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Grande Guerra, Pillola 94: il fango della Vertoibizza e le pietre del Fajti fotogallery

Boroevič continuava a domandare rinforzi, tanto ai propri superiori quanto all’alleato germanico e, paradossalmente, la strategia di Cadorna, tanto criticata per la sua implacabile e disumana metodicità, stava portando al collasso la 5a armata austroungarica.

La nona battaglia dell’Isonzo partì dall’esigenza tattica di raggiungere alcuni obiettivi, sul fronte carsico, tra Gorizia e il mare, e in particolare nella zona di Doberdò e Castagnevizza, prima che l’inverno rendesse impossibile qualunque serio tentativo di sfondamento della nuova linea difensiva austroungarica.

In realtà, l’autunno del 1916 si rivelò già molto inclemente, con un clima molto rigido ed una serie di forti perturbazioni, che resero ancora più drammatiche le condizioni di vita dei contendenti, e in particolare degli italiani, che utilizzavano quasi sempre ripari di fortuna e non potevano contare sugli apprestamenti di cui, invece, spesso godeva la 5a armata di Boroevič.

Il progettato assalto alle linee della Vertoibizza, del Veliki Hrib, del Pečinka e di Hudi Log, ad est del capoluogo isontino, dovette essere rinviato, proprio per l’inclemenza del tempo, fino al 31 ottobre, quando, finalmente, iniziò il tiro preliminare delle artiglierie italiane. Le piogge dei giorni precedenti avevano trasformato il settore della Vertoibizza in uno spaventoso pantano e i fanti della prima ondata d’attacco si trovarono ad avanzare in condizioni non dissimili da quelle dei loro colleghi a Verdun o nelle Fiandre, dove un fango tenace e profondissimo la faceva da padrone.

Il primo giorno di battaglia, il 1 novembre, le fanterie del XXVI e dell’VIII corpo d’armata, nonostante le proibitive condizioni del terreno, conquistarono la quota 171 del San Marco ed altre posizioni attigue, da cui, però vennero sloggiate da un robusto contrattacco avversario. L’XI corpo d’armata, a sud del Vipacco, conquistò il Veliki Hrib e il Pečinka, avanzando poi verso le quote 308 del Pečina e 273. Tra Oppachiasella e Castagnevizza, i soldati delle brigate Spezia e Barletta riuscirono ad occupare l’importante snodo stradale di quota 202. Minor fortuna ebbe il XIII corpo d’armata, che, dopo un primo successo, che lo portò a raggiungere il Županov Vrh e Hudi Log, venne respinto dai difensori austroungarici fino alle proprie trincee di partenza.

La notte tra il 1 e il 2 novembre vide un fortissimo contrattacco austroungarico nel settore del Veliki Hrib, che portò le truppe di Boroevič ad un passo dal successo: al mattino, il contrattacco si estese alla linea del Pečinka, ma, alla fine, nel pomeriggio del 2 novembre, lo sforzo degli imperiali si esaurì con un nulla di fatto e l’attacco venne sospeso. Gli italiani, approfittando del momento di crisi degli avversari, poterono incalzarli, fino al Volkovnjak e alle prime pendici del Fajti Hrib: il giorno successivo, la brigata Pinerolo riuscì a conquistare il Volkvnjak, mentre la Toscana, la stessa che aveva preso la vetta del Sabotino nell’agosto precedente, s’impadronì del Fajti.

Più a nord, nel settore di Vertozza, le truppe italiane riuscirono anche a conquistare la quota 123 del Figovec, mentre i tentativi del XIII corpo, già decimato nei giorni precedenti, di impadronirsi della Sela na Krasu, verso Castagnevizza furono nuovamente frustrati il 4 novembre, quando la rapidissima spallata passata alla storia come nona battaglia dell’Isonzo ebbe fine. Non ci si deve fare ingannare dalle quote conquistate e dall’idea di avanzata: si trattava di modestissimi rilievi e di avanzate d’aggiustamento.

La partita grossa era ancora di là dall’essere giocata e la battaglia di novembre fu, in definitiva, un mezzo fallimento, in considerazione delle notevolissime forze impiegate dagli italiani (200.000 uomini su di un fronte di qualche chilometro) per espugnare quei primi baluardi carsici. Tuttavia è innegabile che lo spostamento avanti del fronte, sia pure di poco, rappresentava un ulteriore progresso verso una vittoria strategica, soprattutto in considerazione delle condizioni sempre più drammatiche dei difensori, che vedevano i propri organici ridursi sempre di più ad ogni scontro.

Boroevič continuava a domandare rinforzi, tanto ai propri superiori quanto all’alleato germanico e, paradossalmente, la strategia di Cadorna, tanto criticata per la sua implacabile e disumana metodicità, stava portando al collasso la 5a armata austroungarica. Insomma, per quanto incredibile possa sembrare, alla fine Cadorna non aveva tutti i torti: quello che gli si deve contestare è l’assoluto disprezzo per le vite umane, sperperate in un approccio tattico molto prossimo al suicidio.

Tuttavia, sul piano oggettivamente strategico, egli faceva l’unica cosa che poteva fare: dava di cozzo contro la fortezza Carso, puntando sulla sua quasi illimitata riserva umana, aspettando che la, viceversa limitata, riserva del proprio avversario si esaurisse. Quando, a primavera, sarebbero riprese le operazioni, tanto sul Carso quanto nell’alto Isonzo, la guerra avrebbe visto un ulteriore ingigantimento delle risorse, in un titanico braccio di ferro tra il generalissimo italiano ed il “leone dell’Isonzo” austroungarico, fino a che uno dei due non avrebbe ceduto.

Intanto, i quattro giorni di battaglia della terza spallata erano costati ai due eserciti rispettivamente 39.000 e 33.000 perdite: la sola differenza tra italiani ed austroungarici è che i secondi non potevano sopportare ancora a lungo un simile stillicidio.

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