nostra Assemblea. È la seconda volta negli anni della mia presidenza che gli chiediamo un contributo proprio perché il rischio internazionale è certamente la più preoccupante e sconosciuta minaccia. Quattro anni fa, proprio in questi mesi, l’economia bergamasca aveva quasi riagganciato i valori del 2008, poi ci fu una violenta frenata causata sostanzialmente da una politica economica fortemente restrittiva prima dell’Europa e poi, con addirittura maggiore intensità, dell’Italia.
In un’era di tensioni e di cambiamenti, qualunque percorso di sviluppo economico è destinato a rimanere una corsa ad ostacoli.
Stavolta, rispetto al 2012, gli indicatori sono più coerenti ed univoci. Basta sottolineare che lo stesso rallentamento della crescita delle esportazioni non ci impedirà di segnare un nuovo record assoluto dell’export provinciale.
L’andamento positivo della manifattura non determina il recupero di quanto perso durante la crisi; alcuni settori hanno fatto come e meglio dell’industria; penso soprattutto alla filiera del turismo, ai servizi innovativi e tecnologici. Purtroppo il Sistema Casa, dopo la caduta del 2009/2010, non riesce ancora a riprendere vigore. Ha necessità assoluta di focalizzarsi su obiettivi diversi, deve recuperare tecnologie innovative, ha l’opportunità di utilizzare nuovi materiali. Senza l’edilizia non è immaginabile di dare stabilità alla crescita, perché conta per il 20% del PIL territoriale.
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La complessità e la lentezza dell’uscita dalla crisi hanno generato un forte senso di insoddisfazione fra i nostri concittadini.
Di fronte a una crescita del 2% – qual è stata quella dell’industria bergamasca nello scorso anno – l’opinione pubblica ha l’impressione che si faccia “molto rumore per nulla”. Le persone hanno ragione, gli eventuali successi dell’Italia e di tutta l’Europa sono annichiliti dal confronto con alcune parti del mondo che viaggiano a velocità tripla e quadrupla.
Le analisi sono – qualche volta – approssimative. Ad esempio, secondo quanto ha scritto qualche giorno fa Marco Fortis, la componente reale dell’economia italiana è quest’anno migliore di quella della Germania. E su Bergamo afferma: “L’export complessivo (tutti i settori) della provincia di Bergamo nel 2015 è cresciuto del 2,3% raggiungendo i 14 miliardi 150 milioni di euro e, nel primo semestre 2016, di un altro 1%, quando, nello stesso semestre, la Germania è rimasta praticamente ferma. Se prendiamo in considerazione il solo export manifatturiero, la crescita è ancora più forte: +3% nel 2015 e +1,2% nel primo semestre 2016.”
Inoltre non si può dimenticare che raggiungere una crescita del 2% costituisce il limite superiore cui possiamo ambire in un’economia troppo matura e, soprattutto, in un Paese dove gli investimenti pubblici sono fermi, le norme complicate, le procedure defatiganti e dove la giustizia è una tartaruga.
In occasione dell’Assemblea Privata dello scorso giugno abbiamo presentato una stima da cui risulta che, rispetto al complesso dei Paesi sviluppati, le inefficienze italiane pesano per 80 miliardi l’anno, approssimativamente il costo di tutti gli interessi sul debito o, se vogliamo, il totale delle imposte pagate dalle imprese.
A livello locale e nell’ambito dei limitati gradi di discrezionalità consentiti, Confindustria Bergamo sta operando per avviare un processo di semplificazione cui è imputabile questo pesante gap. Dall’ultima volta che ci siamo visti abbiamo istituito, con l’Agenzia delle Entrate, una Camera di Conciliazione per facilitare il rapporto delle imprese con il fisco.
Nel mese di ottobre a Roma presenteremo alla Commissione Parlamentare il nostro Protocollo per alcune semplificazioni in campo ambientale siglato con la Provincia.
Il labirinto burocratico potrà essere affrontato in maniera risolutiva solo attraverso la riduzione dei soggetti e degli uffici che dettano leggi e stabiliscono procedure; in sostanza, estendendo il silenzio/assenso.
Tuttavia il nostro contributo non è privo d’interesse: dimostra che, anche a legislazione invariata, si può facilitare lo sviluppo. Nel nostro piccolo il tempo delle autorizzazioni ambientali è sceso da 12 a 5 mesi solo attraverso un dialogo più efficiente tra le imprese e gli uffici tecnici degli Enti.
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Si può fare di più, come analogamente si deve fare di più sul tema del lavoro. Attualmente sono in corso due importanti rinnovi di CCNL – per le imprese metalmeccaniche e per le imprese tessili – particolarmente significativi per il nostro territorio, in quanto interessano circa la metà del personale dipendente delle imprese associate a Confindustria Bergamo.
Si tratta di negoziati complessi, sia per l’attenzione al costo del lavoro – che le imprese devono mantenere, in ragione dell’estrema competitività del contesto in cui operano – sia perché ancora non è stato definito un quadro regolatorio interconfederale che detti delle linee guida unitarie per la contrattazione nazionale. In questa situazione di incertezza sia Federmeccanica che Sistema Moda Italia stanno cercando di definire dei percorsi negoziali finalizzati a realizzare accordi equi ma innovativi, basati su una maggiore flessibilità retributiva, sulla valorizzazione della formazione, sull’incremento del welfare, sia contrattuale che aziendale.
È importante che questi sforzi trovino una condivisione in tempi rapidi, per dare certezze ad imprese e lavoratori ed evitare soluzioni disarticolate non utili né per il sistema delle imprese né per il mercato del lavoro. I processi occupazionali sono influenzati non solo dalle dinamiche legislative, ma da quelle contrattuali, che definiscono i costi e le regole della gestione aziendale. La certezza e la sostenibilità delle soluzioni agevolano gli inserimenti al lavoro, l’incertezza e la conflittualità li penalizzano.
Caro Presidente Boccia, so che la semplificazione normativa e il tema del lavoro sono i tuoi temi. Noi saremo al Tuo fianco e Ti ringraziamo fin d’ora per quello che farai e per come lo farai, garantendo quella trasparenza e quella correttezza che sono alla base della nostra credibilità.
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Le imprese possono fare di più. Il futuro industriale dipende, prima di tutto, dagli investimenti. L’analisi che abbiamo condotto sulle industrie associate a Confindustria Bergamo e sulla loro riorganizzazione negli anni di crisi rivela criticità e mutamenti che devono essere compresi e su cui è necessario intervenire con azioni di accompagnamento che consentano il rilancio di un percorso virtuoso, indispensabile in una prospettiva che non soffra della miopia congiunturale. Nei sette anni di crisi le immobilizzazioni materiali sono diminuite del 15%, mentre le immateriali sono cresciute di 10 punti.  Complessivamente valgono 9 miliardi di euro.
In una fase di bassa propensione agli investimenti, l’aumento degli immateriali è un ragionevole indicatore di innovazione, finalizzata ad implementare nuovi prodotti, nuovi progetti e che, comunque, conferma il percorso dell’industria bergamasca verso la “fabbrica intelligente”.
D’altro canto, però, è necessaria attenzione alle cause del minor valore dei beni strumentali.
Una parte del cedimento complessivo dipende dalla riduzione della componente immobiliare. Negli stessi anni sono cresciuti gli ammortamenti e l’utilizzo del leasing per importi che raggiungono i 750 milioni €. La crisi non ha ridotto la capacità produttiva, né ha generato un consumo più intenso del capitale fisso.
Il patrimonio netto è aumentato nei sette anni di 3,8 miliardi €, raggiungendo il valore di quasi 14 miliardi €.
Il processo di capitalizzazione delle imprese è stato certamente uno dei fattori che hanno consentito all’industria bergamasca di uscire dalla crisi.
Tutto questo grazie agli imprenditori e alla loro voglia di fare.
La Legge di stabilità sta scegliendo la strada dei super ammortamenti. Gli effetti di questo incentivo non sono ancora quantificabili, ma ritengo che la strada sia quella corretta.
Caro Ministro Calenda, ricambieremo la fiducia del Governo dimostrando la propensione delle imprese bergamasche agli investimenti.
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Confindustria Bergamo ha cercato di fare la sua parte.
Abbiamo messo in sicurezza, con il fondamentale contributo della Regione Lombardia, il sistema regionale dei Confidi.
Nel suo primo anno di attività ha accresciuto, a Bergamo, le garanzie prestate del 20%; siamo certi che la crescita a due cifre continuerà, con la consapevolezza che, però, da sola non può incidere massicciamente sulla dinamica degli investimenti.
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L’introduzione di tecnologie digitali nelle attività manifatturiere è già da anni nella nostra agenda e credo di poter affermare che siamo, a livello nazionale, sulla frontiera di questa innovazione con i nostri rappresentanti nelle posizioni di vertice dei Cluster nazionali e delle Associazioni di riferimento.
Da sempre Confindustria Bergamo ha una relazione privilegiata con l’Università di Bergamo e la sua rete internazionale. Se l’industria 4.0 è il paradigma di riferimento dell’azione, è l’importante Piano Nazionale presentato pochi giorni fa dal Ministro Calenda che ne declina tempi, modi e risorse. Sono certo che il Suo intervento di oggi ruoterà su questo fondamentale progetto.
Confindustria Bergamo ha rimesso al centro della sua attenzione le filiere, perché si valuta che il modello distrettuale debitamente rivisitato sia la chiave di volta per mantenere un tessuto produttivo competitivo che sia in grado di reggere una base produttiva allargata che ha determinato la performance economica ed occupazionale del nostro territorio. Abbiamo due imponenti distretti: quello metalmeccanico, il più grande d’Italia, e quello della gomma, a cavallo tra le province di Bergamo e Brescia. Sono due settori, ad esempio, che possono esibire i migliori risultati economici, sono due attività che hanno il segno più davanti; sono due larghe e profonde catene del valore. La rivalutazione del ruolo delle filiere di piccole e medie imprese è stata al centro della discussione con l’OCSE che, alla fine, ha dovuto riconoscere che le imprese minori e, soprattutto, i subfornitori giocano un ruolo strategico nella competitività internazionale delle imprese bergamasche che vendono per il 90% beni Made in Italy.
Abbiamo, in tempi non sospetti, cominciato a chiamarle filiere di beni&servizi, perché abbiamo la radicata convinzione che il consolidamento e la ripresa delle imprese più piccole possa avvenire attraverso una maggiore co-progettazione insieme ai clienti e attraverso il supporto e l’integrazione con il terziario innovativo e tecnologico che a Bergamo sta aumentando in quantità e in qualità nelle conoscenze. Negli anni scorsi abbiamo sperimentato alcune forme di sostegno alle filiere.
Hanno avuto successo, ma non sono state risolutive. Bisogna scoprire e inventare nuovi modelli di rafforzamento.
La seconda leva che stiamo cercando di azionare è quella dell’apporto di manager. È terminata in questi giorni una ricerca realizzata da risorse interne a Confindustria Bergamo sulle potenzialità economiche dell’inserimento di competenze manageriali nelle PMI.
A giorni avremo il rapporto finale di ricerca. Non dimentichiamo mai di sottolineare il ruolo decisivo delle competenze per affrontare le nuove sfide tecnologiche e di mercato.
L’ultimo driver della politica industriale di Confindustria Bergamo punta all’economia circolare, alla sostenibilità, alla qualità della vita. Ci sono a Bergamo delle imprese che sono sulla frontiera internazionale della sostenibilità. Il settore della green economy è performante dal punto di vista economico e ricco di innovazione.

L’Assemblea di oggi è stata introdotta da due concorsi: Odysseus, che premia le migliori innovazioni bergamasche degli ultimi due anni, e il Green Company Award, che premia le buone prassi aziendali che valorizzano l’ambiente e il territorio. Ai premi di Odysseus per l’innovazione sono stati presentati 69 progetti, a prova della quantità di risorse che si stanno investendo per anticipare il futuro.
Il campione dell’anno è la Marlegno, che ha vinto il Premio iXi di Confindustria e il Premio dei Premi della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Complimenti da tutti noi.
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Se esistesse un rating territoriale, penso che l’industria a Bergamo sarebbe AA+. Si deve migliorare, ma le basi sono solide e le azioni per lo sviluppo correttamente indirizzate.
Il confronto con gli esperti internazionali dell’OCSE ha confortato questo nostro pensiero. L’aggiornamento della Regional Review ha indicato una serie di debolezze del nostro territorio.
Abbiamo partecipato ad avviare un metodo di lavoro per valorizzare le potenzialità e per affrontare le debolezze che, comunque e sempre, ci minacciano.
Si sono aperti cinque dossier: i due dedicati alle industrie e alle piccole imprese dovranno orientare la loro azione all’industria digitale e ai sistemi di innovazione e di ricerca, gli altri tre dovranno elaborare progetti cantierabili dedicati al territorio, al lavoro, al sistema istruzione/formazione.
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Bergamo ha fatto, nel recente passato, grandi progressi per quanto riguarda la dotazione infrastrutturale; negli ultimi anni il rallentamento degli investimenti pubblici e il conflitto delle competenze hanno rallentato il processo di sviluppo. Certamente è necessario tener conto di questo contesto, ma le priorità devono essere comunque realizzate: il collegamento ferroviario dell’aeroporto di Orio al Serio con Milano, l’ampliamento della rete del tram delle valli e, nel medio periodo, l’interporto sulla linea dell’alta capacità. Solo pochi giorni fa è stata presa la decisione del collegamento ferroviario che mi piace chiamare della “Grande Bergamo” con la connessione Ponte San Pietro/Montello.
Insieme a queste priorità che riguardano il trasporto su ferro ci sono anche completamenti necessari sulla rete stradale verso le valli e verso la Bre.Be.Mi. e la Pedemontana. I lavori sono troppo lenti, ma sono in corso.
Progressi, in una logica di azione pubblico/privato, si stanno realizzando sulle infrastrutture immateriali che forniscono, in quasi tutta la provincia, i servizi necessari per costruire un territorio smart, ma siamo ancora ben lontani dagli standard possibili oggi.
Nonostante la stasi delle costruzioni il riuso delle preziose aree dismesse cresce per norme sul consumo di suolo e gli incentivi introdotti da alcuni comuni.
Continua a mancare la possibilità di rilocalizzare lo scalo merci. È un clamoroso fallimento per tutti. È un investimento privato che non si riesce a realizzare, le cui conseguenze negative ricadranno su molti. La negazione di ogni novità trova radici nella caduta delle prospettive in una popolazione che diventa sempre più anziana, da giovani condizionati da realtà virtuali, ma soprattutto dal peggioramento – reale o percepito che sia – della condizione sociale.
Per i cultori del no e per tutti mi permetto di suggerire una visita al nuovo magazzino automatico della Pedrali dove tecnologia avanzata e bellezza diventano un tutt’uno.
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Tra molti apprezzamenti l’OCSE ci ha lanciato una dura stoccata: il numero dei laureati e il livello di istruzione dei giovani e della popolazione attiva qui a Bergamo sono inadeguati ad un progetto di innovazione, ad un modello di società orientata alla conoscenza. Nell’area dell’istruzione, in particolare in quella tecnico-scientifica, abbiamo fatto, e ci vengono riconosciuti, straordinari progressi negli ultimi 15 anni. Tuttavia, non sono sufficienti a rendere le risorse umane competitive per un’area che ambisce ad essere leader, che vuol rimanere ai vertici delle graduatorie internazionali.
Le direzioni che abbiamo preso sono corrette: dobbiamo investire ancora di più. Il mutamento culturale che ha introdotto Bergamo Scienza deve essere più valorizzato.
Il suo messaggio di utilità e di bellezza della conoscenza si sta dimostrando vincente, soprattutto fra i giovani per la qualità delle iniziative, ma soprattutto per il metodo non cattedratico di svolgere i temi. Ormai è un asset consolidato e low cost del territorio.
L’Università deve continuare nel suo percorso di crescita soprattutto qualitativa, ma non dimenticando che la massa critica è il prerequisito per poter accogliere e produrre eccellenze.
L’Università degli Studi di Bergamo va bene. Non è un caso che gli ultimi dati pubblicati mostrino un trend di crescita del 10% in marcata controtendenza con le medie nazionali e che il raggiungimento della soglia target di 20 mila iscritti sia ormai vicina. Sono le conseguenze di scelte di indirizzi sempre più orientati alle esigenze dell’industria, del mercato e della performance dell’Ateneo che continua a scalare posizioni nella graduatoria internazionale; è riuscita a entrare nella élite del “Times higher education ranking” che comprende solo 980 Università nel mondo. Un risultato straordinario per un’Istituzione che non vanta tradizioni secolari, ma premia due vocazioni: la ricerca e l’internazionalizzazione.
Nell’istruzione tecnica siamo anche più performanti: gli ITS vanno a meraviglia, la legge 107 del 2015, chiamata “La Buona Scuola”, per molti aspetti sembra copiata dalle nostre iniziative.
Siamo impegnati, e oggi confido che riusciremo, ad attivare i 24 mila tirocini per anno che completano il percorso formativo delle scuole superiori. Quanti territori saranno in grado di farlo? Quanti territori hanno iniziato a lavorare su questo tema da oltre un decennio e hanno messo a punto procedure certificabili?
Mi permetto di dire agli autorevoli Ospiti, rappresentanti delle Istituzioni dal Governo, alla Regione, alla Provincia, ai Comuni, che la capacità progettuale, la voglia di fare e la serietà delle persone fanno del nostro territorio il luogo della sperimentazione: qui si possono testare le idee e gli interventi. Vi proponiamo periodicamente delle iniziative, accetteremo più che volentieri le vostre proposte. Proprio sulla questione lavoro stiamo cercando nuovi percorsi; per quanto riguarda l’orientamento e l’outplacement. La ritornata positiva dinamica dell’occupazione potrebbe consentirci di fare qualche passo avanti anche sull’essenziale questione del rapporto domanda-offerta. Abbiamo qualche vantaggio storico, abbiamo realizzato interessanti sperimentazioni all’interno del Modello Bergamo.
Ogni iniziativa poggia su quell’asset intangibile della nostra comunità costituito dalla coesione sociale.
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Il 4 dicembre si svolgerà il referendum costituzionale; la posizione di Confindustria è a voi tutti nota. Gli italiani diranno, tra l’altro, se gli assetti del potere locale rimarranno quelli che abbiamo costruito negli scorsi decenni o se i cittadini e le imprese dovranno rimodellare il loro rapporto con le Istituzioni e le Amministrazioni. In ogni caso è irragionevole ritenere che il sistema precedente possa ritornare, se non altro per il taglio che è stato sancito delle risorse e delle competenze.
La caduta di un modello di governance consolidato è una minaccia e un’opportunità.
In questi ultimi mesi a Bergamo le Associazioni d’impresa, insieme alle Istituzioni, hanno cercato di interpretare il cambiamento proponendo un modello di relazioni reciproche che vuole garantire visione comune, progettualità ed efficacia.
È una cosa tutta nuova che potrà essere misurata solo nei fatti, ma che – mi sento di affermare – rappresenta un mix più efficace della tradizionale collaborazione/ separazione fra rappresentanze e Istituzioni.
Confindustria Bergamo e le sue imprese intendono essere partecipi di questa opportunità perché qualunque sia il risultato del voto al Referendum costituzionale, la società propone alle persone, alle imprese e alle rappresentanze più ampi gradi di libertà per innovazione e progetti.
Siamo convinti che a Bergamo sia più facile avviare un percorso di sviluppo, perché le Istituzioni sono assolutamente credibili, perché le imprese sono tra le più serie e le persone hanno uno storico senso del lavoro, dove il lavoro è un valore riconosciuto.
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Bergamo evolve se saprà rimuovere le resistenze al cambiamento e, soprattutto, ridare speranza ai giovani. Il veloce progresso scientifico, il cambiamento del paradigma tecnologico, la crescita esponenziale delle opportunità offerta dai nuovi prodotti, necessita di continui cambiamenti e adattamenti delle persone prima ancora che delle imprese.
I lavori in corso potranno essere terminati solo in un habitat in cui sia possibile e sia favorita la mobilità sociale che ha due combustibili: il primo e principale è l’istruzione, il secondo è rappresentato dagli “ascensori sociali” che la comunità predispone allo scopo e mette a disposizione.
La politica deve riacquistare credibilità, è un suo grande problema. Tutte le rappresentanze, noi inclusi, devono uscire dall’autoreferenzialità e da troppe prudenze conservatrici.
Chi, come noi, fa impresa ha bisogno di un impianto di riforme che costruisca un contesto meno ostile alla crescita delle aziende. Questa verità non può essere solamente ripetuta ossessivamente da noi imprenditori, deve diventare patrimonio di tutti per realizzarsi e aprire la strada allo sviluppo.
Le imprese devono avere una parte importante. Non si può negare che Ubi non sarà più la banca del territorio, ma un player nazionale e internazionale; confidiamo che nonostante la cessione di Italcementi il nuovo Gruppo sia ancora in grado di svolgere la funzione di crescita sociale che ha sempre esercitato; le altre maggiori imprese sono internazionalizzate e devono necessariamente avere una visione mondiale.
L’augurio di Confindustria Bergamo è che questi attori internazionali possano continuare a creare valore ed occupazione sul nostro territorio.
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È possibile che il mio successore debba far assumere a Confindustria Bergamo un ruolo più incisivo di indirizzo per la crescita sociale e per dare speranza ai giovani. È indispensabile che sorgano Istituzioni e luoghi dove vi sia condivisione della missione, senso di appartenenza, visione internazionale e riconoscimento del merito, che sono le specifiche degli ascensori sociali dei prossimi anni. Confindustria Bergamo ha imparato in questi anni ad ascoltare le imprese e a sviluppare i suggerimenti che dall’ascolto ne sono scaturiti in un laboratorio di idee e di proposte.
Evolvere il rapporto associativo in una logica di partner delle imprese.
E così prende forma ed “evolve” il progetto della nostra nuova sede che tra qualche settimana sarà disponibile, almeno nelle sue linee generali, e sul quale solleciteremo i nostri Associati a intervenire con suggerimenti e proposte.
Sarà – come sempre – la Casa degli imprenditori e vuole anche essere il luogo per il dialogo fra imprese e territorio. Questa scelta sarà chiaramente espressa dalla sua architettura e dal suo modello organizzativo. Confindustria Bergamo continua nel solco della tradizione di un’Associazione di proposta e non di richiesta. Pone la sua attenzione ai valori di un’impresa libera e solidale, come ho ricordato in apertura.
Dobbiamo, con la determinazione che accompagna il nostro lavoro, rifiutare il clima di paura e di incertezza che tende a prevalere e a diffondersi, e proseguire con decisione sulla strada dell’impegno e della volontà per rendere concreti i nostri desideri.
Un mondo nuovo si sta aprendo davanti a noi, un mondo dove lo sviluppo delle economie, dei bisogni e dei diritti di tutti ci offrirà grandi opportunità e ci permetterà di contribuire a realizzare il nostro obiettivo di un Paese più equo, più moderno, più felice.

*Presidente di Confindustria Bergamo

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